Note sul Rapporto SVIMEZ 2018. “L’economia e la società del Mezzogiorno”
- 07 Aprile 2019

Note sul Rapporto SVIMEZ 2018. “L’economia e la società del Mezzogiorno”

Scritto da Luca Picotti

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Lavoro, povertà, demografia: lo stato di salute del Mezzogiorno nel Rapporto SVIMEZ 2018

Abbiamo visto alcuni dati incentrati prevalentemente sulle variabili macro-economiche. Nel Rapporto si analizzano, come accennato qui sopra, ulteriori ambiti, dal mercato del lavoro alle disuguaglianze, dalla povertà alla demografia: in sintesi, quei campi di studio che vanno ineluttabilmente a intrecciarsi con i caratteri del tessuto economico e che descrivono il Mezzogiorno attraverso una prospettiva più ampia.

L’occupazione, seppur aumentata di 71 mila unità nel 2017, rimane uno dei maggiori problemi strutturali del Meridione ed è ancora lontana dai livelli precrisi. Inoltre, la crescita dell’occupazione meridionale è stata dovuta soprattutto all’impennata dei contratti a termine, spesso inadatti a garantire una stabilizzazione professionale ed esistenziale; nel Rapporto si parla di una vera e propria “trappola della precarietà”, determinata dal clima di incertezza e dalla temporaneità degli sgravi contributivi messi in atto dai precedenti governi.

Un altro aspetto rilevante del mercato del lavoro meridionale è il progressivo invecchiamento della forza lavoro occupata. «Il dato più eclatante è proprio il formarsi e il consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. Il saldo negativo di 311 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud, è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-580 mila), di una contrazione di 210 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+479 mila unità). La crisi, dunque, ci restituisce un mercato del lavoro in cui i lavoratori giovani che rappresentavano il 30% del totale degli occupati nel 2007, dopo dieci anni sono appena il 22%, mentre, per converso, gli ultracinquantenni sono passati dal 13 al 22%». (p.10)[1].

Nonostante la ripresa, le famiglie in povertà assoluta nel Mezzogiorno sono passate dalle 700 mila del 2016 alle 845 mila del 2017. Come nel caso dell’occupazione, anche qua i giovani sono i più colpiti, e la quota di famiglie in povertà assoluta raggiunge, nel caso di capofamiglia under 35, il 14,8%. A questo si aggiunge il sempre più frequente fenomeno del “lavoro povero”: nel 2017 sono 312 mila le famiglie povere con un occupato – l’incidenza è del 7,2%, doppia rispetto al 2008 e superiore rispetto al 5,8% del Nord e 5,1% del Centro. In assenza di politiche adeguate contro la povertà e i bassi salari questi fenomeni continueranno a crescere, nonostante la ripresa e il miglioramento delle variabili macro-economiche; e questo a discapito, soprattutto, dei giovani.

Il Rapporto affronta anche il delicatissimo tema delle nascite, in calo in tutta la Penisola ma in modo più accentuato nel Sud, il cui peso demografico continua lentamente a diminuire. Le minori nascite e i pochi immigrati faranno del Sud, secondo quanto emerge dai dati ISTAT, l’area più vecchia d’Italia, con un’età media che si attende passi dai 43,3 attuali ai 51,6 anni nel 2065. A questo declino si aggiunge il forte deflusso di capitale umano da Sud verso Nord e verso l’estero: negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti, di cui la metà giovani tra i 15 e i 34 anni (quasi un quinto laureati). Inutile sottolineare come questi due fenomeni – denatalità ed emigrazione – danneggeranno in modo devastante, se non verranno prese delle contromisure, il sistema economico del Mezzogiorno.

Ad accrescere le disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud giocano un ruolo fondamentale i servizi (istruzione, sanità, vivibilità dell’ambiente etc.). La carenza di questi nel meridione influisce negativamente, si legge nel Rapporto, sullo sviluppo concreto dei diritti di cittadinanza. Un indice sintetico della performance delle Pubbliche Amministrazioni nelle regioni italiane costruito dalla SVIMEZ aiuta a capire quanto ancora marcate siano queste disuguaglianze: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto-Adige), possiamo notare come, a parte la Campania con 61, la Sardegna con 60 e l’Abruzzo con 53, le altre regioni meridionali abbiano punteggio inferiore al 50 (Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43). Riequilibrare la qualità nell’offerta dei servizi pubblici ed essenziali risulta quindi una priorità.

Il Rapporto SVIMEZ 2018 offre infine un’analisi approfondita, su stato di salute attuale, limiti e potenzialità, dei vari settori, dalle infrastrutture al no profit, dall’agricoltura all’industria culturale. In questa sede è impossibile trattare nel dettaglio la vastità di informazioni presenti, per questo rimandiamo alla lettura del Rapporto.

Lo scopo di questo testo è invece quello di porre l’attenzione su alcuni degli aspetti fondamentali emersi dall’analisi sul Mezzogiorno: la crescita economica c’è ma è ancora troppo debole per ricucire le ferite della crisi e inoltre non ha risolto alcuni dei problemi strutturali del Mezzogiorno; con queste condizioni il rischio di una “grande frenata” nei prossimi anni è molto alto.

La SVIMEZ non perde l’occasione, neanche con questo rapporto, di proporre alcune preziose linee guida: la necessità di un rilancio degli investimenti pubblici, imprescindibile per l’economia del Sud, di un miglior uso dei fondi europei per le infrastrutture e di un ripensamento della governance territoriale volto a migliorare l’efficienza dell’azione pubblica.

Il tutto a partire dal fondamentale assunto che, data l’interdipendenza tra Sud e Nord, se il primo cresce crescerà anche il secondo. Viceversa, se frena, sarà l’intera Italia a farne le spese. Solo in quest’ottica possiamo capire l’importanza delle politiche per il Mezzogiorno e l’utilità di lavori come quello della SVIMEZ.

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[1]  L’allungamento dei termini di pensionamento (“Legge Fornero”), il blocco del turnover nel pubblico impiego, insieme all’indebolimento del sistema formativo e di orientamento professionale e all’assenza di un sistema adeguato di servizi per l’impiego, sono tutti fattori che hanno spinto nella direzione di un ampliamento del divario generazionale.


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Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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