“Resistere ai tempi oscuri” di Asma Mhalla
- 15 Giugno 2026

“Resistere ai tempi oscuri” di Asma Mhalla

Recensione a: Asma Mhalla, Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitariotraduzione di Christian Delorenzo, Einaudi, Torino 2026, pp. 152, 17,50 euro (scheda libro)

 

Scritto da Benedetta Lazzeri

10 minuti di lettura

Reading Time: 10 minutes

«Guardatevi attorno, non avete la vaga impressione di vivere un momento di dissociazione collettiva? […]. Ipermodernità urbana, mondo in multicrisi, iperpresenza delle interfacce, potenza sfrenata dei Big Tech, tecnologie di controllo camuffate in nome della sicurezza, senso di solitudine, saturazione cognitiva. Ciò che chiamiamo realtà è già un’interfaccia. Quella che crediamo “libertà” forse non è altro che un parametro di comfort in un sistema di controllo invisibile ad occhio nudo. Questo non è il futuro, ma solo la quotidianità di un mondo che non sa più dire come si chiama. Benvenuti nel reale, benvenuti nella Cyberdistopia» (p. 13).

È questo lo scenario cui ci si trova davanti quando si inizia a leggere Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario, l’ultimo saggio Asma Mhalla pubblicato in Italia da Einaudi. Sin dalle prime pagine ci si perde in uno spazio di difficile definizione, un terreno dissestato, accidentato, sul quale procediamo incerti, sicuri di una cosa sola: siamo sempre collegati, connessi, controllati da un unico pensiero che ha la forma del progresso, ma somiglia in modo pericoloso ad un passato recente e oscuro.

Ciò che nel nostro indugiare impaurito e iperconnesso forse non vediamo e che, invece, Mhalla mette a fondamento della sua analisi, è che questo cammino apparentemente comune e comunitario è una strada dritta verso la progressiva sovrapposizione di potere tecnologico e politico in una fusione che, man mano che procede, diminuisce drasticamente la nostra capacità di autodeterminarci. I motivi non sono difficili da individuare: iperconnessione significa controllo del desiderio, orientamento dall’alto delle preferenze, eterodirezione nella fruizione di contenuti informativi, profilazione continua di dati sensibili e personali. Non solo, il costo spropositato del controllo tecnologico e l’influenza di questo sul potere politico e geopolitico ha una sola possibile conseguenza: tanto potere nelle mani pochi e un solo unico pensiero che abita tutte le case senza la minima intenzione di lasciare spazio al dubbio. Non dovrebbe essere necessario ricorrere alle pagine di Mhalla per accorgerci della deriva tecnocratica che il mondo ha imboccato ormai da diversi anni e il senso di angoscia che pervade le pagine di questo libro dovrebbe prendere la forma di un sentire collettivo.

Già, perché il sentore di una crisi, di un abisso che ci aspetta famelico, lungi dal diventare un sentimento negativo e paralizzante, è forse l’unica arma che ci rimane per ribellarci, l’unica via per cercare di trovare risposta ad una domanda che, assieme all’autrice, dovremmo porci anche noi: gli anni Trenta del Novecento sono tornati? Una questione posta con apparente approssimazione e semplicità ma che, di contro, nasconde dietro di sé un altro interrogativo: in che forme e con quale pericolosità può ripresentarsi un potere che rivendichi un dominio esclusivo sul pensiero? In altre parole, parafrasando una frase di Paolo Sorrentino: di chi è il nostro tempo?

C’è un’immagine che apre la riflessione di Mhalla: Donald Trump a terra che, dopo essere scampato all’attentato del 13 luglio 2024 a Meridian, in Pennsylvania, alza il pugno in segno di vittoria. In quel momento non si sa ancora che il tycoon uscirà vincente dalle presidenziali, ma quel ghigno che tiene assieme contrizione e soddisfazione – dice l’autrice – fa presagire il peggio. È un fotogramma, un attimo cristallizzato in uno scatto che ci racconta una verità cui speravamo di non dover arrivare e che Mhalla, già all’inizio del libro, riassume con una frase inquietante nella sua semplicità: «il futuro – scrive – è dietro di noi» (p. 11).

