Recensione a: Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Einaudi, Torino, 2025, pp. 552, 23 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Oggionni
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Edito da Einaudi per la collana Maverick, Novanta. Una controstoria culturale di Valerio Mattioli racconta i contesti, gli attori e le motivazioni dei tanti movimenti dal basso che hanno animato il nostro Paese negli anni Novanta, una decade di sperimentazione. Si tratta di una ricca antologia, un’enciclopedia culturale di movimenti underground, estetico-politici (punk, dark, cyber), correnti artistiche e musicali, più o meno militanti. Un’opera che assume i connotati della monografia di carattere storiografico: Mattioli scrive da una posizione interna ma non apologetica, dallo specifico punto di osservazione della periferia romana, sorretto da un lavoro di ricerca molto approfondito ed evidente negli infiniti riferimenti presenti nel testo. L’autore porta alla ribalta centinaia di personaggi, in una ricca rappresentazione teatrale dal carattere collettivo: autonomi, punk, anarchici, raver, politici rampanti, cani sciolti dei centri sociali e una molteplicità di soggetti difficilmente riconducibili a categorie stabili. Mentre la Prima Repubblica si sgretolava a colpi di inchieste giudiziarie e terremoti politici, una massa di giovani si dedicava ai propri interessi, tra computer, musica techno, rap, fumetti e critica sociale.
Ogni capitolo analizza una corrente culturale, un movimento, un’area geografica o una città specifica di questa “controstoria culturale”, dall’onda lunga del Sessantotto agli anni Duemila. Gli attori di questo ecosistema creativo sono stati a lungo occultati perché schiacciati sotto la mole degli avvenimenti politici ed economici “ufficiali” di fine Novecento: dalle guerre del Golfo e in Jugoslavia fino a Tangentopoli e alle stragi di mafia. Ma gli eventi politici internazionali non sono l’anima del saggio e fanno solo da sfondo agli avvenimenti underground degli anni Novanta: lo dimostra la vicenda del Forte Prenestino, storico centro sociale romano, occupato nel 1986 poco dopo il disastro nucleare a Černobyl’: «quattro giorni prima era esploso un reattore nucleare a Černobyl’, in Ucraina, e una nube radioattiva aleggiava sull’Europa spingendo le autorità a emanare un’inquietante serie di consigli e indicazioni […]; ma nemmeno il fantasma dell’olocausto nucleare impedì l’entrata trionfale nella vecchia fortezza, ormai espugnata» (pp. 86-87).
Quello raccontato all’interno di Novanta è un laboratorio socioculturale che non si è limitato alla sperimentazione, ma ha prodotto forme di conoscenza e cultura stabilmente innovative. I linguaggi e gli immaginari, quelli sì, sono stati laboratoriali, commistioni profane tra l’eredità politica del secondo Novecento (con i suoi sistemi di pensiero, le sue strutture teoriche e le sue gerarchie) e le nuove contaminazioni tecnologiche, musicali – dove emerge la vera expertise di Mattioli – e culturali.
Incastonati tra la fine di quel “secolo breve” teorizzato dallo storico britannico Eric Hobsbawm – la cui conclusione simbolica coincide con l’abbattimento del muro di Berlino nel 1989 – e l’attentato al World Trade Center di New York dell’11 settembre 2001, gli anni Novanta sono spesso stati rappresentati esclusivamente come un’epoca di passaggio: l’erosione delle apparentemente inscalfibili istituzioni del Novecento (i partiti di massa, i sindacati, i mass media, le grandi aziende pubbliche) eliminava certezze e tradizioni decennali, mentre in Italia si affacciava quel profondo cambiamento di valori poi definito “postmodernità”, teorizzato da sociologi come Ronald Inglehart in Modernization and Postmodernization. «In questo confuso trittico in equilibrio tra notti sotto Mdma e simposio assembleare stava il perfetto riassunto di un mondo ipereccitato e tentacolare, in grado di frullare assieme Grundrisse e Lory D, Mario Tronti e ketamina, dibattiti sul cognitariato e rassegne sul porno» (p. 373).
