“I misteri della sinistra” di Jean-Claude Michéa
- 05 Maggio 2017

“I misteri della sinistra” di Jean-Claude Michéa

Scritto da Enrico Fantini

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Socialismo e sinistra

Nel processo storico su delineato il movimento socialista originario perde la propria specificità: al tempo della sua autonomia era disposto a condividere il rifiuto liberale della società d’Ancien Régime, non la critica dei vincoli sociali in sé. Qui si impone allora un punto fondamentale: «Il processo di emancipazione liberale prevede che ci si liberi dell’insieme degli obblighi e dei vincoli comunitari tradizionali ai quali l’esistenza di ciascun essere umano si trova inizialmente sottoposta: va da sé che qualunque forma di appartenenza o di identità che non sia stata scelta liberamente da un individuo risulta potenzialmente oppressiva e “discriminante”», (p. 31). Ma se il liberalismo è costitutivamente indifferente nei confronti di ogni vincolo comunitario o di confine geografico che tale comunità delimita, le uniche forme in grado di operare un disciplinamento degli aggregati umani diventano il mercato e il diritto astratto, entrambi istituti “assiologicamente neutri”. Il «mercato diventa la sola istanza di socializzazione che sia compatibile con la libertà individuale perché il mercato assiologicamente neutro non esige da parte degli individui che mette in relazione alcun particolare impegno morale o effettivo (pp. 31-32); il diritto astratto invece si trasforma nella «cornice giuridica» che disconosce i «valori della morale». Se la logica liberale «porta a distruggere qualsiasi comunità umana attraverso l’intenzione di “farla entrare nella modernità” e di introdurvi la “libertà” e i “diritti dell’uomo”», (p. 84), la sinistra contemporanea traduce in termini politici questo compito, «professando l’universalismo astratto e benpensante tipicamente liberale: modernizzazione a oltranza, mobilità obbligatoria e trasgressione morale e culturale sotto tutte le sue forme», (p. 47).

In questo senso allora va declinata la proposta di pensare la sinistra contro la sinistra: tornare a operare la scissione del fronte che discende dalla tradizione illuministica (antigerarchica e antiautoritaria), da quello propriamente liberale (che mira al superamento acritico delle consuetudini e dei vincoli comunitari); ma approfondire anche il solco che a un primo sguardo sembra accomunare la critica da “sinistra” della società atomizzata alla critica conservatrice e reazionaria (che mira a ripristinare strutture gerarchiche anche attraverso la legittimazione religiosa). Occorre cioè insistere e tornare sulla specificità originaria del socialismo operaio, che consiste nell’ “aprire”, cioè nel rendere universale e tradurre in senso egualitario, quell’ «insieme di abitudini collettive che sono alla base di ogni cultura popolare», (p. 46), il sentimento naturale di appartenenza a una comunità che si oppone all’universalismo astratto. Sono questi i valori che, una volta riformulati, «possono essere il punto di partenza privilegiato del progetto socialista e della sua particolare cura nel preservare, contro il movimento capitalista di atomizzazione del mondo, le condizioni primarie di ogni esistenza veramente umana e comune», (p. 47). Un progetto, per altro, che si basa su una lettura dell’ultimo Marx, alla ricerca di una «rinascita, in una forma superiore, di un tipo sociale arcaico», (p. 40). Dall’esposizione della riflessione condotta nel libro si evince chiaramente l’apparentamento di Michéa a quella famiglia politica piuttosto sfrangiata che potremmo chiamare “populismo”. Proverei ora a riflettere su alcuni limiti immanenti al discorso:

  • Michéa formula un progetto generico di fuoriuscita dal capitalismo e non una proposta politica “positiva”.
  • Il programma si carica di armoniche populistiche in senso classico: il “popolo” è il depositario di valori eminentemente positivi eradicati e pervertiti dalle élite (liberali). Ciò significa che l’evoluzione politica non si attiva attraverso meccanismi di emancipazione progressiva e di superamento dei rapporti di sfruttamento quanto piuttosto rimuovendo le incrostazioni culturali applicate dal liberalismo progressista. È in particolare qui che si manifesta la componente “antigiacobina” e antileninista, intesa come progetto di avanguardia organizzata che cala dall’alto l’innovazione politica (un antielitarismo universale potremmo dire)
  • Da ciò discende la natura letteralmente prepolitica della proposta; la partita è giocata sul terreno della “etica” e costruita per altro su alternative secche: comunità vs istituti assiologicamente neutri; logica del dono vs libero scambio; sobrietà vs consumo; radicamento comunitario vs universalismo borghese. Tutto ciò non solo si fonda su un’idea vagamente premoderna, giustificata semmai dagli squilibri ancora presenti in paesi avanzati tra città metropolitane e zone rurali, in Francia quanto negli Stati Uniti, ma necessita peraltro di una concezione effettivamente identitaria del concetto di comunità (a mio avviso sarebbe preferibile in effetti parlare di società: un insieme mobile di individui capaci di una continua “attività costituente”). Peraltro, l’idea stessa di “popolo”, oltre a risultare piuttosto indefinita, conduce a un’ostilità preconcetta (che si traduce politicamente nell’essere alternativi) nei confronti delle classi ascrivibili al liberalismo borghese progressista che non solo, nei fatti, rappresentano ancora la maggioranza negli elettorati occidentali (numericamente hanno dimostrato di essere la parte più consistente anche alle ultime presidenziali americane) ma costituiscono anche un forte elemento (positivo) di stabilità politica.
  • La genealogia della sinistra parlamentare europea è senz’altro uno degli aspetti più interessanti del volume. Michéa rifiuta la tesi di un ammorbidimento socialdemocratico solo a partire dagli anni Settanta, sostenendo, al contrario, che la riduzione al liberalismo borghese gli è in realtà consustanziale. Pur non negando affatto, per la sinistra, l’importanza delle battaglie sociali legate alla conquista di diritti civili (condannandone semmai l’appiattimento come segno di subordinazione ideologica), mi pare tenda a semplificare il rapporto storicamente complesso che ha attraversato anche i movimenti comunisti occidentali, impostato sulla dialettica di sussunzione e superamento del progressismo borghese. Si legga, ad esempio, quanto sostiene Togliatti nel 1954: «I rivolgimenti liberali e i rivolgimenti democratici hanno messo in evidenza la tendenza progressiva, di cui fa parte tanto la proclamazione dei diritti di libertà quanto quella dei nuovi diritti sociali. Diritti di libertà e diritti sociali sono diventati e sono patrimonio del nostro movimento», (Togliatti, Opere complete, vol. 5, p. 869).[2]

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Scritto da
Enrico Fantini

Ha studiato Letteratura italiana all’Università di Siena (BA) e alla Scuola Normale Superiore di Pisa (MA, PHD). Attualmente è Wallace Fellow presso Villa I Tatti - Harvard University. Si occupa di letteratura, di storia delle idee, di politica.

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