Lo si è accennato in apertura, ci troviamo di fronte una difficile equazione da sciogliere, quella che lega la privatizzazione delle nuove tecnologie e l’esercizio del potere politico. Il mercato è inarrestabile, i focolai di guerra si aprono con una facilità cui non eravamo più abituati, le crisi economiche sono le protagoniste assolute di giornali e notiziari e la separazione tra chi vi soccombe e chi non ne sente nemmeno l’eco non è mai stata così netta. Quello raccontato da Mhalla è un mondo in declino che tanto somiglia a quegli scenari cupi, polverosi e post-apocalittici che abitavano le pagine della letterature cyberpunk degli anni Settanta e Ottanta e che adesso sembrano prendere vita nelle società al collasso, nelle rivoluzioni mancate, in una libertà supposta e continuamente violata.

Non a caso, a quella letteratura distopica che oggi torna prepotentemente alla mente, è dedicato il primo capitolo di questo testo, con l’analisi di una reatà ipermodernizzata in cui il legame tra Big State e Big Tech è indissolubile e dove i centri di potere vanno ad assottigliarsi sempre di più lasciando lo spazio vuoto ad una popolazione fatta non di individui coscienti, ma di sudditi ignari e inebriati dal racconto consolatorio e insieme terrificante del pensiero dominante. Il futuro – si diceva – è dietro di noi; non stiamo correndo verso la fine, la stiamo abitando, ci stiamo costruendo sopra, solo che non ce ne rendiamo conto.

Quell’estetica cyberpunk che per anni ci era sembrata tanto lontana, ora pare avere al centro il passaggio cruciale che descrive il nostro tempo: quello da una tecnologia totalizzante ad una tecnologia totalitaria. Ad essere in questione, in questo mondo fatto fatto per pochi e abitato da molti, è il destino delle nostre democrazie. C’è uno spettro che inizia ad aleggiare tra le pagine del libro a questo punto della riflessione, è l’ombra del Trasimaco della Repubblica di Platone, solo che veste panni più moderni e parla per tweet. In altre parole, più semplici, nel mondo vige la legge del più forte e il più forte non ha nessuna intenzione di cedere spazio a tutti, anzi.

Alle istanze esclusive e razziste, le tecnologie avanzate e i loro proprietari affiancano una verticalizzazione che non va ad escludere chi rifiuta di conformarsi all’idea dominante, bensì rigetta direttamente chi, conforme, non lo era già in partenza. Tutte le spinte progressiste e pluraliste vengono demonizzate, anzi il più forte pensa di tenere nelle proprie mani il progresso nella sua totalità; assieme ad esso, riporta in auge il passato e riadatta alla contemporaneità vecchi slogan che, in un presente profondamente in crisi, riescono ad insinuarsi e a proliferare con un’energia sempre nuova.

Crisi, pandemie, bolle finanziarie, tutti gli squilibri mondiali concorrono all’affermazione della legge del più forte, all’infiltrazione massiccia dei populisti e all’esponenziale crescita mediatica dei loro leader. È in questa terra di mezzo tra passato e futuro che, scrive Mhalla, si inserisce anche Donald Trump che, dalla sua prima elezione, «continua a fornire all’energia del vuoto una voce e un volto». In particolare, sono tre i tempi della danza trumpiana che l’autrice legge come essenziali per seguire la costruzione di questo presente distopico: l’era della postverità – con il pieno controllo dell’informazione e della disinformazione –, l’era della post-law politics, ossia il progressivo appropriarsi dell’apparato dello stato che rende, di fatto, impossibili le teoriche resistenze e la post-state politics, il momento in cui la differenza tra potere politico e potere tecnologico va a scomparire.
È questo che Mhalla definisce «un soffocamento della democrazia in un flusso permanente», dove «una parte del potere sembra migrare dalla legge verso la velocità, l’attenzione viene catturata, la polarizzazione è algoritmica. In questo regime, la legittimità si misura anche con l’attenzione che si genera» (p. 25).