Le date ufficiose che racchiudono i Novanta, secondo un’altra interpretazione, sono il 16 agosto 1989 e il 20 luglio 2001. La prima coincide con il tentativo (fallito) della polizia di sgomberare il Leoncavallo di Milano – primo centro sociale in Italia, occupato dal 1975 – cui seguì la prima assemblea nazionale dei centri sociali; la seconda con l’uccisione di Carlo Giuliani da parte del carabiniere Mario Placanica, durante le manifestazioni del movimento definito “No Global” contro il vertice G8 a Genova. La distanza storica che separa il contesto attuale dagli anni Novanta consente a Mattioli di analizzare questa decade in prospettiva storica, preservando al tempo stesso le contraddizioni e le conseguenze che emergono dal nostro passato recente. Il saggio comincia proprio dalle esperienze degli anni Settanta e del Settantasette, contesto che ospita le prime “okkupazioni” – con la caratteristica onnipresenza della lettera K negli slogan – e autogestioni in Italia, a loro volta risultato dell’eredità politica del Sessantotto. Sono i circoli del proletariato giovanile tra i primi a rappresentare un’alternativa radicale allo sviluppo immobiliare speculativo nelle città, fenomeno di cui Milano è massima espressione. Slegati dalle logiche di partito tradizionali, i nuovi movimenti giovanili riescono ad organizzarsi orizzontalmente nelle occupazioni e nella conversione di spazi dismessi: nascono così il Forte Prenestino di Roma, il Centro Popolare Autogestito (CPA) di Firenze, la Giungla di Bari, l’Askatasuna di Torino, il Tien’a Ment di Napoli, tutti spazi che facevano dell’accessibilità la loro missione sociale. I centri sociali, racconta Mattioli, sono stati in grado di incorporare le nuove tendenze culturali e sopravvivere così nel panorama urbano italiano, innovando le forme di aggregazione, tramite feste, rave party, concerti di musica elettronica e riti collettivi, come spazi di produzione e tutela delle nuove pratiche.
Nonostante le numerose campagne di repressione portate avanti dalle amministrazioni comunali contro i movimenti occupanti (famosa quella di Torino nel 1998), i centri sociali hanno rappresentato dei crocevia culturali fondamentali, in grado di adattarsi all’avvento di nuove espressioni estetiche, musicali e grafiche, incorporandole nei propri spazi. «Mentre in America la strada è rappresentata dal tuo quartiere, dalla tua comunità […] qui in Italia la strada per me è rappresentata dai centri sociali, che sono un insieme di gente che s’incontra in una situazione che è reale, vera, fuori da condizionamenti di tipo politico, fuori dalle regole del commercio, gente che cerca una maniera diversa di vivere e stare insieme» (p. 135). Queste le parole, riportate da Mattioli, di DeeMo, rapper e speaker, esponente del centro sociale L’Isola nel Kantiere (centro sociale attivo tra il 1988 e il 1991), figura di riferimento della Bologna anni Novanta, nonché uno degli autori di Stop al panico!, inno alla coesione sociale e alla resistenza civica nei confronti della violenza, privata e istituzionale.
Ogni personaggio del libro interpreta il proprio ruolo in una più ampia concertazione culturale, più o meno consapevolmente rispetto ai propri fini, introducendo nella trama un proprio ingrediente innovativo ma fondamentale per il processo alchemico generale. L’autore ricostruisce con precisione l’eziologia dei movimenti, ma tende a lasciare sospesa una valutazione esplicita delle loro conseguenze nel presente. Per esempio, il movimento LGBTQ+, il principio dell’autogestione, i movimenti ambientalisti, i free party sono certamente debitori delle traiettorie culturali inaugurate dagli anni Novanta.
C’è poi l’eredità consumistica e pop degli anni Ottanta a permeare il tessuto sociale italiano anche negli anni Novanta, anestetizzando la società tramite quel “gas esilarante nelle strade” che Fabrizio De André menziona ne La domenica delle salme nel 1990. Un clima di “angosciante leggerezza”, imposto dalla rendita del benessere economico iniziato negli anni Sessanta. Sono anche gli anni del cosiddetto riflusso post-movimento o riflusso nel privato, scaturito dal mancato successo di alcune iniziative rivoluzionarie sessantottine e settantasettine, ma soprattutto dalla fine del pesante e teso clima ideologico del secondo dopoguerra. Simbolo di quest’era è la “Milano da bere”, casa del Partito Socialista Italiano (l’espressione pubblicitaria fu inventata da Marco Mignani per l’Amaro Ramazzotti, la bevanda della “classe sociale dei rampanti”). Questa nuova classe sociale d’estate va in vacanza tra le discoteche della Romagna (tra cui il Cocoricò, locale aperto proprio nel 1989, dove si scatena Gianni De Michelis, più volte ministro, segretario del PSI ed europarlamentare definito “avanzo di balera”) ad ascoltare la nuova musica commerciale in circolazione, soprattutto elettronica. Ad esemplificare le balere degli anni Ottanta c’è uno sbarbato Jovanotti, nel libro di Mattioli polemicamente dipinto come usurpatore della dirompenza del rap, interessato a fagocitare, sfruttando la propria posizione mainstream, i movimenti di controcultura o gli esponenti della nuova musica emergente, che invece hanno difficoltà a ritagliarsi il proprio spazio nei circuiti tradizionali. All’interno di questo dibattito serve sottolineare che la cultura nata dai centri sociali ha avuto un effettivo rapporto con i circuiti di produzione culturale “ufficiali”, non tanto per arrivismo, quanto più per una naturale tendenza all’evoluzione, come dimostra la vicenda del collettivo Luther Blisset, entrato nel panorama letterario italiano dalla porta principale con il romanzo Q pubblicato nel 1999.
