A margine del discorso di Visco alla Banca d’Italia
- 06 Giugno 2017

A margine del discorso di Visco alla Banca d’Italia

Scritto da Luca Timponelli

13 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Domanda, crescita, produttività e inflazione

Ricordiamo che la spesa pubblica annuale si divide in due componenti: una primaria, che riguarda le spese dello stato in accordo al proprio fabbisogno, e una per gli interessi del debito contratto in passato. La spesa primaria, a sua volta, viene in parte adoperata per pagare i dipendenti pubblici, per l’acquisto da parte dello Stato di beni e servizi e per erogare le prestazioni sociali (spesa corrente primaria) e in parte per nuovi investimenti (spesa primaria in conto capitale).

Visco ritiene fattibile ridurre il rapporto debito PIL riducendo la spesa primaria corrente fino al punto in cui il saldo primario non raggiunga il 4%, assumendo che, indipendentemente da questa manovra, la crescita e l’inflazione possano attestarsi su un valore stabile, rispettivamente dell’1% e del 2%. Il nuovo valore del saldo primario sarà poi tale che le entrate saranno tali da superare non solo le spese correnti ma anche quelle per interessi, permettendo così di poter ridurre lo stock di debito. Una crescita e un’inflazione stabili agirebbero invece positivamente sul denominatore (il PIL), accelerando così la riduzione del rapporto stesso.

Visco tralascia però che una riduzione della spesa primaria corrente, comprimendo la domanda, avrà effetti negativi tanto sulla crescita quanto sull’inflazione.

Gli effetti sulla crescita

Una riduzione della spesa si tradurrà in una eguale riduzione del reddito nazionale, data dal mancato sbocco di beni e servizi che sarebbero stati altrimenti acquistati. Non solo: vedendosi ridotti i propri redditi, i dipendenti pubblici, chi fruisce delle prestazioni sociali e chi fornisce allo Stato beni e servizi ridurranno a loro volta i propri consumi, facendo diminuire i redditi di chi offre loro beni e servizi, e così via… Un simile effetto amplificherà dunque gli effetti sul PIL del taglio alla spesa, secondo un principio noto come moltiplicatore keynesiano. Tale effetto si manifesterà mediante una riduzione dell’impiego della capacità produttiva e, dunque, dell’occupazione.

Tagliare la spesa avrà un effetto negativo sul denominatore del rapporto debito / PIL, facendo così crescere il rapporto stesso.

Gli studi del Fondo Monetario Internazionale, raccomandando politiche di austerità ai paesi periferici dell’eurozona, stimavano che l’effetto negativo sul PIL dei tagli alla spesa pubblica sarebbe stato almeno in parte compensato da un incremento degli investimenti privati: la diminuzione dell’indebitamento pubblico avrebbe aumentato l’offerta disponibile di capitale per l’investimento privato e il calo del PIL sarebbe stato minore del calo della spesa pubblica. Il moltiplicatore keynesiano, tenendo conto di questo effetto (detto crowding out o spiazzamento) sarebbe dovuto essere, in altri termini, compreso tra 0 e 1. Queste stime sono state poi riviste al rialzo a partire dal 2012. Perché la manovra fiscale accresca il rapporto debito / PIL è in ogni caso sufficiente che il moltiplicatore sia maggiore dell’inverso del rapporto debito / PIL stesso, che per l’Italia a fine 2016 ammonta a 0.75 (Si veda a questo proposito, D. M. Nuti, Gli effetti perversi del consolidamento fiscale).

Gli effetti del moltiplicatore perdurano finché proseguono i tagli alla spesa. Si potrebbe pensare, tuttavia, che una volta raggiunto l’obiettivo del saldo primario al 4% la crescita dovrebbe riassestarsi lungo il proprio sentiero “naturale” determinato da fattori di lungo periodo (la crescita della forza lavoro, del risparmio e il progresso tecnologico). Benché cresciuto durante la manovra, il rapporto debito/PIL potrebbe così iniziare a calare, specie, sostiene il governatore, se nel frattempo sono stati rimossi gli ostacoli all’azione delle forze di mercato (in particolare le rigidità del mercato del lavoro e le barriere all’ingresso per gli imprenditori) che allontanano la crescita reale da quella potenziale.

Tuttavia un calo sostenuto della domanda non si risolve soltanto nel mancato utilizzo di capacità produttiva, che potrebbe riattivarsi dopo l’aggiustamento, ma nella sua distruzione. Assistiamo infatti tanto alla chiusura di imprese, il cui capitale viene recuperato da altre imprese solo in minima parte, quanto alla dispersione della forza lavoro. La perdita di capacità produttiva riduce il numero massimo di lavoratori occupabili. In conseguenza il tasso di partecipazione si riduce e sempre più persone prendono la via dell’emigrazione. Tanto la crescita della forza lavoro quanto dell’accumulazione del capitale, lungi dall’essere variabili esogene, rispondono quindi a variazioni sostenute della domanda effettiva. Similmente, un calo degli investimenti, in cui parte del capitale viene abbandonato e parte non viene più sostituito con macchinari nuovi, non potrà che far stagnare la produttività, assieme al mancato aggiornamento del “capitale umano” rimasto senza lavoro. La crescita di lungo periodo non può così essere pensata come indipendente dall’andamento della domanda (una buona panoramica è offerta da F. Vianello in La moneta unica europea).

Un rallentamento del tasso di crescita renderà così inadeguato l’obiettivo di avanzo primario prefissato da Visco per assicurare una riduzione del debito. Se questi riterrà necessario alzare ulteriormente l’avanzo primario, dovrà scontrarsi con una distruzione ulteriore tanto di PIL, finché l’aggiustamento perdura, quanto di crescita potenziale, in un circolo vizioso che non farà altro che aumentare il rapporto debito/PIL.

Gli effetti sull’inflazione

Un calo della domanda porta a una diminuzione del livello generale dei prezzi in risposta al calo dei consumi (deflazione). Questo si traduce in una riduzione del valore complessivo del prodotto nazionale e, dunque, di una crescita del rapporto debito / PIL. Non vi sono dunque motivi per aspettarsi che l’inflazione non risulti toccata dagli effetti del consolidamento fiscale. Lo stesso Visco riconosce che, ancora nel 2016, il livello dei prezzi risente, assieme alla dinamica delle retribuzioni, della sottoccupazione della capacità produttiva.

Oltretutto, non bisogna dimenticare che l’obiettivo del 2% di inflazione stabile è ben lungi dall’essere realtà, come rileva lo stesso Visco, poiché “la dinamica di fondo rimane frenata dalla disoccupazione in molte economie dell’area e da una crescita salariale fiacca anche in quelle dove le condizioni del mercato del lavoro sono migliori”. Detto in altri termini, i governi del centro, Germania in primis, non manifestano alcuna intenzione di promuovere l’inflazione facendo politiche fiscali espansive al loro interno e incoraggiando la crescita dei salari. Non mancano inoltre pressioni su Draghi perché interrompa il Quantitative Easing, conclusosi il quale non è da escludere che riemergano tendenze deflazionistiche.

Altro effetto della deflazione è che rende necessaria per le imprese una riduzione dei costi in risposta al calo dei prezzi. Questo significa che si assisterà tanto a un calo dei salari quanto a un aumento della disoccupazione, ancora con effetti nocivi sulla domanda interna e innescando un nuovo circolo vizioso.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Luca Timponelli

Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]