Certo, in questa discesa agli inferi, Trump non è solo. Peter Thiel, Elon Musk, Marc Andreessen, Ben Horowitz, sono loro i primi teorici della verticalizzazione delle società, sono loro ad incarnare l’incontro tra il monopolio dei mezzi di produzione e il potere politico. Ancora una volta, ci si trova in un luogo di stallo tra passato e futuro. Dal passato viene ripresa l’idea dell’esistenza di una razza superiore, bianca, caucasica, reazionaria, attaccata ai vecchi valori; di nuovo, invece, ci sono le tecnologie e i mezzi di informazione, strumenti tramite i quali espandere in maniera incontrollata l’ideologia della nuova destra americana. Un futuro possibile? No, un futuro certo, che l’autrice riassume facendo riferimento ad un inquietante esperimento promosso, tra gli altri, da Peter Thiel e Marc Andreessen. Próspera – questo il nome del laboratorio – è un’enclave privata ceduta dall’Honduras ad una società americana, la Honduras Próspera Inc, dove vivono “rifugiati” americani e occidentali, transumanisti, hacker e biohacker, con una connessione internet ottima (fornita dai satelliti di Musk), in uno Stato di diritto minimo regolato da un codice libertario di buona condotta e a discapito delle popolazioni locali. Su Próspera «si lanciano esperimenti proibiti altrove […]. Mentre i deboli Stati colonizzati cedono la sovranità per una briciola di sviluppo economico» (p. 30).

Insomma: la prova generale di quella che si presenta come una nuova ideologia del comando e del potere impegnata ad espandersi in tutto l’Occidente. Ciò che è peggio è che, nella lotta contro la diversità, i teorici del nuovo mondo sono riusciti ad imbarcare due categorie fondamentali: la classe lavoratrice, arrabbiata e impoverita, e i reazionari della classe media, convinti sostenitori del ripristino di un ordine perduto nelle istanze wokiste e pluraliste nelle quali è “sprofondato” l’Occidente. Una concezione piramidale, che ha al vertice l’equazione potere politico-potere tecnologico, al centro la middle class impegnata nella ricostruzione di un passato idealizzato e, alla base, una popolazione emarginata e insoddisfatta che trova nuova voce in slogan razzisti e suprematisti.

Certo, perché la piramide regga occorre un elemento fondamentale, di schmittiana memoria: serve un nemico. Non è un caso che l’ideologia MAGA è innanzitutto costruita attorno all’idea di un rivale da combattere, pena la dissoluzione di quell’ordine tanto agognato in cui la razza privilegiata, quella che davvero nei secoli ha dato forma all’Occidente, dirige il mondo indisturbata. In questo senso, si comprende l’avversità nei confronti di ogni tipologia di minoranza, la contrarietà alle battaglie per i diritti civili, la costruzione di muri, la divisione della popolazione in caste non confondibili tra di loro.

Ma è davvero questo l’Occidente? Già, perché, come nota l’autrice, dell’idea occidentale – che, semplificando, associamo alla sussistenza di uno Stato di diritto, alla democrazia liberale e alla tutela dei diritti umani – negli Stati Uniti sembra rimasto ben poco. Non solo, nelle politiche contemporanee degli Stati Uniti, Mhalla riesce ad individuare dei tratti che risultano ironicamente in contraddizione con quei principi che la fine delle due guerre mondiali sembrava aver messo alla base dell’Occidente in genere.