Gli anni Novanta sono anche la decade della comunicazione. Il messaggio politico non è più sufficiente, servono nuovi mezzi per diffonderlo. Che siano le nuove tecnologie applicate all’informazione mainstream o l’autoproduzione indipendente, non ha importanza: «una comunicazione che si basava sui gesti e corpi e non sull’espressione di un pensiero compiuto» (p. 101). Ci sono le nuove radio “libere” che spuntano come funghi sulle vecchie frequenze, spesso ripescando la produzione culturale del Sessantotto e del Settantasette: Radio Alice, Radio Città Futura, Radio Onda Rossa, Radio Città del Capo, Radio K Centrale, Radio Sherwood, Controradio, Radio Onda d’Urto, Radio Popolare, Radio Blackout, sempre in bilico tra la purezza della produzione culturale indipendente, antagonista e fuori dai circuiti commerciali, e la necessità di diffondere il proprio prodotto (e sopravvivere) in un ambiente comunicativo saturo, oltre che dominato dai grandi colossi dell’industria mediatica. I Novanta si delineano così come un’era post-industriale che «contiene tanto la prospettiva della catastrofe ecologica planetaria quanto la promessa di una vita più ricca di emozioni e di comunicazione» (p. 259). Ci sono poi le riviste, i fumetti e tutto ciò che viene realizzato su carta: Torazine, Luogo Comune, DeriveApprodi, Millepiani, Infoxoa, Kerosene. È ancora forte l’impronta lasciata da esperienze “prime” della cultura italiana come Cannibale, Frigidaire, Valvoline, i fumetti di Andrea Pazienza. E poi c’è il rap, nato dall’esperienza delle posse, diventato espressione musicale dei centri sociali (e dei movimenti politici), strattonato tra i militanti più impegnati e i puristi della forma, poi raffinatosi stilisticamente per affermarsi come genere indipendente nel panorama musicale popolare italiano.
Il linguaggio liquido e schizofrenico che permea alcuni capitoli del saggio trova esemplificazione nella parte dedicata alla cultura cyberpunk, dove lessico sociologico e filosofico producono una fusione tra le esperienze del 1968, del 1977 e il nuovo vocabolario informatico, in un’atmosfera che sembra provenire dal film Akira del 1988: «non solo gli psiconauti che la cultura psichedelica non avevano bisogno di riscoprirla perché mai l’avevano abbandonata, non solo i cybernauti che quella cultura la applicavano al computer in spensierato bilico tra bad trip e good vibrations, ma anche i “situazionisti” che il cyberpunk si proponevano già di superarlo» (p. 252); «la sua proposta di Bbs esplicitamente dedicata al potenziale rizomatico delle nuove espressioni digitali in chiave risolutamente no copyright» (p. 256). Questi capitoli sfoggiano un linguaggio così aneddotico nei riferimenti e frammentato nella forma da restituire perfettamente l’idea di avanguardia che si celava dietro a quella cultura nata intorno agli ultimi sviluppi tecnologici e comunicativi dei Novanta. Un’avanguardia che si accompagnava inevitabilmente a un certo grado di incertezza riguardo l’approccio da adottare per governare le nuove tecnologie informatiche. Si trattava di una rivoluzione totale della comunicazione, dei suoi tempi e dei suoi spazi? La rivoluzione sociale doveva passare attraverso i computer? Il lettore si trova fin da subito di fronte all’evidenza che lo sviluppo di una cultura cyber o informatica non scaturiva solamente dallo sviluppo tecnico, ma da una nuova evoluzione dell’antagonismo politico: «l’underground cyber-antagonista era affascinato dall’etica hacker» (p. 262), ovvero dalla possibilità di creare una nuova coscienza politica tramite il mezzo tecnologico, una coscienza fondata sulla democratizzazione della conoscenza e la collettivizzazione dell’informazione. Prima di altri i ragazzi e le ragazze dei centri sociali hanno saputo comprendere la portata rivoluzionaria di Internet e delle nuove tecnologie di comunicazione di massa, senza però riuscire a piegare quei mezzi ai fini dell’antagonismo politico.
