Liberalismo e teoria non-ideale
- 03 Marzo 2020

Liberalismo e teoria non-ideale

Scritto da Raffaele Indri

8 minuti di lettura

Sono trascorsi quasi trent’anni dalla pubblicazione dell’influente The End of History and the Last Man (1992), secondo cui la caduta del muro di Berlino avrebbe segnato in modo inoppugnabile la miseria dei movimenti politici di massa novecenteschi e identificato la risoluzione del progresso storico nello Stato liberale; molto è successo da allora al punto che il suo autore, il politologo americano Francis Fukuyama, ne ha recentemente rigettato le implicazioni principali auspicando addirittura un “ritorno del socialismo”[1] e concedendo così spazio a chi aveva obiettato che, nella sua ansia di dichiarare Marx superato, Fukuyama avesse confezionato un “vangelo teleo-escatologico”[2] in verità incompatibile con gli shortcoming che constatiamo quotidianamente nelle democrazie contemporanee. Sebbene il crash finanziario del 2008 abbia certo inasprito la disaffezione del cittadino medio nei confronti delle pratiche politiche tradizionali e del suo establishment, sarebbe affrettato concludere che la percezione diffusa di una crisi di legittimità delle istituzioni liberali (ora minacciate dal trionfo dei populismi di destra, dall’incremento della polarizzazione ideologica e dei sentimenti etno-nazionalisti) sia una questione recente – già negli anni Novanta poteva sembrare che la previsione di Fukuyama fosse per certi versi tardiva, in quanto rispecchiava un ottimismo velleitario (riguardo alla possibilità che il liberalismo rappresentasse le minoranze e le loro richieste o migliorasse lo standard di vita collettivo senza acuire le disparità economiche tra classi) adatto piuttosto al clima dei primi anni Settanta, quando usciva A Theory of Justice (1971) di John Rawls, che sarebbe diventato presto il testo centrale della corrente di pensiero nonché un riferimento essenziale per chiunque volesse discutere della costituzione di una giusta società.

Quest’opera ha goduto di un successo straordinario forse anche in virtù della semplicità dei suoi assunti di partenza, che ne determinano le ambizioni filosofiche e l’impressionante architettura argomentativa. Rawls sostiene (principalmente contro lo schema utilitaristico che caratterizza, ad esempio, le analisi costi-benefici degli economisti[3]) un modello procedurale della giustizia. Il progetto ha un’impronta kantiana, se teniamo ferma una certa lettura della sua filosofia morale per cui la condizione di possibilità della moralità è la libertà degli agenti e quindi la loro autonomia, la capacità di elaborare norme verso cui saranno poi responsabili; ciò comporta a sua volta che i loro ragionamenti pratici siano guidati dalle istanze peculiari dell’imperativo categorico (l’universalità dell’azione e la considerazione non-strumentale degli altri agenti). In altre parole, l’azione giusta in un dato contesto risulta essere l’output decisionale di una riflessione governata dagli standard appropriati: come afferma Kant, “il concetto del bene e del male non deve essere determinato prima della legge morale, ma soltanto dopo di essa e mediante essa.”[4]

La realtà sociale è spesso organizzata e legittimata attraverso l’impiego di certe procedure, ma soltanto alcune di esse sono capaci, in un certo senso da chiarire, di produrre normatività. Se dobbiamo dividere una torta tra due persone assicurandoci che entrambe siano soddisfatte, il metodo “tu tagli, io scelgo” sembra valido perché, considerato che il nostro obiettivo è che ciascuno minimizzi il suo appetito, esso spinge i due giocatori a dividere la torta in modo uguale. Ma in una partita di scacchi si può stabilire chi muoverà i pezzi bianchi e compirà la prima mossa lanciando una moneta: sebbene qui non vi sia alcun risultato intrinsecamente giusto (che A giochi coi pezzi bianchi e B coi neri o viceversa) da ciò non deriva ovviamente l’assurda conclusione che l’assegnazione del tratto in una partita non è mai giustificabile; se così fosse, giocare a scacchi sarebbe impossibile. Il lancio della moneta determina e costruisce il passo successivo del gioco. Il punto focale qui è che le due risoluzioni posseggono strutture di giustificazione simmetriche: mentre nel caso della torta è la validità del risultato che conferisce legittimità alla procedura, nell’altro accade precisamente l’opposto.