Primo tra tutti, la somiglianza con il modello imperiale cinese, ossia una combinazione di imperialismo e protezionismo che l’autrice descrive come la coincidenza di due imperi che «attribuiscono grande importanza al proprio mito nazionale. Due capitalismi di Stato molto forti, con industrie strategiche ultradefinite e la stessa ambizione: la potenza tecnologica come potenza militare, cristallizzata attorno all’IA, da considerare una tra le principali tecnoindustrie, motore del secolo che si apre» (p. 35).

Due Nazioni in contrasto, che lottano per imporre il nuovo ordine mondiale e per le quali il modello imperiale – che dopo la devastazione delle due guerre, era stato descritto come il contro-modello – sembra l’unico vero paradigma cui tendere. A questo si aggiungono altri due elementi, perfettamente coerenti con le mire imperialistiche nordamericane: l’idea dell’espansione a macchia d’olio della propria sfera di influenza e della propria ideologia sociale e antropologica e il massiccio investimento nelle industrie High Tech.

Ancora una volta, si tratta di concetti passati che vengono ripresi e riadattati all’uopo in una marcia espansionistica che sembra non avere freno e che culmina nell’ossessione di Musk per Marte. Una mira, quella di Elon Musk, che assume ad imperativo assoluto l’avanzare ad oltranza, anche oltre i confini della Terra. Confini, sì, perché la sussistenza di un impero non può prescindere da due concetti centrali: quello di “frontiera” e quello di “sovranità”.

La frontiera è fisica e ideale, un muro che non divide stati sovrani, bensì sfere di influenza sulle quali poteri contrapposti rivendicano, appunto, la propria sovranità. Questa, di conseguenza, viene percepita come assoluta, come superiore a quella degli altri, una concezione concretizzatasi, per esempio, nelle operazioni per la destituzione del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. Secondo Mhalla, l’idea di frontiera di Trump è assimilabile a quella di Frederick Jackson Turner, che, nel 1893, parlava di quella americana come di un confine territoriale e ideale in grado di plasmare «l’identità nazionale degli stati uniti, infondendo uno spirito di libertà e individualismo interno» un binomio cui, aggiunge Mhalla, «Trump aggiunge le mire espansionistiche senza limiti e l’idea della tecnologia totale». Uno spirito americano, quindi, che deve espandersi sia nelle menti dei cittadini, che nel mondo, in quello che l’autrice chiama «un mix di nazionalismo identitario e imperialismo» (p. 43).

Inizia a profilarsi come urgente, per l’autrice e per il lettore, una riflessione sull’Europa. Il giudizio di Mhalla è duro: l’Europa è inerte, non si presenta né come un antagonista, né come un’alternativa allo stato di cose imposto da oltreoceano, la sua classe democratica è impotente, mentre l’estrema destra sembra sottomettersi anche quando le risoluzioni statunitensi la danneggiano da vicino. «Gli anni Trenta sono davanti a noi», scriveva Grendel nel 1990, ma è davvero così? Siamo davvero alle prese con un nuovo totalitarismo o, come molti commentatori suggeriscono, con un nuovo fascismo? Per Mhalla, sì.

Per definire questa nuova ideologia iperconnessa, controllante e onnipresente, la studiosa si rifà alla definizione di Georges Sorel, secondo il quale il fascismo è reazionario, tradizionalista, bigotto e vittimistico, tutte caratteristiche che Mhalla ritrova nell’era Trump assieme ad alcuni elementi centrali dei totalitarismi in genere, come l’ostilità alla democrazia, il culto della personalità, l’allargamento del potere esecutivo e la propaganda. Nella politica americana ritorna la confusione tra Stato e Partito, il fascino per la tecnica, la visione tecnoestetica della dominazione violenta e il virilismo, tutte caratteristiche che, secondo l’autrice, danno vita ad un fascismo «post ideologico che mette in scena il fascismo storico su tre livelli: forma (slogan, scontri, purificazione simbolica), struttura (Stato unitario, indebolimento dei contropoteri, nomine), ecosistema (think tank, influencer, X/Twitter e piattaforme Alt-Tech)» (pp. 51-52).

