Note su alcuni usi recenti della categoria di fascismo

Fascismo

Il termine “fascismo” ha conosciuto ultimamente una certa diffusione per descrivere alcuni fenomeni politici contemporanei. Le posizioni riguardo all’utilizzo di questa categoria sono molto diverse tra di loro e hanno generato notevole dibattito. Essendoci già occupati in passato del tema ospitiamo, come contributo alla discussione, questo articolo di Cosimo Fiori.


Per spiegare i confusi mutamenti politici degli ultimi anni si è inizialmente fatto ricorso alla categoria di “populismo”, descrittiva di uno stile di far politica (e perciò sostanzialmente trasversale alla dicotomia destra-sinistra). Si è poi affermata la categoria di “sovranismo”, che identifica la fiducia nel soggetto-Stato nazionale come ultima istanza di saldezza nel caos derivante dalla (in parte volontaria) sottoposizione immediata a vincoli esterni sovranazionali ed economici (nientemeno, in fondo, che una richiesta di primato della politica).

È più recente l’emersione della categoria di “fascismo” tout court, etichetta inizialmente riservata a CasaPound e simili gruppi minoritari ma che oggi, nell’interpretazione di taluni (gruppi definibili come liberaldemocratici), comprende in senso lato l’intera compagine di governo, elettori inclusi.

Le categorie politiche sono categorie polemiche: non hanno cioè un fine analitico e scientifico, ma sono strumenti per l’azione. Il concetto del politico, secondo Schmitt, è al fondo la riduzione allo scontro amico-nemico, cioè la polarizzazione in due campi, tertium non datur. Se “fascismo” vale a definire uno dei campi, “non fascismo” è il campo di chi pronuncia l’accusa di fascismo contro gli altri. Il parossismo della polarizzazione porta a una fallacia del ragionamento che è stata definita ironicamente reductio ad Hitlerum, ossia l’accostamento al fascismo sulla base di aspetti non sostanziali, o propri non solo del fascismo (lasciando qui impregiudicata la questione del rapporto tra fascismo e nazismo). La forma logica dovrebbe essere: A è x, ma anche Hitler è x, quindi A = Hitler. Il ragionamento è fondato se “x” corrisponde a “campi di concentramento”; lo è meno se vi sostituiamo “bonifiche delle paludi” (uno Stato democratico non può fare bonifiche?), e non lo è affatto se la variabile diventa “tè coi biscotti”. Il punto, insomma, è il giudizio sui caratteri sostanziali e su quelli accidentali di un fenomeno storico: allargare la sostanza di un fenomeno fino a ricomprendervi di tutto renderà il ragionamento riduzionistico sempre vero (e quindi privo di contenuti).

Ora, le categorie del dibattito pubblico non brillano per precisione storica: “dittatura”, da magistratura romana con precisi presupposti e limiti temporali, diventa sinonimo di “tirannide” (e di “totalitarismo”, concetto polemico in sommo grado, che è stato riempito negli ultimi decenni dei contenuti più utili allo screditamento dei nemici dell’Occidente); “democrazia” è un indistinto che percorre la storia da Pericle alle Costituzioni postbelliche senza modifiche di sorta; e anche “fascismo”, a seconda di come lo si considera, potrebbe ben comprendere in sé le esperienze di governo di Pisistrato o di Silla. La tendenza a vedere nel fascismo un non ben definito Male radicale (che ci esime dal ricercarne le cause) ha molti padri. Il Male si presenta nella storia ciclicamente, a suo talento, e allora bisogna riconoscerlo: Umberto Eco provò a definire delle caratteristiche sostanziali di un fascismo eterno (“Ur-fascismo”). Ci riprova oggi Michela Murgia nel suo ultimo libro, dove condanna 65 tesi o luoghi comuni ritenuti espressione o prodromo di fascismo (con un vero e proprio “fascistometro” – il livello è questo – ).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le categorie del dibattito pubblico

Pagina 2: Dall’Ur-fascismo al fascistometro 

Pagina 3: La contrapposizione fascismo-democrazia


Avanguardia Nazionale a Roma, 1975. Crediti immagine: L’Europeo 1975 N° 1/2, [Public Domain] attraverso wikimedia.com


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Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

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