Lo spazio per il futuro dell’Italia. Intervista a Gian Paolo Manzella
- 25 Gennaio 2021

Lo spazio per il futuro dell’Italia. Intervista a Gian Paolo Manzella

Scritto da Giacomo Centanaro e Alberto Prina Cerai

8 minuti di lettura

Questo contributo è tratto dal numero cartaceo 3/2020, dedicato al tema delle ‘Piattaforme’. Questo contenuto è liberamente accessibile, altri sono leggibili solo agli abbonati nella sezione Pandora+. Per ricevere il numero cartaceo è possibile abbonarsi a Pandora Rivista con la formula sostenitore che comprende tutte le uscite del 2020 e del 2021. L’indice del numero è consultabile a questa pagina.

L’Italia nel settore aereospaziale vanta un sistema industriale integrato verticalmente, completo – attivo nella produzione di satelliti, lanciatori e sistemi orbitali; di sottosistemi, componenti e strumenti e nella fornitura di servizi avanzati – e forte di una lunga tradizione, che occupa il terzo posto in Europa e il settimo su scala mondiale. Una realtà che potrebbe rappresentare uno dei più promettenti motori per la crescita economica e lo sviluppo tecnologico del nostro Paese. Per approfondire le caratteristiche e le prospettive di questo settore abbiamo intervistato Gian Paolo Manzella, Sottosegretario di Stato al Ministero dello sviluppo economico con delega alle politiche e attività relative a spazio e aerospazio e alla promozione del trasferimento tecnologico alle imprese.


Nel quadro di una riflessione sulla politica industriale italiana, quello dell’aerospazio è un settore rilevante? Per quali ragioni? La rilevanza di questo ambito è sottostimata?

Gian Paolo Manzella: Negli ultimi anni l’attenzione è sicuramente, cresciuta – nei media e presso il grande pubblico – per quanto riguarda la componente ‘spazio’. Se ci si pensa non c’è settimana in cui sui quotidiani non ci siano articoli sul punto o racconti di imprese che realizzano progetti all’avanguardia. I nostri astronauti sono personalità riconosciute ben oltre il loro ruolo ‘tecnico’, sono esempi di una ‘Bella Italia’ che si afferma nel mondo per professionalità, tenacia, capacità di lavorare in squadra. La parte aeronautica resta, invece, meno visibile. Ed è un peccato, perché nel nostro Paese – sia dal punto di vista delle grandi imprese, sia della filiera – sono presenti realtà di grande qualità. Un’altra prova del fatto che è tempo che in Italia si sviluppi una narrazione industriale che dia conto sia del valore delle piccole e medie imprese, sia di quello dei grandi attori. E l’aerospazio ne è un esempio emblematico. Un settore rilevante dal punto di vista degli indicatori economici, del tipo di occupazione e prospettive che genera, delle implicazioni geo-politiche. Ancora di più l’aerospazio è – per eccellenza, direi – uno degli ‘ecosistemi industriali’ di cui oggi parla la politica industriale europea. Insomma, dobbiamo investirci con grande determinazione.

 

Iniziamo con una panoramica del settore dell’aerospazio nel contesto industriale italiano. Anche in questo ambito troviamo una situazione tipica del tessuto produttivo del nostro Paese: un insieme di piccole e medie imprese affiancato da alcuni soggetti di grandi dimensioni. Ed è forse proprio la filiera il quid italiano.