Il liberalismo constata l’irriducibilità delle forme di vita del mondo contemporaneo a un senso unitario, perciò non può incorporare principi che promuovano una concezione sostanziale del bene. Questa intuizione può essere difesa se si concede che il problema della determinazione di una giusta società sia più simile al caso degli scacchi rispetto che a quello della torta: il programma rawlsiano può allora essere considerato un tentativo di costruire un insieme di principi – che regolino il comportamento sociale ed economico dei cittadini di uno Stato – la cui autorità dipenda esclusivamente dal loro essere il prodotto di una certa procedura deliberativa che ogni agente può razionalmente accettare. Rawls ci chiede di immaginarci collocati in un astratto scenario dove non esista ancora alcun ordinamento sociale, dietro un “velo di ignoranza” che impedisca di sapere chi (in termini di capacità fisiche e cognitive, di convinzioni politiche e religiose e via dicendo) saremo nella società da definire. Da questa “posizione originaria”, suggerisce Rawls, la strategia razionale consisterebbe nel riconoscere un insieme di libertà e di diritti minimi (come la proprietà privata e libertà di espressione) che permetta a ciascun agente di perseguire i propri obiettivi compatibilmente con quelli altrui (primary goods); desidereremmo poi criteri per l’assegnazione di mansioni, posizioni e benefici sociali che siano soltanto una funzione del merito (e, se necessario, anche della fortuna) dei richiedenti e non di altre loro caratteristiche (fair equality of opportunity). Infine Rawls dichiara che dovremmo accettare le disuguaglianze economiche nella misura in cui favoriscono in senso assoluto i membri più svantaggiati della società (difference principle): in altri termini, l’iniquità è da incoraggiare se e solo se tutti gli agenti sociali partecipano dei suoi benefici.

Uno dei critici più perseveranti del liberalismo contemporaneo, Raymond Geuss, ha notato con ironia “che il complesso apparato teorico di A Theory of Justice […] si realizza in una struttura costituzionale che è praticamente una replica del regime che esiste negli Stati Uniti”[5] – e tuttavia questo giudizio sembra trascurare la contestualizzazione storica che, nella prospettiva di altri, restituisce al pensiero di Rawls il suo progressismo: sarebbe dovuto trascorrere infatti ancora qualche anno prima che nelle economie più sviluppate i salari reali cominciassero a stagnare nonostante la produttività crescente (segnando di fatto l’esclusione della classe lavoratrice da quella partecipazione ai benefici generati dalle disuguaglianze altrimenti permessa dal difference principle), prima che la delocalizzazione del lavoro divenisse una strategia classicamente consultabile per la gestione dei costi aziendali; non era irragionevole supporre che un certo numero di policy avvedute potesse dimostrare l’eticità di un libero mercato sufficientemente addomesticato.

Altre osservazioni appaiono però più pertinenti. Geuss rileva ancora che, nonostante Rawls ridimensioni la centralità kantiana dell’a priori facendo abbondante ricorso ad assunzioni empiriche nelle proprie argomentazioni, la natura strutturalmente “aperta” del liberalismo risulta essere incompatibile con la pretesa di giustificarlo su un piano trascendentale e astorico. Per la teorica femminista Carole Pateman occorre invece problematizzare l’intera tradizione contrattualistica (da Hobbes a Kant) nella teoria della legittimità politica, in quanto l’accordo tra parti libere e uguali essenziale a queste proposte presuppone e cela la presenza di un “secondo contratto” nella storia liberale, cioè quello che regola la subordinazione delle donne e il controllo della loro corporeità all’interno della sfera privata;[6] se de jure il liberalismo concede alle donne la piena partecipazione sociale attraverso norme quali la fair equality of opportunity, rimane per lo più vero che l’oppressione patriarcale è perpetuata attraverso pratiche storicamente codificate e regolamentate dagli uomini, come nel caso del matrimonio o (in modo più controverso nel dibattito femminista) del lavoro sessuale e gestazionale. In una serie di interventi culminati nel saggio “Ideal Theory as Ideology” (2005), il pensatore giamaicano Charles W. Mills ha non soltanto esteso la critica di Pateman in chiave marxista e anti-colonialista, ma anche contestato quella (auto)comprensione del liberalismo per cui il fatto che finora i suoi sofisticati disegni politici abbiano faticato a integrare l’uguaglianza come ideale regolativo sarebbe riconducibile a una sequenza di “ostacoli di implementazione” piuttosto che a una deficienza teorica più generale. L’ethos liberale ha promosso un modello di autorità orizzontale almeno dal Seicento; com’è dunque possibile che innumerevoli minoranze siano state sistematicamente escluse dall’intero progetto emancipatorio?

