A margine del discorso di Visco alla Banca d’Italia
- 06 Giugno 2017

A margine del discorso di Visco alla Banca d’Italia

Scritto da Luca Timponelli

13 minuti di lettura

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Consolidamento fiscale: a chi giova?

Non è possibile ridurre il rapporto debito/PIL né rendere sostenibile il debito stesso se non accelerando la crescita, obiettivo che politiche fiscali restrittive nella situazione presente non possono che compromettere.

Allo stesso modo, riforme del mercato del lavoro come quelle che si invocano, lungi dal mobilitare nuovi investimenti, contribuiscono ad abbattere la quota salari e, anziché favorire nuova occupazione, permettono di sfruttare più intensamente un minor numero di persone potendo far uso facile del licenziamento. Non deve perciò stupire la preminenza che stanno acquisendo settori non  ad alto valore aggiunto quali il tanto decantato turismo e la logistica.

Dati gli effetti sulla domanda interna delle politiche di austerità, il settore manifatturiero dipende sempre più dalla domanda estera, con grave danno per il tessuto industriale orientato al mercato interno. La domanda estera è a sua volta minata da politiche di consolidamento fiscale praticate contemporaneamente negli altri paesi europei (e dal rifiuto tedesco di praticare politiche fiscalmente espansive). L’adozione in più paesi di un modello di crescita guidato dalle esportazioni non può che avere effetti destabilizzanti, oltre che favorire tensioni tra i paesi in competizione. In tale modello, inoltre, la crescita dei salari deve essere giocoforza contenuta per non perdere competitività: a godere dei benefici saranno esclusivamente gli imprenditori.

Perseverare nel consolidamento fiscale non può avere dunque altra finalità che incoraggiare ulteriori  cessioni di servizi pubblici al privato (come testimoniano i nascenti dibattiti sul welfare aziendale e sul ruolo delle assicurazioni nella sanità), nonché indebolire più di quanto già non sia stato fatto le tutele contrattuali dei lavoratori, accettando pur di conseguire lo scopo tanto di compromettere la crescita del paese quanto di subire una ristrutturazione del sistema produttivo verso settori a basso valore aggiunto, processo che passa attraverso una marcata deindustrializzazione, l’inserimento, in una posizione del tutto subordinata all’interno della nuova divisione internazionale del lavoro, e la cessione all’estero delle nostre eccellenze produttive. Creditori internazionali e capitalismo straccione nostrano non potevano trovare un punto d’accordo migliore.

Soltanto una politica fiscale espansiva (meglio ancora se praticata contemporaneamente in più paesi), associata a una politica monetaria accomodante che mantenga bassi i tassi di interesse può rendere possibile al contempo crescita, sostenibilità del debito, un welfare universalistico, una politica industriale che promuova l’innovazione e una crescita dei salari che riduca le disuguaglianze e faccia da pungolo per la crescita della produttività. Dato l’attuale stato di sottoccupazione delle risorse, temere una deriva inflazionistica come effetto dell’uso di questi strumenti è del tutto fuori luogo.

La realizzazione di tali obiettivi non è però possibile finché permangono tanto i vincoli di bilancio previsti dai trattati europei (e ora incorporati nelle costituzioni nazionali) quanto una banca centrale indipendente. È l’incompatibilità di questi principi di governance tanto con la crescita quanto con la giustizia sociale che va contestata, e non l’uso della spesa pubblica tanto in investimenti quanto nelle prestazioni sociali, specie quando lo stock di debito pubblico sovraccumulato non è dovuto a fantomatiche folli spese clientelari (la spesa pubblica italiana rimane sotto la media europea dal 1960 alla metà degli anni ‘80 e l’ultima grande espansione della spesa primaria risale agli anni ‘70), ma a una pressione fiscale storicamente inferiore alla media europea, alla rinuncia allo strumento del controllo politico sui tassi di interesse che segue al divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981 (decisione motivata dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta con la volontà di imporre, mediante una stretta creditizia, una deflazione che permettesse di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”), che ne determina una notevole impennata nel corso degli anni ‘80, e alla socializzazione del debito maturato dal settore privato nel decennio anteriore alla crisi. È proprio l’irresponsabilità del settore privato ad aver prodotto la crisi, tanto negli USA quanto in Europa: non appare dunque giustificabile ostinarsi a voler fare del settore pubblico il capro espiatorio, ora in toto ora solo in parte, riconoscendo un ruolo, pur subordinato e del tutto funzionale al profitto, all’investimento pubblico, ma attaccando al contempo la spesa corrente.

Visco

Spesa pubblica italiana a confronto con la media europea ed extraeuropea (in % del Pil). Tratto da “La spesa dello Stato dall’Unità d’Italia”, pubblicazione della Banca d’Italia, 2011. I dati fanno riferimento ai soli numeri indicati sull’asse orizzontale.

 

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Spesa pubblica in % del Pil e sua composizione nell’intervallo 1970 – 2009. Fonte: “La spesa dello Stato dall’Unità d’Italia”, pubblicazione della Banca d’Italia, 2011.

 

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Debito pubblico in % del Pil. Si noti la rapida crescita dopo il 1981. Fonte: IMF Historical Public Debt Database fino al 2012, ISTAT per i dati 2013 – 2016.

 

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Debito pubblico e debito privato tra 1990 e 2015 (in % di Pil). Si noti il debito privato iniziare ad accrescersi, alla fine degli anni ‘90, mentre il debito pubblico si riduce. Fonte: per il debito pubblico IMF Historical Public Debt Database fino al 2012, ISTAT per i dati 2013 – 2015; per il debito privato, Bank for International Settlements.


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Scritto da
Luca Timponelli

Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

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