Gian Paolo Manzella: Quella descritta è sicuramente la caratteristica principale del sistema italiano dell’aerospazio e, ovviamente, ha punti di forza e di debolezza. Quelli di forza riguardano sia i nostri attori più grandi, che competono nel mondo con grandi risultati, sia la flessibilità e la capacità di adattamento del nostro settore PMI: le imprese italiane semplicemente fanno ciò che altri non riescono a fare, unendo tradizione meccanica ed elementi innovativi sono capaci di una flessibilità sconosciuta ai produttori di altri Paesi. Nascono così soggetti sorprendenti. E gli esempi sono moltissimi. Ne prendo tre che ho conosciuto direttamente: al Nord, al Centro, al Sud. Comincio con la Secondo Mona, nel distretto aerospaziale di Varese – quello in cui è nata l’aeronautica italiana e che raccoglie ancora oggi imprese che a distanza di cento anni continuano ad essere all’avanguardia nel settore –. Un’azienda familiare che produce pezzi unici – le valvole per i fumi delle Frecce Tricolori, ad esempio – e che vende in tutto il mondo. A Foligno c’è la UmbraGroup – che produce viti a ricircolo di sfere che vengono impiegate da Boeing e Airbus. Al Sud, in Puglia, c’è una realtà come Planetek, tra le più interessanti a livello italiano sulle applicazioni dei dati relativi all’osservazione della terra. Tre esempi, ma molti altri ne potrei fare, che parlano del rapporto strettissimo tra imprese e mondo della ricerca; di produzioni ‘di provincia’, profondamente legate alle tradizioni dei loro territori e che sono nei mercati globali. Ecco, è questo mondo che dobbiamo sostenere, perché ha grandi potenzialità. Per questo con la legge di bilancio abbiamo previsto interventi a favore della filiera. Il momento che stiamo attraversando è determinante per l’assetto industriale di domani, si aprono grandi possibilità di crescita. E io spero che sullo strumento che abbiamo messo in campo, che per ora ammonta a 50 milioni di euro, possano convergere ulteriori risorse, da Next Generation EU o da altri strumenti nazionali.

 

Lei ha recentemente curato una pubblicazione del MISE sullo stato dell’industria italiana dello spazio L’industria italiana dello spazio. Ieri, oggi e domani. Perché questa pubblicazione?

Gian Paolo Manzella: La pubblicazione del MISE si collega a quello che secondo me deve essere un obiettivo di questo Ministero: approfondire la cultura industriale italiana. E racconta una storia che in fin dei conti è ancora poco conosciuta in Italia. Chi dei nostri ragazzi sa che dopo USA e Unione Sovietica è l’Italia ad aver mandato in orbita dei satelliti negli anni Sessanta, che oggi è uno dei pochi Paesi al mondo a poter contare su una filiera completa nel settore aerospaziale, che ha una storia in cui industria, scienza e politica hanno lavorato insieme con grandi risultati? Ecco a me piacerebbe che queste cose si sapessero. Questa la ragione di questa pubblicazione, che vorrei diffondere nelle scuole.

 

Nel 2015 il MISE lancia il Piano Strategico Space Economy: che risultati sono stati ottenuti negli ultimi anni e perché è necessario investire nell’aerospazio?

Gian Paolo Manzella: Il Programma Space Economy è oggettivamente un elemento di novità. Convoglia risorse pubbliche – statali e regionali – e risorse private sulla base di progetti definiti in collaborazione tra questi attori. E, in parallelo, introduce la dimensione territoriale nella politica industriale nazionale, lavora sulla costituzione di filiere lunghe, consolida o riporta capacità tecnologiche e produttive strategiche, riconosce al settore industriale il ruolo di partner e non solo di fornitore delle istituzioni. Il programma ha tre progetti. Il primo, il Mirror GovSatCom, è già stato avviato e torna su una competenza nazionale strategica per il Paese, le telecom satellitari. Sono in fase di avvio gli altri due: il Mirror Copernicus – per velocizzare il percorso che porta piccole imprese e startup ad offrire servizi basati sui dati di osservazione della Terra, – e l’I-Cios (Commercial In Orbit Servicing), grazie al quale posizioniamo la filiera su un tema, quello dei servizi in orbita, che sarà chiave nella politica europea di settore. Sono convinto che la Space Economy italiana sia una formula passibile di sviluppi ulteriori e che, anche in questo caso, trarrà uno stimolo aggiuntivo dal piano Next Generation EU.

 

In meno di mezzo secolo il settore aeronautico ha conosciuto una fortissima spinta innovativa, che ha determinato anche numerosi spillover nei confronti di altri settori. Pensiamo solo alle applicazioni per uso civile del GPS a partire dagli anni Novanta. Ritiene che l’investimento nel settore aerospaziale possa contribuire all’accrescimento del contenuto scientifico e tecnologico del sistema produttivo italiano?