Questo oblio è comprensibile soltanto se ci si sofferma sull’idealità che ha contraddistinto l’approccio liberale e le sue proposte su come le strutture sociali potessero essere migliorate; ironicamente, proprio il processo astrattivo che vorrebbe fugare qualsiasi ombra di particolarismo finisce per reintrodurre bias in questa modalità di riflessione. A Theory of Justice erige un’ontologia di agenti “atomici e indifferenziati” che apparentemente non conoscono alcuna dinamica coercitiva, dotati di capacità psicofisiche irrealistiche e immersi in strutture (famiglia, scuola, ospedale, luogo di lavoro) che riflettono già le interazioni tra parti con uguale potere contrattuale; per di più, dal momento che la società viene (idealmente) definita come “impresa cooperativa a vantaggio reciproco,” vale l’assunzione semplificante per cui essi agiscano in “totale conformità” (strict compliance) rispetto ai principi di giustizia. Mills invita il lettore di Rawls a compiere “un’operazione di defamiliarizzazione brechtiana” rispetto a tutto ciò; “la reazione spontanea sarebbe: ‘Come diavolo è stato possibile che qualcuno pensasse che questo fosse il modo appropriato di fare etica?’”[7] Non è casuale che A Theory of Justice rimanga silenzioso di fronte a tematiche quali l’affirmative action, le riparazioni per l’occupazione coloniale, per la schiavitù e per il razzismo, le asimmetrie di genere nel matrimonio e i conflitti transnazionali:[8] il suo impianto squisitamente redistributivo è strutturalmente incapace di rettificare i soprusi passati e si limita a pensare le disuguaglianze come conferimenti iniqui di beni quando esse sono in primo luogo il frutto di relazioni gerarchiche, fornite di un’origine storica più o meno precisa, tra diversi individui. Secondo Mills, questa confusione concettuale ha effetti rovinosi per quanto riguarda la nostra abilità di domandarci cosa desideriamo davvero da una società fondata sul consenso. Lungi dal definire un momento teoricamente necessario, l’idealizzazione che accomuna molta letteratura nel filone rawlsiano si rivela mistificante e ideologica in quanto riproduce inevitabilmente gli interessi e le esperienze di chi sta ragionando, precludendo perciò quella forma di obiettività per cui il complesso edificio kantiano-procedurale era stato costruito in primo luogo – nelle parole della giurista Mari Matsuda, dietro il velo d’ignoranza c’è “inevitabilmente John Rawls.”[9]

