“Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia” di Marina Forti

Malaterra

Recensione a: Marina Forti, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 208, 13 euro (scheda libro).


Il problema ecologico non coincide con il problema del cambiamento climatico. Chi non capisce questo non capisce perché è così importante ripensare (e rifare) le società occidentali e quindi il motivo della centralità del problema per chi è al mondo nel 2018. Il problema dell’ecologia investe l’esistenza degli uomini nel suo complesso. Non è quindi un problema della natura, né della cultura: è all’intreccio tra questi due campi in cui l’Occidente si divide che scaturisce il tema dell’ecologia. Che tale incrocio sia un problema è un fatto contingente, e non necessario.

Questo è quanto emerge dal libro di Marina Forti, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, dedicato ai fenomeni di degrado dell’ambiente e di conseguente ricaduta sulle comunità che vi risiedono in termini di salute e di vivibilità di quegli stessi ambienti. Il libro è un lungo elenco di mondi distrutti, mondi che ancora oggi portano i segni di un passato (spesso di un presente) che ne ha alterato la relativa stabilità. Di questi mondi non erano parte solo gli alberi e le rocce, ma anche gli uomini. In Italia non esiste la wilderness. Per usare la terminologia di un’importante studioso italiano, Alberto Magnaghi, essa è più una bioregione, da secoli confusione di natura e cultura, di storia naturale e storia dell’uomo. In questo contesto Forti colloca la sua inchiesta in giro per l’Italia, volta a mostrare la distruzione di tutti questi mondi e le resistenze che puntualmente sono nate.

Il panorama è appunto quello della bioregione, intersecato a un apparato industriale ormai abbandonato. L’idea di fondo è quella che una serie di decisioni, edificazioni e piani industriali risalenti in generale (ma non in tutti i casi elencati nel testo) agli anni Sessanta e Settanta, abbiano cominciato a manifestare la loro pericolosità per questi mondi umani-naturali a partire dai tardi anni Ottanta, per continuare, quasi indisturbati, fino ad oggi. L’episodio che scatena in Italia la consapevolezza del problema ambientale legato all’industrializzazione è, secondo Forti, lo shock di Seveso, nel 1976, quando una nuvola contenente, tra le altre sostanze, tetracloro-dibenzo-p-diossina, o TCDD, la più pericolosa della famiglia delle diossine – ovvero uno dei più dannosi sottoprodotti della reazione chimica e sostanza nociva già in quantità dell’ordine dei microgrammi – si alzò dallo stabilimento chimico ICMESA di Meda, una ventina di chilometri a Nord di Milano. Tale episodio, che scatenò una serie di seri casi di intossicazione, portò all’evacuazione di tutta Seveso e Meda e negli anni successivi al primo abbozzo di una legislazione ambientale, fino ad allora non presente in Italia.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Natura e Cultura

Pagina 2: Dalla bioregione alla malaterra

Pagina 3: Un compito per il futuro


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

Comments are closed.