Gian Paolo Manzella: È un dato certo, ed è questa la prospettiva. È un settore di frontiera, in cui si sperimentano tecnologie e materiali che domani saranno presenti in prodotti o servizi lontani dallo spazio. Per raggiungere questo risultato è necessario lavorare al raccordo tra mondo della ricerca, dell’università e delle imprese, sviluppando l’ecosistema industriale dell’aerospazio. È il momento di farlo. Vede, mai come oggi, la competitività italiana passa dalla capacità di essere un sistema compatto, non una mera sommatoria di singole eccellenze. In questo senso, il Next Generation EU è la grande occasione per far sì che parole come innovazione, digitalizzazione, trasferimento tecnologico, transizione verde, divengano patrimonio del più ampio numero di imprese. E sono convinto che se il Paese riuscirà a costruire legami stretti tra i diversi attori, abbiamo una possibilità concreta di giocare un ruolo importante, perché siamo, già oggi, all’avanguardia dal punto di vista della ricerca, della qualità del capitale umano, della capacità manifatturiera e artigianale, della qualità dell’automazione. Insomma, abbiamo una serie di vantaggi competitivi cruciali per il futuro. Abbiamo bisogno di crederci, prima di tutto, e poi di costruire attorno a questa missione delle istituzioni. Nello specifico, la mia idea è che abbiamo bisogno di un ‘luogo’ di politica industriale. In Francia c’è il Conseil National de l’Industrie (CNI), cui partecipano gli attori più importanti dell’economia e dell’industria. Si individuano filiere strategiche, si definiscono programmi, ogni sei mesi si fa il punto sui risultati. Ecco, penso che il nostro Paese dovrebbe mettersi su una strada analoga. Una necessità tanto più forte per la nostra storia amministrativa, in cui non c’è l’humus comune tra grand commis pubblici e dirigenti delle grandi imprese private che c’è in Francia, in virtù di comuni percorsi formativi nelle università politecniche o all’ENA. E a chi mi dovesse dire: ancora un altro organismo? risponderei con l’esempio dell’Istituto italiano di tecnologia che, nel giro di qualche anno, ha raggiunto livelli di eccellenza mondiale. Insomma, abbandoniamo scetticismi distruttivi e proviamo a credere di nuovo nello Stato.

 

Passando in rassegna i soggetti coinvolti nella realizzazione del programma Mirror GovSatCom (Thales Alenia Space Italia, Telespazio, Leonardo, Sitael e Airbus Italia), si nota accanto a rinomati nomi italiani anche una consistente presenza francese. Traendo spunto da questo esempio le chiediamo: fino a che punto le direttrici di sviluppo italiane sono legate a quelle europee? Con quale Paese l’industria aereospaziale italiana è più integrato?

Gian Paolo Manzella: La dimensione è quella europea e lo sarà sempre di più. Un segno chiaro di questa tendenza si può rintracciare già nell’ultima riunione ministeriale dell’Agenzia spaziale europea – ESA di Siviglia – che ha visto un grande impegno finanziario italiano in quella sede. Sul resto è evidente che storicamente l’Italia ha dei rapporti consolidati con la Francia, ma è altrettanto chiaro che il nostro Paese si deve muovere sempre più in una logica di collaborazione europea in questo settore, cogliendo le possibilità che si aprono per le nostre capacità. Anche in questo il Next Generation EU deve essere un cambio di paradigma. Dobbiamo ‘stare’ di più in Europa, contribuire di più alle decisioni che si prendono a Bruxelles. Insomma per contare di più, bisogna lavorare di più e meglio. In fondo è semplice.

 

I progetti legati all’economia dello spazio potrebbero avere un ruolo importante nella fase progettuale legata all’utilizzo delle risorse del piano Next Generation EU?

Gian Paolo Manzella: La space economy è esplicitamente menzionata nel piano Next Generation EU, quindi avremo una continuazione del primo programma space economy anche grazie a queste risorse. Non era ovvio: per molti settori si è scelto un approccio ‘orizzontale’, riconducendo la possibilità di farli rientrare nelle categorie della transizione verde e della digitalizzazione, senza il riconoscimento della specificità dei singoli settori. Il fatto, quindi, che l’aerospazio abbia avuto un tale riconoscimento è molto significativo: e, d’altra parte, è l’Europa a dirci che questo è un settore strategico per il futuro europeo: industriale, economico, della ricerca e, inevitabilmente, dell’influenza geopolitica.