«Avrei voluto una rivoluzione. Per il momento: faccio movimento per il movimento» (p. 112). La singola vicenda più emblematica che il saggio di Mattioli racchiude è forse la parabola artistica del raptivist Militant A (nome d’arte di Luca Mascini) e la genesi del suo progetto musicale “Terra di Nessuno”. Leader degli Onda Rossa Posse prima e degli Assalti Frontali poi, il suo impegno personale e civile riflette e racchiude tutte le motivazioni di un’intera generazione di attivisti: non rivoluzionari di professione, ma giovani che contestano le costruzioni sociali nelle quali sono immersi, dal destino incerto, capaci di investire tutte le proprie risorse nella costruzione e nella difesa di uno spazio collettivo, il cosiddetto “Villaggio” dei centri sociali, un’idea prima che uno spazio fisico vero e proprio. Al di là delle ideologie e al di là di una costruzione teorica antagonista del tutto coerente, insoddisfazione giovanile e rabbia verso il sistema venivano incanalate nelle nuove sonorità musicali, a partire dal rap.
La violenza istituzionale del G8 di Genova rappresenterà un trauma per un’intera generazione di giovani cresciuti negli anni Novanta. Successivamente a questo evento, infatti, la spinta propulsiva dei centri sociali sembra diminuire: le volontà di lotta e di antagonismo, per sempre segnate, si affievoliscono, mentre gli spazi occupati subiscono numerose campagne di sgomberi. Alcuni centri sociali cercano di salvaguardarsi tramite tentativi di istituzionalizzazione, attraverso le contrattazioni con le amministrazioni comunali per veder riconosciuto loro un qualche status giuridico (spesso dietro il pagamento di un affitto, anche simbolico) ed essere così risparmiati dai temuti sgomberi (come dimostra la firma della Carta di Milano nel 1994). Altri spazi subiscono invece un declino nelle capacità di organizzazione politica e culturale a causa dell’inevitabile ricambio generazionale, che si accompagna a un cambiamento delle priorità politiche. I percorsi evolutivi di molte correnti culturali made in the 90s si interrompono con il sopraggiungere del nuovo millennio, non tanto per un qualche inevitabile determinismo storico, quanto più per una serie di elementi che rendevano queste stesse correnti autodistruttive. Il lavoro di Mattioli assume in questo senso un’importanza maggiore, facendosi testimonianza di un mondo culturale in gran parte scomparso, a causa di fattori endogeni ed esogeni.
Il lettore cresciuto negli anni Novanta può ritrovare nel saggio riferimenti culturali, estetici, musicali e letterari che aspettano solo di essere raccolti e rispolverati, per dare un nuovo significato alle esperienze di aggregazione di quegli anni. Il lettore più giovane, anagraficamente ed emotivamente lontano da quel clima di sperimentazione, può scoprire un mosaico culturale di esperienze impegnate nel rovesciamento della gerarchia culturale italiana. Valerio Mattioli riflette sull’eredità di queste correnti artistiche, politiche e comunicative, ma soprattutto dimostra che i Novanta hanno avuto un’identità autonoma e coerente, per quanto diversificata. Il suo lavoro sta proprio nel tessere un filone evolutivo che attraversa questi fenomeni, realizzando un atlante storico-culturale, un Mereghetti degli anni Novanta. Mattioli evoca interrogativi simili a quelli che si ponevano i protagonisti dei Novanta: quale legame si stabilisce tra produzione culturale e sviluppo politico? Come interpretare i nuovi sviluppi tecnologici? Come essere più liberi dal mercato? Come creare una nuova socialità al di fuori del circuito economico?
Lo sgombero del centro sociale milanese Leoncavallo (21 agosto 2025) e del torinese Askatasuna (18 dicembre 2025) hanno segnato un punto di rottura significativo nel rapporto tra istituzioni e centri sociali autogestiti. L’inasprimento del controllo istituzionale sulla vita di questi spazi è apparso come il segnale del definitivo declino di queste realtà; tuttavia, questa lettura rischia di trascurare il ruolo strutturale del conflitto nella loro traiettoria storica. Il mancato riconoscimento giuridico-istituzionale e la persistente diffidenza delle amministrazioni cittadine hanno rappresentato, sin dalle origini, elementi costitutivi dell’esperienza dei centri sociali. Fin dagli anni Settanta, con le prime occupazioni, i protagonisti di questi spazi si sono confrontati con contesti spesso ostili, a cui si sono aggiunte modalità di intervento istituzionale variamente repressive e una necessità di adattamento continuo, spesso tradottasi nello spostamento coatto da uno spazio occupato all’altro. In questo senso, il timore dello sgombero ha sempre costituito un orizzonte possibile, ma i conflitti con le istituzioni non hanno necessariamente coinciso con la fine di questi spazi, bensì hanno rappresentato momenti di rottura, dai quali sono state rielaborate nuove forme di aggregazione.