Un’Europa che non sa essere assertiva, un Sud America diviso tra alleati e respinti, un Medio Oriente in fiamme, un mercato che continua a funzionare indisturbato, che corre senza sosta, che non si ferma di fronte alle bombe, né si piega alle crisi e uomini soli, nascosti dietro i loro cellulari, piegati al consenso generale e indubitabile, è questo che raccontano le pagine di Resistere ai tempi oscuri.

Che cosa fare? È questa la domanda che, sopra ogni altra, accompagna l’intera lettura del testo, la domanda tragica per eccellenza, la questione fondamentale da risolvere, cui se ne associa un’altra, perfettamente riassunta dalle parole dell’autrice: «possiamo ancora costruire un “noi” al posto di un “si” impersonale, disincarnato, che rimanda solo ad ombre, che non rimanda a niente e a nessuno?» (p. 109).

Una forma di resistenza Mhalla la vede nel giornalismo libero, nell’informazione che resiste (appunto) alle acquisizioni, alle incursioni, alle minacce e alle censure, così come scorge ancora nelle piazze in rivolta un’ultima fiamma di disubbidienza civile. Nella manifestazioni, nei collettivi, nelle azioni di gruppo si ritrova, tra l’altro, un elemento che sempre più andiamo sottovalutando: il corpo, la presenza fisica, la materialità del reale.
Ma tutti gli altri?

È in quel «si impersonale» che si annida parte dell’immobilità sociale e civile nella quale stiamo sprofondando, è un “si” che acconsente, che non chiede, che si nasconde dietro a degli schermi, che si confonde con le interfacce. Il nostro consenso, scrive Mhalla, «fa la loro forza» (p. 117), la nostra partecipazione al pensiero unico senza fare domande è, forse, ciò da cui le forze tecniche e politiche che ci sovrastano traggono più potere.

Questo “si” immobile è fatto di giovani omologati, di adulti disillusi, di anziani che vedono la propria saggezza e la propria esperienza perdere progressivamente spazio nella società. Tutto ciò che mantiene un nucleo concettuale forte non è più pregnante, è vecchio, è inutile, è poco attraente. La nostra forza politica, le nostre idee, il fermento che sempre si annida nella diversità sembrano neutralizzati, l’apocalisse del pensiero – lo dicevamo in apertura – è qui.

Eppure, questo breve saggio sembra avere un’ultima finestra da aprire, un ultimo spiraglio che va al di là del giornalismo critico e dalle piazze in rivolta. È una luce lontana, fioca, che si intravede a malapena ed è racchiusa in quel “noi”. «La nostra massa atomizzata – scrive Mhalla – può essere legione. Possiamo essere il quinto potere essenziale, il vero contropotere […]. Quel che conta è essere “contro”». Bisogna dire di no, occorre urlarlo, gridarlo a gran voce, cercare di non trasformare questa storia nella «storia delle nostre impotenze» (p. 118).

L’avvertimento di Asma Mhalla è fondamentale: «non siamo condannati a nulla che non abbiamo desiderato» (p. 118), solo che non ci siamo accorti che quel desiderio non era il nostro. Che cos’è un uomo in rivolta? – scriveva Albert Camus nell’incipit dell’omonimo saggio – un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo “no”?».

Scritto da
Benedetta Lazzeri

Dottoranda in filosofia presso il Centro di ricerca in studi patristici Genesis dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ricercatore affiliato esterno al centro di ricerca Autonomie heteronomer Texte in Antike und Mittelalter dell’Università Friedrich Schiller di Jena. La sua ricerca è incentrata sulla fondazione del popolo attorno al concetto di nomos tra Hegel e Schmitt interpreti della “Lettera ai Romani” di Paolo.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici