“Lottare contro la povertà” di Esther Duflo
- 02 Maggio 2022

“Lottare contro la povertà” di Esther Duflo

Recensione a: Esther Duflo, Lottare contro la povertà, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 80, 12 euro (scheda libro)

Scritto da Massimo Aprea

8 minuti di lettura

Il Collège de France è una prestigiosa istituzione che fin dalla sua fondazione nel 1530 si propone di diffondere il «il sapere in fieri» (p. pag. VII), privilegiando gli aspetti dinamici e dialettici della conoscenza che, in un movimento incessante, portano avanti la nostra comprensione del mondo in cui viviamo. Nell’ambito di questa sua importantissima attività, il Collège de France offre ogni anno quattro cattedre tematiche a professori che si sono distinti muovendosi alla frontiera della propria disciplina. Nell’anno accademico 2008-2009 la cattedra Saperi contro la Povertà è stata offerta a Esther Duflo, professoressa di economia dello sviluppo al Massachusetts Institute of Technology e Nobel per l’Economia nel 2019 insieme a Michael Kremer e Abhijit Banerjee, che l’8 gennaio del 2009 ha pronunciato la sua lezione inaugurale Esperienza, scienza e lotta alla povertà pubblicata in italiano nel 2021 da Laterza, in una traduzione curata da Fabio Galimberti.

Lottare contro la povertà appare un imperativo politico e morale in un mondo così ricco e contraddittorio come quello in cui viviamo, ma per farlo occorre da un lato definire la povertà, e dall’altro comprendere quali sono gli strumenti che si hanno a disposizione nella lotta. La posizione che Esther Duflo prende rispetto alla prima questione è chiara sin dalle primissime battute della sua lezione inaugurale, quando elenca alcuni dati riguardanti quello che potremmo definire il “fanalino di coda” del pianeta, ossia quegli 1,4 miliardi di persone che nel 2005 vivevano con meno di un dollaro al giorno. I poveri vengono dunque identificati come coloro che, vivendo al di sotto di una soglia assoluta di reddito resa comparabile tra Paesi tenendo in considerazione i differenziali di potere di acquisto[1], sono privati delle proprie capacità elementari e non possono accedere a quelli che nel pensiero dell’economista Amartya Sen vengono definiti «funzionamenti».

Per quanto riguarda le modalità della lotta, invece, la lezione di Esther Duflo è in primo luogo un richiamo alla modestia e al rigore del metodo: è infatti fuorviante proporre, come spesso accade, soluzioni semplici a un problema così complesso e articolato, ma è possibile sperimentare e valutare rigorosamente soluzioni di entità più limitata, e adattate di volta in volta al contesto di riferimento, volte a rendere più sopportabili le condizioni del segmento più svantaggiato della popolazione. È proprio su quest’ultimo aspetto che la lezione di Duflo è particolarmente interessante e innovativa: con grande semplicità espositiva, guida il lettore alla scoperta del metodo sperimentale nell’economia, che si fonda sulla sperimentazione e valutazione continua di proposte politiche innovative e che costituisce, nel pensiero dell’autrice, l’unica vera possibilità di servizio dell’economia al bene comune. La lotta alla povertà è infatti la risposta a una crisi permanente e richiede uno sforzo creativo continuo, accompagnato dal rigore scientifico nella valutazione dei risultati conseguiti. Il sapere che ne deriva è dunque necessariamente un sapere parziale, limitato sia al contesto in cui la politica specifica è stata applicata sia alle sue caratteristiche e modalità di implementazione, e quindi non facilmente estendibile ad altri contesti. Nondimeno, tale sapere è estremamente utile nel dare piccole ma vitali risposte a moltissime persone in condizioni di forte difficoltà e, più in generale, a smentire l’assolutezza di alcune teorie che spesso vengono assunte senza alcuna verifica empirica. 

 

L’economista e l’idraulico: per un’economia modestamente normativa

Esther Duflo si dichiara profondamente convinta che gli economisti possano contribuire all’innovazione sociale. La condizione fondamentale è tuttavia che la scienza economica si allontani dalla tradizione positivista dominante, legata alle teorie della scuola di Chicago, e si apra ad una prospettiva moderatamente normativa. In altri termini, l’economista non deve limitarsi a osservare la realtà e a dedurre le sue leggi assumendo che il principio razionale ottimizzante che muove i comportamenti dei vari operatori conduca sempre al migliore dei mondi possibili. Al contrario, siccome il mondo è complesso e ci sono molte ragioni per cui il sistema delle scelte compiute dai vari agenti che popolano l’economia si muove su un sentiero subottimale, l’economista ha il compito di utilizzare le proprie conoscenze per proporre soluzioni pratiche in risposta a obiettivi concreti. «È utile concepire gli economisti non come scienziati puri, ma come tecnici, ingegneri, o anche semplicemente idraulici specializzati» (p. 25), che non a caso intervengono sulla realtà in base al presupposto che qualche suo aspetto non sia come dovrebbe essere.

 

I fertilizzanti in Kenya: i meriti del metodo sperimentale nell’economia

Secondo la teoria standard, che assume gli agenti siano perfettamente razionali e che il libero gioco delle forze del mercato porti sempre all’equilibrio migliore, sovvenzionare un bene che non viene acquistato è soltanto una distorsione e uno spreco di risorse. Uno studio[2] sui fertilizzati in Kenya di Esther Duflo, Michael Kremer e Jonathan Robinson dimostra invece l’opposto: sovvenzionare i fertilizzanti rappresenta un miglioramento decisivo per molti contadini kenioti. L’intuizione è che ci sia qualche ostacolo di carattere economico o informativo che impedisce ai contadini di prendere le decisioni migliori. Ad esempio, potrebbe darsi che i contadini non abbiano mai sentito parlare dei fertilizzanti, o che non li sappiano utilizzare; che, pur sapendoli utilizzare, siano fortemente avversi al rischio di modificare il loro metodo di coltura, o che semplicemente non dispongano della liquidità necessaria al momento dell’acquisto. Quale di questi ostacoli sia rilevante può essere stabilito solo con il lavoro sul campo: come l’idraulico quando smonta una tubatura, il ricercatore deve comprendere quale sia l’origine della perdita e intervenire in modo mirato e intelligente.

Nel contesto dello studio citato, i ricercatori hanno notato che una delle motivazioni dello scarso uso di fertilizzanti da parte dei contadini kenioti fosse la scarsa liquidità al momento dell’acquisto. Alcune teorie al confine tra la psicologia e l’economia spiegano, infatti, che le decisioni riguardo al presente e al futuro coinvolgono aree diverse del cervello, creando un io odierno emotivo-impulsivo e un io che pensa al futuro riflessivo-razionale. In termini di scelte comportamentali questo implica che, in assenza di possibilità di auto-vincolarsi (come Ulisse all’albero della sua nave…), l’io presente tende a rimandare a un domani imprecisato una decisione che riduce la sua soddisfazione nel presente. Parafrasando, è difficile che un contadino che ha appena incassato i proventi del raccolto, e dunque dispone della liquidità necessaria per comprare i fertilizzanti per il raccolto dell’anno successivo, decida di privarsene subito. È più probabile che decida di mettere da parte dei soldi da utilizzare in un momento successivo. Tuttavia, quando il momento dell’acquisto arriva, accade spesso che abbia già speso i soldi messi da parte per qualche evento imprevisto e che si trovi senza la liquidità necessaria. L’esperimento di Duflo e coautori si fonda proprio sulla comprensione di questo meccanismo e lo sfrutta per aiutare gli agricoltori kenioti a prendere le decisioni migliori. In particolare, in collaborazione con una ONG, si è offerta a diverse centinaia di contadini scelti casualmente la possibilità di non pagare la consegna se avessero acquistato i fertilizzanti alla tariffa normale subito dopo il raccolto, introducendo in tal modo un incentivo sia economico che psicologico ad effettuare la decisione di investimento nel momento di maggiore disponibilità di liquidità. Il risultato è stato un aumento dell’impiego di fertilizzanti nel gruppo trattato di una percentuale compresa tra il 30% e il 51%. La comprensione di un meccanismo economico e psicologico alla base della scelta di investimento dei contadini kenioti è stato dunque il grimaldello che ha permesso agli sperimentatori di modificarne un piccolo elemento e di migliorare la condizione di molti di loro. Gli economisti si sono messi con creatività e umiltà al servizio della comunità e hanno trovato una soluzione a un problema di grande importanza. Per inciso, è particolarmente interessante notare come tale politica non potrebbe essere considerata distorsiva neanche secondo le più rigide categorie economiche mainstream: il sovvenzionamento, infatti, non ha alterato i prezzi distorcendo il loro contenuto informativo e ha soltanto reso possibili alcune scelte che gli agricoltori avrebbero voluto fare a prescindere. Ma come si fanno a valutare con precisione gli effetti di una politica rispetto al suo obiettivo? È qui che entra in gioco la valutazione di impatto.

