Liberalismo e contesti. Ancora sulle “Lezioni sul meridionalismo” di Cassese

Meridionalismo

Si ritorna qui brevemente sul testo di recente pubblicazione a cura di Sabino Cassese, Lezioni sul meridionalismo, già recensito su questo sito da Giuseppe Grieco (la recensione è reperibile a questo indirizzo), per proporne un possibile inquadramento teorico volto a stabilirne taluni pregi e taluni altri limiti. Il meridionalismo, come ogni categoria storiografica generale, implica un elemento di natura ideologica e, solo di conseguenza, storico-politica. Questo tratto meramente lessicologico appare giustificare, come si dirà, l’impostazione del Cassese, sicché il progetto di riabilitazione politica di quel termine, sotteso alla pubblicazione di queste lezioni, viene portato a termine attraverso una raffinata operazione culturale. Essa appare tale anzitutto perché la raccolta vista nel suo insieme risulta per certi versi eccentrica rispetto all’approccio più squisitamente analitico proprio almeno di alcuni dei singoli saggi presenti nella raccolta.

Più approfonditamente, quella presentataci da Sabino Cassese è un’immagine estremamente frastagliata di questo movimento intellettuale e di questa tradizione politica, attraverso la proposizione di una serie di medaglioni, ciascuno dei quali fa emergere la figura di un determinato autore o uomo politico ascrivibile al campo del meridionalismo. Un taglio propriamente unitario, d’altronde, viene escluso dallo stesso curatore ab initio, e ciò sembra abbastanza comprensibile, visto anche il fatto che il meridionalismo sconta il peso del grande equivoco di fondo rappresentato dalla sua connessione con liberalismo politico, un universo culturale dai contorni non del tutto chiari e che anzi tendono a complicarsi ulteriormente a causa dell’annoso dibattere sul concetto di neo-liberismo.

Come scrive Pietro Polito, del resto:

«Dal contrasto tra autonomismo e paternalismo deriva una differenza fondamentale rispetto al giudizio sul ruolo dello Stato. Tra i due meridionalismi si può scorgere lo stesso contrasto che Gobetti intravede tra il liberalismo dei conservatori, che guardano al problema politico dall’alto, cioè dal punto di vista dello Stato, e il liberalismo dei rivoluzionari, che vi guardano dal basso, cioè dal punto di vista della società. Analogamente si può distinguere un meridionalismo dei conservatori e un meridionalismo dei rivoluzionari: il primo affida la soluzione del problema meridionale all’azione dello Stato, il secondo all’azione delle forze nuove liberatesi nella società, cioè gli operai, i contadini, le avanguardie intellettuali e giovanili.»1

La connessione tra meridionalismo e liberalismo è dunque molto forte, e segna un tratto che si potrebbe definire anti-conservatore che è comune a tutta la lunga e complessa traiettoria di quel movimento.

Di fatto, sembrano esservi state però almeno due stagioni del meridionalismo. Da un lato, vi è una stagione che potremmo definire liberale in un primo senso: l’invasione piemontese veniva percepita essenzialmente come un bene, e l’istaurarsi di una classe politica meridionale nuova veniva vissuto come l’esito possibile della sostituzione del regime borbonico con un nuovo regime, retto da élites di educazione e di credo fondamentalmente liberali non in contrasto con la matrice ideologica dello stesso regime piemontese da cui il processo di unificazione traeva la sua forza politico-diplomatico-militare. È la stagione di Giustino Fortunato e, in parte, di Pasquale Villari. In un secondo momento, il liberalismo tipico dei pensatori che propongono una visione meridionalistica va inteso piuttosto in senso autonomistico e dunque anti-paternalistico. Da questo punto di vista appaiono centrali, in questo passaggio da una stagione all’altra, la figura di Gaetano Salvemini e quelle successive di Guido Dorso e Piero Gobetti, nonché di Gramsci, come messo molto bene in luce in particolare dai saggi di Francesco Saverio Festa, Pietro Polito e Francesco Giasi.

Di fatto siamo in questo secondo caso piuttosto significativamente nella stagione della critica allo stato liberale, un’epoca in cui il liberalismo come ideologia si pone polemicamente rispetto al proprio presentarsi in una forma storicamente data, e diventa, in molti degli autori considerati dal volume, liberal-socialismo.

È opportuno concentrarsi ancora proprio sul passaggio teorico dalla prima forma di meridionalismo alla seconda, anche per intendere l’osmotica natura del liberalismo, categoria cui spesso nel volume ci si appella: il meridionalismo della seconda stagione ha una profondità storico-sociologica che il primo meridionalismo non ha, e ciò a causa dell’avanzamento delle scienze storico-sociali o dello stesso cambiamento della sensibilità tra le due epoche, quella pre- e post-giolittiana.

La rivendicazione, che molti dei contributori fanno più o meno esplicitamente, di un meridionalismo che qui appare essenzialmente liberale, finisce per essere allora la fonte di un possibile enorme equivoco. Tutto, infatti, nel meridionalismo, si trasforma da una prima a una seconda epoca. A mutare sono la condizione geopolitica della stessa unità nazionale italiana, vissuta ormai come un dato di fatto nel secondo periodo, ed il carattere socio-economico delle asimmetrie nord-sud. In questo secondo periodo il problema dell’alleanza tra operai e contadini veniva infine a porsi come problema teorico di fondo di una impostazione unitariamente nazionale delle prospettive di ogni progressismo politico. Nel primo meridionalismo, cioè, il problema del mantenimento di un’unità precaria dello stato precedeva qualunque valutazione sui meriti o demeriti sociali ed economici dell’impresa di conquista piemontese. Restando al piano analitico del libro, quello di una storia delle dottrine politiche, il liberalismo significava, in questo primo caso, adesione a una serie di somiglianze di famiglia: esso si ricollegava alla difesa della statualità centrale piemontese, all’elogio di un sistema rappresentativo, all’adesione ad una certa ideologia politica. Nel secondo periodo del meridionalismo, invece, liberalismo ha voluto dire essenzialmente: autonomismo – e dunque libertà dai condizionamenti dello stato centrale -, critica dei lacci in cui le élites borghesi tenevano la società, critica del sistema rappresentativo in nome di una libertà radicale e dello stesso trasformismo come possibile conseguenza di quel sistema (Dorso).

Siamo di fronte, perciò, a due forme sostanzialmente diverse di meridionalismo-liberalismo. Nel secondo caso, siamo di fronte a un liberalismo – si perdoni qui l’espressione apparentemente contraddittoria – sostanzialmente anti-liberale, almeno se stiamo a uno schema destra-sinistra, oltre che sostanzialmente anti-istituzionale. Un movimento culturale, dunque, segnato dalla profonda influenza di Mosca su Dorso e in parte anche su Gramsci, secondo una linea che proprio perché era elitista non era, per così dire, astrattamente istituzionalista.

Una delle forme di questa trasformazione può essere vista nel passaggio nella coscienza dei meridionalisti da una prevalenza del problema della governabilità a quella del problema della rappresentanza, o comunque a un’interpretazione in senso maggiormente sostanzialista del problema stesso del governo.

Il problema del governo veniva dapprima inteso come problema di unità della nazione: dal punto di vista di una teoria dello stato, come problema burocratico-amministrativo e non primariamente costituzionale. In una seconda stagione, invece, il problema del governo – assorbita in toto una prospettiva finalmente elitista che era tipica del miglior pensiero politico italiano – veniva interpretato come problema del governo dei processi, o di creazione e assorbimento di classe dirigente, o di intellettuali, e dunque come problema costituente piuttosto che burocratico-amministrativo.

Il testo di Cassese ha così l’indubbio merito di insistere sulla categoria ideologico-politica del meridionalismo, considerata, se vogliamo, astoricamente – il che è forse paradossale per un testo fortemente storiografico, ma non tanto se si consideri l’opzione metodologica di fondo che fa del testo, per lo più, un testo di storia delle dottrine politiche piuttosto che di storia sociale o intellettuale.

Allo stesso tempo esso, mettendo talvolta quasi in ombra – o comunque in secondo piano – le straordinarie trasformazioni sociali che attraversano l’Italia nel periodo della sua prima rivoluzione industriale, rischia di non far emergere il contrasto di fondo tra quello che qui abbiamo indicato come un secondo meridionalismo, quello post-giolittiano, e un sistema di istituzioni costituite ma in una profonda crisi di legittimazione.
Nella misura in cui è possibile, perciò, ricavare lezioni teoriche da un testo di natura profondamente storiografica, come quello di cui qui si discute, il problema della legittimazione del potere, in definitiva, finisce, nell’impostazione generale del testo, per sfiorire davanti all’emergenza del tema della governabilità, mentre l’organizzazione delle idee rischia di apparire legata più a una coerenza retorico-valoriale-ideale, che non allo strutturarsi delle classi dirigenti e dei processi reali che le coinvolgono.


1# Polito, P., «Piero Gobetti e il meridionalismo vecchio e nuovo» in Cassese, S. (a cura di), Lezioni sul meridionalismo, Il Mulino, Bologna, 2016, p. 172.


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Nato a Nocera Inferiore nel 1984. Dottore di ricerca in storia delle idee presso la Scuola Normale Superiore. Studia storia e filosofia e si prepara a insegnarle nei licei. Si interessa di politica e di scienza politica. Suona il basso elettrico e il contrabbasso.

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