 

La corsa alla Space economy sembra riguardare non soltanto attori statali, ma anche colossi privati come Tesla e Amazon che dispongono di capitale finanziario, e potenzialmente di know-how, fortemente competitivi. Che rapporti si possono, a suo avviso, instaurare tra gli Stati e questi soggetti privati nelle evoluzioni future dell’economia dello spazio? Come si inquadra questa tendenza con l’esistente governance dell’outer space?

Gian Paolo Manzella: Lo spazio è in cambiamento. Per la sua valenza simbolica, all’inizio prevalevano logiche di tipo quasi esclusivamente politico, a dispetto di valutazioni economiche. Oggi il quadro è cambiato. Si registrano ritorni in termini finanziari dalle esplorazioni spaziali e si affermano logiche economiche. Inevitabile che cambi il ruolo dello Stato. Da un lato occorre focalizzarsi sull’attività di regolazione, perché l’apertura alla commercializzazione e la pluralità di possibili attori che operano nel settore pone questo problema. D’altro lato è necessario capire il tipo di collaborazione da instaurare con i soggetti privati. In un campo che si è aperto al settore privato il ruolo dello Stato cambia necessariamente. È un passaggio progressivo, ma stiamo già assistendo a cooperazioni tra Stati e privati in questo ambito. Paradossalmente, vista la complessità dei temi, entriamo in una fase di ‘normalizzazione’ dello spazio dal punto di vista dei rapporti tra Stato e industria. E, se possiamo, anche qui sta la valenza positiva del Piano Space Economy. Ho cominciato già a lavorare in questa direzione.

 

In conclusione, anche in relazione all’uscita dalla crisi innescata dalla pandemia, quale può essere il contributo dell’economia dello spazio nel disegnare il modello di sviluppo futuro del Paese?

Gian Paolo Manzella: Mi ricollego a quanto detto all’inizio. Lo spazio è parte integrante della strategia industriale italiana. E non è mai stato così ‘vicino’: significa servizi immediati per la vita di tutti i giorni, cose che parlano ai cittadini. Dobbiamo lavorare perché questo avvicinamento continui, perché le università si specializzino sempre di più nella formazione di professionisti dello spazio, perché la filiera si rafforzi, perché le startup spaziali si facciano avanti. Ci sono dei dati che mi colpiscono. Un anno fa ho partecipato alla presentazione di un’impresa torinese che sta raccogliendo il made in Italy per lo spazio. È stata l’occasione per riflettere su opportunità di business a cui di solito non si pensa: nel futuro del turismo spaziale le tute degli astronauti non potranno essere disegnate da stilisti italiani? Il cibo delle missioni non potrà essere pensato da chef italiani? Poi il Fondo Primo Space – a cui partecipa la Cassa Depositi e il Fondo Europeo per gli investimenti – sta cominciando a guardare startup in cui investire. E sa quante ne ha viste in sei mesi? Circa mille. E, diversamente da quello che si potrebbe pensare, la maggioranza è nella manifattura, e non nel digitale. Sono dati che dicono che c’è una filiera enorme che ruota intorno a questo settore e che va ben oltre i ‘classici’ lanciatori, satelliti o le applicazioni per esaminare i dati. Oltre a questo c’è un grande spazio per far entrare i servizi relativi allo spazio dentro la Pubblica amministrazione. Anche in questo ambito dobbiamo cercare di posizionarci a livello internazionale. Proprio per questa vastità di elementi, il prossimo passo è una strategia italiana dello spazio: che applichi quella europea e la porti a dialogare con le caratteristiche della nostra economia.

Scritto da
Giacomo Centanaro e Alberto Prina Cerai

Giacomo Centanaro: Laureato in Studi internazionali alla Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze. Studente presso la magistrale in Relazioni Internazionali dell’Università di Firenze e iscritto al Corso Executive Affari strategici della LUISS School of Government. Appassionato di relazioni internazionali, di storia e di geoeconomia. Alberto Prina Cerai: Laureato in Scienze Strategiche all’Università degli studi di Torino e in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Corso Executive Affari strategici della LUISS School of Government.

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