 

Sindaci donna in India: la valutazione di impatto

«Non c’è niente di più comodo che raccontarsi che i fondi destinati alla lotta contro la povertà vengano sprecati per trarne la conclusione che è meglio tenersi i propri soldi» (p. 30). Questo rende la valutazione di impatto una fase vitale della lotta contro la povertà. Tuttavia, quantificare con precisione gli effetti di una politica rispetto agli obiettivi preposti è estremamente difficile. La motivazione è che spesso una serie di caratteristiche manifeste o nascoste degli individui rendono incomparabile il gruppo dei trattati da quello dei non trattati (distorsione da selezione). L’econometria tradizionale tenta di risolvere il problema controllando (nell’ambito di regressioni statistiche) per tutti i fattori osservabili che possono generare questa eterogeneità. In molti casi, tuttavia, questo si dimostra insufficiente, rischiando di assegnare alla politica effetti che invece dipendono da caratteristiche nascoste e incontrollabili degli individui. L’economia sperimentale, invece, affronta la questione da una prospettiva diversa: facendo collaborare gli attori sul campo e i ricercatori fin da prima del lancio del programma, si sceglie un campione casuale di partecipanti all’interno di gruppo di beneficiari potenziali e si confrontano gli effetti tra il gruppo di trattamento e il gruppo di controllo. Il criterio casuale di scelta del gruppo di trattamento costituisce la garanzia che esso sia del tutto comparabile al gruppo di controllo e consente dunque di interpretare le differenze nei risultati come causate unicamente dalla partecipazione al programma.

