Quo vadis, baby? Luigi Di Maio e il MoVimento 5 Stelle
- 22 Gennaio 2020

Quo vadis, baby? Luigi Di Maio e il MoVimento 5 Stelle

Scritto da Davide Vittori

6 minuti di lettura

In questo articolo Davide Vittori, autore per LUISS University Press di Il valore di uno. Il Movimento 5 Stelle e l’esperimento della democrazia diretta dove ha affrontato la traiettoria storica, le posizioni politiche e i risultati elettorali affiancandogli una particolare attenzione all’organizzazione e alla vita interna del MoVimento 5 Stelle, ricostruisce il percorso politico di Di Maio per approfondire l’evoluzione organizzativa del Movimento.


Si è chiusa la stagione di Luigi Di Maio alla guida del MoVimento 5 Stelle. Nonostante sembra passata un’era geologica, la sua elezione a candidato premier nonché a Capo Politico del MoVimento 5 Stelle, risale “solamente” al settembre del 2017. Il tempo per una vittoria trionfale, quella delle politiche del marzo 2018 e di alcune sconfitte brucianti, le europee dello scorso maggio e le elezioni regionali dal 2018 ad oggi. Le dimissioni arrivano alla vigilia di un’altra tornata che, oltre a essere decisiva in un senso o nell’altro per il governo Conte, si preannuncia piuttosto fosca per il MoVimento 5 Stelle. Ma andiamo con ordine e seguiamo la traiettoria di Luigi Di Maio per capire una cosa più importante: l’evoluzione organizzativa del MoVimento 5 Stelle.

La parabola di Luigi Di Maio all’interno del partito grillino inizia ben prima del 2017; eletto parlamentare per la circoscrizione Campania 1, Di Maio diviene uno dei componenti del cosiddetto Direttorio istituito da Grillo e Gianroberto Casaleggio nel 2014, per tentare di dare una forma ad un partito cresciuto impetuosamente con il risultato delle politiche del 2013. Di Maio nel Direttorio ricopre il delicato ruolo di responsabile degli enti locali in una stagione in cui sono ancora spinosi i casi di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma epurato dal partito e in aperto contrasto con Di Maio, e di Virginia Raggi, all’epoca alle prese con le vicende giudiziarie legate ad alcuni suoi assessori. Si tratta di una parentesi di meno di due anni, dato che nel novembre del 2016 il Direttorio viene formalmente sciolto, ma che segna il partito. Come detto, passa poco di un anno dallo scioglimento e Di Maio diviene Capo Politico del MoVimento 5 Stelle, sostituendo Beppe Grillo. Un cambio che avviene, tuttavia, con primarie non competitive in cui il potenziale sfidante, Roberto Fico, si fa da parte in polemica con la scelta. Insieme con la nomina di Di Maio avviene un’altra importante trasformazione, il cambiamento dello Statuto, avvenuto a fine 2017. Per la prima volta, l’organizzazione pentastellata che si era retta su una diarchia, composta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio (e a seguito della sua scomparsa, da suo figlio Davide), diviene una sorta di triumvirato, in cui a Davide Casaleggio sarebbe toccata la leadership organizzativa, a Di Maio quella politica e a Grillo quella simbolico-politica del Garante, figura tutt’altro che marginale secondo lo Statuto grillino.

Il vertice dell’organizzazione così delineato è rimasto intatto sino ad oggi: un vertice, è bene ricordarlo, che gode di ampia libertà di manovra e che vede uno sbilanciamento di risorse (materiali e immateriali) a proprio favore, che nessun’altra componente organizzativa pentastellata possiede. Nemmeno gli iscritti al partito, che nella idea del MoVimento avrebbero dovuto costituire il nerbo del partito. Certamente agli iscritti è stato garantito un potere formale sconosciuto agli altri partiti. Ed è altrettanto vero che in nessun altro partito si è votato su così tante scelte strategiche (alleanze in primis). Tuttavia, queste votazioni degli iscritti, che rappresentano la traduzione pratica del concetto di democrazia diretta immaginata dal MoVimento 5 Stelle, hanno un carattere più di ratificazione che di vera e propria scelta. Va però anche ricordato che è accaduto, come di recente per il voto in merito alla partecipazione del partito alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, che l’opzione caldeggiata dalla leadership sia stata ribaltata. Si tratta di eccezioni, però (tre casi su centinaia di votazioni). Semmai accade più spesso che quando invece la leadership non si sbilancia più o meno chiaramente, le votazioni diano risultati meno scontati (ad esempio per le primarie a livello regionale).

Un’organizzazione con una leadership triarchica e un costante coinvolgimento degli iscritti tende ad assumere i tratti plebiscitari se, come nel caso del MoVimento 5 Stelle, mancano organismi di intermediazione degli interessi tra i vari livelli istituzionali (nazionale, regionale, locale). Ed è questo il secondo tratto che, in aperta polemica contro la partitocrazia, ha delineato un modello fondato sulla democrazia diretta. Un modello che potesse dare voce “direttamente” agli iscritti e che facesse parlare gli iscritti attraverso la leadership. Il MoVimento 5 Stelle ha tentato di tenere fede a tale principio per quasi un quinquennio: dopodiché la creazione del Direttorio ha dato il via a un processo di istituzionalizzazione che è ancora in corso e che ha visto nello Statuto del 2017 e nelle recentissime riforme due pilastri volti a omologare il MoVimento ad altre strutture partitiche, sebbene lo stesso formalmente rifiuti di accostarsi ai “vecchi partiti”.

L’essersi orgogliosamente caratterizzato per un partito senza radici organizzative (e anche ideologiche, ma questo porterebbe il discorso troppo in là), si è rivelato essere un limite strutturale fortissimo su cui hanno peraltro pesato tanto le spinte centrifughe provenienti dai livelli sub-nazionali quanto quelle provenienti dai gruppi parlamentari, specialmente in questa legislatura. Un partito con una proiezione nazionale non può esimersi dall’avere una sua penetrazione locale: non si tratta di una legge ferrea, ma di una necessità inalienabile, con cui il MoVimento 5 Stelle ha dovuto fare in conti partendo da un dato di realtà: la discrepanza dei voti alle politiche con quelli delle regionali e comunali.

Il MoVimento 5 Stelle ancora deve vincere un’elezione regionale e il confronto tra le performance alle elezioni politiche del 2013 e del 2018 comparato con le regionali è impietoso. Solo in Lombardia, regione in cui storicamente ha ottenuto risultati piuttosto magri, la differenza tra regionali e politiche più vicine nel tempo si aggira attorno al -5%. In nessun caso, comunque, il MoVimento 5 Stelle ha raccolto più voti alle regionali che alle politiche e, anzi, recentemente questo gap è andato aumentando vertiginosamente: solo nell’ultimo anno -24,1% in Basilicata, -20,2% in Abruzzo, -32,80% in Sardegna e -12,8% in Piemonte. Se a questo si aggiunge che dal marzo 2018 il Capo Politico, nonché tesoriere del partito, è anche Ministro della Repubblica si può facilmente capire come, piattaforma Rousseau a parte, l’organizzazione del partito necessitasse una radicale riforma.