Negli ultimi anni, l’approccio non-ideale è stato sperimentato in altre aree di indagine come l’etica e la teoria degli atti linguistici. David Beaver e Jason Stanley hanno osservato che la centralità concessa al linguaggio all’interno della tradizione filosofica analitica ha raramente comportato un’attenzione adeguata per tutti quei fenomeni comunicativi che esulano dal mero scambio di informazioni tra parlanti sinceri[10] – le celebri “massime conversazionali” del programma griceano, il più esteso tentativo di esplicare il significato dei proferimenti linguistici nei termini delle intenzioni degli interlocutori, presuppongono una “trasparenza sociale” assente dal discorso politico (dove la funzione constativa del linguaggio è spesso secondaria rispetto a quella persuasivo-propagandistica) e da quello d’odio. Beaver e Stanley fanno l’esempio dei dogwhistle, atti linguistici superficialmente ambigui ma passibili di un’interpretazione saliente, diretti a un sottoinsieme specifico degli ascoltatori: quando George W. Bush, nel discorso sullo Stato dell’unione del 2003, affermava che c’era un “potere prodigioso [wonder-working power] nella bontà, nell’idealismo e nella fiducia del popolo americano” si stava abilmente appellando alla fede della frangia conservatrice repubblicana (di cui necessitava il voto) mantenendo però al contempo un aspetto di negabilità plausibile dinanzi ai suoi detrattori.[11]

Comunque si risolva il dibattito tra ideal e non-ideal theorists si può certo dire che A Theory of Justice continua a influenzare fortemente la traiettoria del liberalismo a quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione. È forse vero che lo scarto tra la realtà sociale e i principi di giustizia rawlsiani è andato crescendo dagli anni Settanta, ma da quale proposta politica comprensiva possiamo dirci ora altrimenti attratti? Occorre dunque introdurre punti di vista differenziati, “sporcare” empiricamente i modelli e sviluppare una coscienza della propria situatezza ideologica. A ben vedere, tutte queste istanze implicherebbero a loro volta una riflessione più radicale e forse pure più urgente per la filosofia analitica: quella attorno al proprio metodo e al suo discutibile antistoricismo, alla sua rigida e talvolta improduttiva divisione del lavoro intellettuale. Approssimarsi all’utopia dipenderà in minima parte anche da questo.


[1] Eaton, G. “Francis Fukuyama Interview: ‘Socialism Ought to Come Back.’” The New Statesman. 17 ottobre 2018.

[2] Derrida, J. (2012). Specters of Marx: The State of the Debt, the Work of Mourning and the New International. Routledge, p. 80.

[3] Elizabeth Anderson, allieva e poi strenua critica di Rawls, ha difeso con forza la posizione per cui le premesse consequenzialistiche delle analisi costi-benefici non sono ideologicamente innocue ma rivelano una forma di commodificazione dei beni considerati (ad es., il valore di un parco nazionale può essere determinato attraverso una considerazione di quanto i consumatori sono mediamente disposti a pagare per un’abitazione con una vista scenica su un ambiente naturale): Anderson, E. (1995). Value in Ethics and Economics. Harvard University Press, cap. 9.

[4] Kant, I. AK5:63. L’esposizione qui riportata della metaetica kantiana secondo Rawls è molto semplificata: si confronti Rawls, J. (1989). Themes in Kant’s Moral Philosophy, in Förster, Eckart. “Kant’s Transcendental Deductions: the Three Critiques and the Opus Postumum.” Vol. 232. Stanford University Press, 1989, pp. 81-113.

[5] Geuss, R. (2002). Liberalism and its Discontents. Political Theory, 30(3), p. 330.

[6] Pateman, C. (1988). The Sexual Contract. Stanford University Press.

[7] Mills, C. W. (2005). “Ideal Theory” as Ideology. Hypatia, 20(3), p. 179.

[8] Il secondo Rawls affronterà l’ultimo di questi punti in The Law of Peoples (1993).

[9] Matsuda, M. J. (1986). Liberal Jurisprudence and Abstracted Visions of Human Nature: A Feminist Critique of Rawls’ Theory of Justice. NML Rev., 16, p. 617.

[10] Beaver, D., & Stanley, J. (2018). Toward a Non-Ideal Philosophy of Language. Graduate Faculty Philosophy Journal, 39(2), pp- 503-547.

[11] Saul, J. (2018). Dogwhistles, Political Manipulation, and Philosophy of Language. New Work on Speech Acts, 360, 84.

Scritto da
Raffaele Indri

Nato a Tolmezzo (UD) nel 1997, studia filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si interessa di filosofia analitica, di pragmatismo e di cinema.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]