Per comprendere meglio le difficoltà connesse alla valutazione degli effetti di un programma è molto utile un esempio citato nel volume. Nel 1993 l’India ha modificato la propria Costituzione imponendo una rappresentanza femminile in almeno un terzo di tutti i collegi municipali delle regioni rurali. Immaginiamo dunque di dover valutare (come è stato fatto in due distinti studi) se tale politica abbia influito sul tipo di decisioni prese a livello di collegio municipale e sulla disponibilità dei cittadini che hanno avuto un sindaco donna a votare una donna in futuro. Quando si comparano le scelte compiute dai consigli di villaggi che hanno votato una donna e villaggi che hanno votato un uomo ci si scontra, tuttavia, con la seguente difficoltà: è probabile che i villaggi che hanno eletto una donna siano diversi da quelli che hanno eletto un uomo (meno pregiudizi, più attenzione ad alcuni temi tradizionalmente incarnati dalle donne, e così via) e che siano queste caratteristiche, e non il sesso del sindaco, a causare la diversità delle politiche. La possibilità di fornire una risposta rispetto agli effetti di avere un sindaco donna è dunque affidata alla modalità di implementazione del programma: ad ogni elezione vengono estratti casualmente dei villaggi “riservati” (un terzo del totale) in cui solo le donne possono candidarsi ed è proprio il criterio casuale di selezione che garantisce la comparabilità sotto ogni aspetto – tranne il sesso del sindaco – dei villaggi riservati alle donne e i rimanenti (quasi tutti con un sindaco uomo). L’osservazione delle politiche effettuate in questo setting sperimentale consente dunque di affermare che effettivamente le donne tendono a privilegiare i beni pubblici più strettamente legati alle esigenze femminili (acqua potabile). Volendo poi chiarire se l’avere avuto un sindaco donna abbia reso i cittadini maggiormente disposti a votare per una donna in futuro, uno studio successivo si è dovuto confrontare con la possibilità che le risposte fossero influenzate da pregiudizi sulle donne o dall’esigenza di dare una certa immagine di sé. Dunque, invece di porre semplicemente la domanda agli abitanti dei villaggi riservati, i ricercatori hanno preferito far ascoltare lo stesso discorso pronunciato da una voce maschile e una voce femminile a dei campioni casuali di cittadini in vari villaggi: l’importante risultato che hanno potuto constatare è che mentre nei villaggi che non erano mai stati governati da una donna gli abitanti tendevano a trovare meno convincente il medesimo discorso pronunciato dalla voce femminile, nei villaggi riservati questa differenza scompariva completamente. La politica delle quote è dunque stata importante anche nel modificare l’immagine sociale delle donne.

 

Conclusioni                                                                                   

Lottare contro la povertà di Esther Duflo è un testo senza dubbio molto interessante. Con grande semplicità e chiarezza espone il lettore non esperto ad un campo complesso e in grande espansione della scienza economica, quello dell’economia sperimentale, e dimostra che la scienza economica può essere molto utile, se ben applicata, per risolvere alcuni problemi concreti dei più poveri. Provocatoriamente, si potrebbe sostenere che è anche un testo sui limiti di uno dei rami del sapere considerati più importanti nelle società moderne, quello dell’economia, che non possedendo le categorie per una comprensione complessiva delle leggi della realtà deve limitarsi a intervenire su alcuni suoi aspetti concreti e controllabili, come l’idraulico quando un tubo perde.

Certamente non esiste una soluzione semplice al problema della povertà, quantomeno nell’ambito delle soluzioni strettamente economiche. È infatti il campo della politica che, fondandosi su una visione del mondo in cui la prosperità sia realmente condivisa, dovrebbe fornire delle soluzioni più generali e complessive a questo gravissimo problema. Oltre gli slogan, tuttavia, sono spesso gli interessi particolari che tendono a prevalere, come dimostra il recente rifiuto della proposta di moratoria sui brevetti per i vaccini contro il Covid-19 in sede WTO. La lotta, dunque, è ancora lunga e all’orizzonte non si vede nulla che assomigli alla costa.


[1] La soglia di povertà è infatti valutata in dollari PPP (Purchasing Power Parity o parità di potere di acquisto). 1$ PPP corrisponde dunque a diverse quantità di moneta nazionale a seconda del potere di acquisto domestico della moneta in questione.

[2] Esther Duflo, Michael Kremer e Jonathan Robinson, Nudging Farmers to Use Fertilizer: Theory and Experimental Evidence from Kenya, in «American Economic Review», 2011, 101(6), 2350-90.

Scritto da
Massimo Aprea

Ha conseguito nel 2018 la laurea in Economia politica presso l'Università La Sapienza di Roma. I suoi interessi riguardano le disuguaglianze e le politiche in grado di fronteggiarle efficacemente. Attualmente è dottorando in Economia politica presso l'università La Sapienza di Roma.

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