Riforma che, tuttavia, è avvenuta per step e con un passaggio fondamentale, la “fiducia” al Capo Politico accordata dagli iscritti all’indomani della sconfitta alle Europee. Una netta vittoria per Di Maio, che ha permesso di legittimare importanti cambiamenti: partendo da un “dibattito”[1] sui generis sulla nuova struttura del MoVimento e su alcuni capisaldi grillini, come la modifica del limite dei due mandati, si è giunti ad una serie di votazioni avvenute nel corso degli ultimi mesi. Il risultato finale di tale trasformazione è stata l’introduzione di 6 facilitatori nazionali, referenti del partito in diverse aree organizzative (Formazione e personale, Comunicazione, Attivismo locale, Campagne elettorali, Supporto Enti locali amministrati dal MoVimento 5 Stelle, Coordinamento e affari interni). Una sorta di nuovo direttorio con funzione organizzative e con una novità rilevante al suo interno, per la prima volta una figura non eletta, Enrica Sabatini, socia di Rousseau e braccio destro di Davide Casaleggio, avrà un ruolo di responsabilità (facilitatrice dell’area Coordinamento e affari interni). Accanto a questi gli iscritti hanno votato i cosiddetti Team del Futuro con a capo altri facilitatori nazionali che invece sono referenti per aree tematiche: contrariamente ai facilitatori “organizzativi”, su cui la scelta lasciata agli iscritti era solo quella di accettarli in toto o meno, per l’elezione del Team del Futuro si sono votati gruppi e piattaforme differenti in 7 casi su 12 (in 5 casi – Agricoltura e pesca, Ambiente Esteri e Unione Europea, Innovazione, Sicurezza e difesa –  invece vi era solo un piattaforma partecipante, automaticamente eletta). Ricapitolando, accanto a Di Maio sono state elette 18 nuove figure, 6 per l’area organizzativa e 12 per quella ideologica, che dovrebbero creare un nuovo Team del Futuro. Un organismo rappresentativo? Non proprio, perché si tratta di coordinatori che non hanno per Statuto, a meno di modifiche, alcun ruolo né alcun potere formalizzato. In più, il Team del Futuro avrà una ramificazione sub-nazionale, i facilitatori regionali, 3 per ogni regione (le aree sono le seguenti: Formazione e coinvolgimento, Relazioni interne, Relazioni esterne). Tuttavia, si tratta sempre di un tentativo strutturato di normalizzazione del partito che, peraltro, a marzo convocherà gli Stati Generali.

Non un vero e proprio congresso, ma quasi. Perlomeno comparato con le kermesse degli anni passati: agli Stati Generali il MoVimento 5 Stelle ci arriverà fortemente indebolito e non ancora certo di essere alleato di maggioranza di un governo in carica o dimissionario. Dimissionario, invece, sarà il Capo Politico: una seconda transizione per un MoVimento che ha cambiato pelle diverse volte nel corso di questi dieci anni di esistenza e la cui principale forza, l’essere volutamente terzo polo tra centro-sinistra e centro-destra proponendosi come partito post-ideologico, è divenuto in pochissimo tempo un punto di debolezza. Un partito che, elettoralmente, ha sofferto la prima grande sconfitta a livello nazionale (Europee) e dove lo scarso radicamento territoriale, certamente un fattore non nuovo per i grillini, ha richiesto un intervento radicale da parte della leadership. Che forse ha capito (troppo in ritardo?) che per un partito in crisi elettorale, un cuscino “organizzativo” sul quale cadere è di primaria importanza. Perché rialzarsi con le ossa rotte non è mai facile. A volte impossibile.


[1] La funzione cosiddetta Area Ascolto all’interno della piattaforma Rousseau in cui gli utenti in realtà potevano esprimere la loro opinione, senza un contraddittorio tra loro o con la leadership.

Scritto da
Davide Vittori

Davide Vittori è post-doc fellow presso la LUISS-Guido Carli. Ha pubblicato di recente per LUISS University Press “Il valore di uno. Il Movimento 5 Stelle e l’esperimento della democrazia diretta”. È stato visiting PhD presso lo European University Institute e visiting student presso la University of Nijmegen e la Johns Hopkins University. I suoi interessi di ricerca spaziano dall’analisi delle organizzazioni partitiche al comportamento elettorale e i sistemi partitici europei. Ha pubblicato contributi per «Rivista Italiana di Scienza Politica», «Comparative European Politics», «Swiss Political Science Review» e altre riviste. È co-curatore di una special issue su Digital Activism e Digital Democracy per «International Journal of Communication». Ha collaborato alla stesura di alcuni degli ultimi rapporti CISE.

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