Rigenerazione urbana tra economia creativa e innovazione sociale
- 04 Agosto 2020

Rigenerazione urbana tra economia creativa e innovazione sociale

Scritto da Angelo Laudiero

9 minuti di lettura

Rigenerazione urbana ed economia creativa

Le grandi trasformazioni della struttura del sistema capitalista iniziate negli anni Settanta del secolo scorso hanno inevitabilmente rivoluzionato i concetti legati allo sviluppo urbano e alla rigenerazione di aree depresse e abbandonate delle città. Ad assumere una crescente rilevanza sono stati i settori dell’economia creativa e culturale: il ruolo di arte, cultura e creatività nei processi di rigenerazione urbana è stato ampiamente sottolineato da studiosi e policy-maker che hanno visto nelle attività culturali una risposta alla deindustrializzazione e al declino fisico ed economico delle città.

Proprio per il loro alto contenuto simbolico, le attività culturali e artistiche hanno avuto un ruolo cruciale nella transizione da un’economia urbana fordista e industriale a un’economia “della cultura e della conoscenza” (Scott, 2001), specie a partire dagli anni Novanta, quando le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e la crisi dei settori tradizionali hanno portato a concentrare l’attenzione su cultura, creatività, professioni creative e industrie culturali per approdare poi ai lavori sulla città creativa. In tal senso, Florida (2002) sostiene che le città abbiano bisogno di attrarre classi e professioni creative per assicurarsi uno sviluppo duraturo ed essere competitive su scala globale. In questa prospettiva centrata sul “capitale creativo”, tale classe – motore della crescita economica – preferisce vivere in luoghi innovativi, diversi e tolleranti, spostando il focus della geografia economica della creatività sulle “3T” dello sviluppo: tecnologia, talento e tolleranza.

Nonostante il successo internazionale, le teorie su città e classi creative hanno attirato innumerevoli critiche: Scott (2014) vede la città creativa caratterizzata da forti disuguaglianze economiche e sociali tra la classe creativa e il precariato della forza lavoro, implicando un’evidente segmentazione socio-spaziale nei maggiori centri dell’economia globale. Inoltre, la rivitalizzazione di certe aree della città comporta spesso l’inizio di processi di gentrificazione, inizialmente segnalati da incursioni di artisti nei quartieri operai in crisi (Smith, 1982) e seguiti dalla rapida crescita del valore degli immobili e il conseguente spostamento forzato della popolazione originaria a basso reddito. D’altro canto, anche Markusen (2006) critica la nozione di “classe creativa” insistendo sulla logica causale che la mette in relazione con la crescita urbana, mentre Pratt (2011) sottolinea la natura neoliberista della città creativa, costruita per un pubblico privilegiato e implicitamente escludente altri gruppi. Insomma, la città creativa sembra avere livelli sempre più alti di polarizzazione socio-economica per cui lo sviluppo della classe creativa è accompagnato dalla crescita di una “sottoclasse” di bassi salari e lavori umili.

 

Rigenerazione urbana sostenibile

Sulla base delle precedenti critiche riguardanti il carattere neoliberista della città creativa e i conseguenti effetti negativi sullo spazio urbano, si sono affermati modelli alternativi che continuano a basarsi su arte, cultura e creatività, non più solo come fondamentali assets economici, ma anche come strumenti di sviluppo e rigenerazione urbana sostenibili. In tal senso, la funzione sociale della cultura appare come strumento strategico per salvaguardare l’identità dei luoghi e delle comunità locali, nell’ottica di una società urbana inclusiva. Ripensare la città creativa, quindi, implica offrire soluzioni ai problemi di esclusione sociale, permettendo a tutti i cittadini di partecipare economicamente, socialmente e culturalmente alla vita delle loro comunità (Sasaki, 2010). La creatività presente nelle attività artistiche e culturali non solo favorirebbe la generazione di nuove industrie e opportunità di lavoro, ma anche l’inclusione sociale attraverso la cooperazione tra più attori: cittadini, “business leader”, organizzazioni non-profit e attori pubblici dovrebbero, quindi, integrare i differenti valori economici, sociali e culturali in un modello di crescita sostenibile che punti alla coesione sociale.

D’altro lato, un ulteriore aspetto di crisi del modello di città neoliberista sembra essere quello relativo all’organizzazione democratica della vita urbana e all’assenza di fiducia tra cittadini, istituzioni e attori che determina l’assenza di capacità cooperativa e di controllo democratico. Conseguentemente, è sempre più necessaria una governance urbana alternativa che coinvolga attori pubblici, privati, non-profit e della comunità locale per raggiungere obiettivi comuni di riduzione della povertà e delle disparità, investendo in arte, cultura e patrimonio e favorendo partecipazione, cooperazione e fiducia tra gli attori coinvolti nella vita urbana in modo da superare il framework neoliberista e assicurare uno sviluppo urbano maggiormente sostenibile. Una governance del genere (alternativa, aperta e multi-stakeholder), basata su azione collettiva, coordinamento degli attori coinvolti e sanzioni nei confronti di comportamenti opportunistici, potrebbe favorire processi di rigenerazione urbana in cui il bilanciamento degli interessi pubblici, privati e della comunità locale diventi elemento privilegiato per soddisfare le necessità inascoltate dei residenti.

Tutti questi elementi (attività artistiche e culturali, processi di rigenerazione urbana, partecipazione e governance alternativa) trovano un terreno comune nel concetto di “innovazione sociale”, ovvero l’insieme di quelle soluzioni progressive per problemi di esclusione, privazione, alienazione, mancanza di benessere, che contribuiscono positivamente al progresso e allo sviluppo umano (Moulaert, 2009). Sostanzialmente, queste soluzioni sono forme di azione collettiva duratura basate su propositi comuni e solidarietà sociale che implicano obiettivi concreti: (1) soddisfazione di bisogni e miglioramento della condizione umana; (2) responsabilizzazione della comunità locale nella presa di coscienza delle proprie capacità e risorse; (3) partecipazione attiva al processo decisionale; (4) cambiamenti nelle relazioni e nelle pratiche di governance; (5) pianificazione di un’agenda per un migliore equilibrio della vita di comunità.

In questo contesto, processi di innovazione sociale relativi alla sfera dello sviluppo territoriale si intersecano con la sfera delle arti e della creatività, focalizzandosi principalmente sulla soddisfazione dei bisogni di gruppi marginalizzati (Moulaert, 2009).

 

Rigenerazione urbana e innovazione sociale

Questo approccio all’innovazione sociale riguarda, infatti, lo sviluppo e la rigenerazione urbana: il concetto di innovazione sociale implica – tra le altre – anche “la trasformazione delle relazioni sociali nello spazio e la riproduzione di identità e culture legate a un luogo” (Moulaert, 2009). Per superare problemi di sviluppo urbano, quali la poca diffusione di competenze ed esperienze tra settori, la scarsa integrazione tra livelli spaziali e la mancata soddisfazione dei bisogni di determinati gruppi sociali, Moulaert et al. (2007) suggeriscono di organizzare la vita urbana sulla base dello “sviluppo territoriale integrato”. Tale approccio si struttura attorno al principio dell’innovazione sociale, legando la soddisfazione dei bisogni umani basici delle comunità all’innovazione nelle relazioni sociali della governance. Tale processo dovrebbe essere garantito attraverso l’espressione dei bisogni da parte di movimenti sociali, l’integrazione di cittadini marginalizzati nel mercato del lavoro e nel sistema di welfare e l’educazione a una partecipazione più attiva nel processo decisionale sul futuro del territorio.

Quindi, lo sviluppo territoriale integrato sarebbe socialmente innovativo in due sensi: implica l’innovazione nelle relazioni tra individui e tra gruppi e cerca di soddisfare i bisogni fondamentali di cittadini esclusi da diritti basici quali il salario minimo o l’accesso a un’istruzione di qualità. Di conseguenza, i pilastri di questo sviluppo territoriale sarebbero tre: (1) la soddisfazione dei bisogni; (2) l’innovazione nelle relazioni sociali; (3) la responsabilizzazione socio-politica nella governance democratica. In quest’ottica, certi quartieri degradati non vengono più percepiti solo come sacche di esclusione sociale, economica e politica, ma anche come luoghi in cui nascono processi sociali alternativi di sviluppo e rigenerazione: tali iniziative sociali hanno spesso effetti moltiplicativi, con un carattere innovativo nel rispondere a differenti problemi sociali (disoccupazione, esclusione, mancanza di spazi di aggregazione, carenza di servizi pubblici), generando impatti positivi in termini di governance e costruzione di comunità.

In questo contesto, gli enti dell’economia sociale vengono considerati importanti attori nella realizzazione di progetti di innovazione sociale in quanto focalizzati sulla soddisfazione di bisogni della comunità locale, specie di gruppi di cittadini emarginati che non riescono ad accedere a beni e servizi basici, ma anche ad una piena auto-determinazione in termini di istruzione, occupazione e buona governance. Inevitabilmente, però, un’economia sociale che sia strettamente legata all’innovazione sociale alla scala urbana implica l’attenzione sul ruolo cruciale che la comunità gioca nella produzione di capitale sociale in termini di fiducia e coesione. E in questo, le organizzazioni dell’economia sociale possono certamente sviluppare modelli di rigenerazione urbana più indipendenti e inclusivi attivando risorse e talenti locali, resistendo al neoliberismo e generando nuove partiche culturali riguardanti l’auto-aiuto, la fiducia e la reciprocità all’interno della comunità. Da ciò, sembra che il potenziale per le organizzazioni dell’economia sociale nei processi di rigenerazione urbana non risieda solo nella valorizzazione degli spazi fisici, ma coinvolga anche beni relazionali e immateriali, combinando elementi economici, urbani, ambientali e sociali nel perseguire obiettivi di pubblico interesse.

Come sottolineato da Cottino & Zandonai (2012), le organizzazioni dell’economia sociale (soprattutto le imprese sociali) che portano avanti processi di rigenerazione urbana sono esempi dell’applicazione di innovazione sociale alla scala urbana quando intervengono per riconvertire strutture fisiche ed edifici in nuove forme di assets di comunità. Infatti, le loro attività sono considerate innovative in quanto valorizzano un’ampia serie di risorse e favoriscono il loro utilizzo coordinato verso obiettivi d’interesse collettivo. Il riuso di spazi abbandonati è un aspetto chiave dell’innovazione sociale: tali spazi non solo hanno la funzione di catalizzatori di energie locali e di incubatori di progetti sociali, ma sono luoghi dove affrontare questioni relative alla stessa innovazione sociale. In effetti, nuovi usi di spazi abbandonati possono indicare un cambiamento nel modo in cui la sfera pubblica è concepita, specialmente come spazio di interazione dove le capacità esistenti possono essere ricombinate creativamente.

In questo contesto, arte, cultura e creatività rivestono un ruolo decisivo nella promozione dell’innovazione sociale nei processi di rigenerazione urbana: esse rappresentano un’alternativa al modo tradizionale di fare le cose, una risposta non convenzionale a bisogni specifici e un riconoscimento di segnali collettivi di appartenenza a gruppi, comunità, città e quartieri. In tal senso, le attività artistiche e culturali sembrano dare voce a comunità depresse che chiedono considerazione e rispetto nella soddisfazione dei loro bisogni. Lo sviluppo spontaneo di specifiche infrastrutture culturali per musica, teatro, cinema e altre attività artistiche in quartieri o aree abbandonate dimostra tale desiderio di cambiamento: il processo di innovazione sociale innescato abilita le comunità locali ad esprimere la propria voce partecipando a produzioni artistiche collettive e a dar vita a un ecosistema creativo in cui gli elementi che lo compongono contribuiscono a far emergere l’autenticità dei luoghi.

Quindi, il contributo di arte e cultura allo sviluppo sociale ed economico di un dato spazio sembra basarsi su comportamenti di cooperazione tra differenti attori territoriali: le attività artistiche e culturali possono certamente giocare un ruolo decisivo nell’integrazione di individui e comunità escluse o marginalizzate ma anche nello sviluppo di capitale sociale, diventando elementi centrali nei progetti di rigenerazione urbana (in senso ampio) alternativi e sostenibili. In definitiva, considerare la rigenerazione urbana di quartieri depressi sotto questa nuova luce significa trovare soluzioni relative all’interpretazione delle necessità dei residenti locali ed esplorare le potenzialità dei luoghi. Per questo, la rigenerazione urbana andrebbe ripensata come un processo di nuove connessioni tra elementi fisici, materiali e ambientali e aspetti sociali, immateriali ed economici, focalizzando l’attenzione sulla mobilitazione di interessi e risorse attorno a nuove visioni del territorio che facilitino azioni collettive innovative e che promuovano uno sviluppo urbano sostenibile.

 

Conclusioni

In conclusione, un progetto d’innovazione sociale di successo a livello urbano, che insista sul ruolo delle organizzazioni dell’economia sociale e che si basi sulle attività artistiche e culturali, richiede un contesto caratterizzato da contaminazione reciproca, conoscenza condivisa, partecipazione democratica e interazione sociale, tendendo alla generazione di soluzioni creative ai problemi urbani. I tagli ai servizi sociali sperimentati in tutta Europa negli ultimi anni, però, hanno avuto l’effetto di ridurre sensibilmente la fornitura di servizi pubblici nel mantenimento di spazi comunali e di infrastrutture, in particolare aggravando le condizioni di aree periferiche degradate e intensificando la segregazione socio-spaziale a livello urbano.

In tali contesti, però, una risposta è stata spesso offerta proprio dalle stesse comunità interessate da situazioni di disagio attraverso l’auto-organizzazione tesa alla rigenerazione degli spazi e alla fornitura di servizi. Tali comunità hanno attivato processi cooperativi tesi a  valorizzare la diversità degli stakeholder coinvolti, diventando attori proattivi nel plasmare le città, creando spazi di comunità, lanciando nuovi servizi sociali attraverso l’istituzione di infrastrutture civiche e proponendo soluzioni alternative alle necessità del territorio. Naturalmente, tali esperienze hanno comportato nuove forme di governance che hanno dato a individui e gruppi di cittadini la possibilità di partecipare attivamente alle soluzioni di specifici problemi, con conseguente responsabilizzazione dei soggetti coinvolti nella fornitura di servizi, soluzioni abitative e modalità innovative di recupero di spazi abbandonati.

In particolare, esperienze alternative di rigenerazione urbana guidate da imprese di comunità (Mori & Sforzi, 2018) e organizzazioni dell’economia sociale, centrate sulle attività artistiche e culturali hanno dimostrato di poter promuovere la partecipazione civica, la democrazia “dal basso”, la fornitura efficiente di servizi e maggiori opportunità di costruire comunità e capitale sociale, riconoscendo il ruolo dei cittadini nella pianificazione del quartiere e il loro coinvolgimento nel processo decisionale. Inoltre, l’innovazione sociale espressa in tali esperienze deriva proprio dalla responsabilizzazione delle comunità e dalla partecipazione dei cittadini a prendere decisioni, soluzioni e misure contro il declino economico, sociale e democratico del proprio quartiere. In tal senso, assets cruciali sembrano essere le attività artistiche e culturali, non solo dal punto di vista economico, ma anche come strumenti di coinvolgimento delle persone nella vita pubblica e di espressione della propria “voce” riguardo all’uso degli spazi e delle risorse disponibili per la produzione di benefici collettivi.

In definitiva, arte, cultura e creatività possono certamente fungere da leve nei processi di rigenerazione urbana di spazi abbandonati, essendo connesse ai temi dell’innovazione sociale e agendo da risorse economiche strategiche. Tuttavia, per produrre risultati effettivi, è probabilmente necessario facilitare opportunità concrete per le comunità locali, gli attori dell’economia sociale, le imprese for-profit e le amministrazioni pubbliche di costruire nuove strutture di governance urbana per la generazione di beni pubblici. E sono proprio gli spazi abbandonati e le aree depresse delle città a rappresentare dei laboratori urbani e sociali dove sperimentare nuove sinergie tra differenti soggetti (pubblici, privati, formali, informali), diverse risorse (economiche, sociali, artistiche, culturali) e nuovi bisogni (territoriali, sociali, economici, ambientali), nel tentativo di offrire soluzioni innovative alle questioni urbane.


Bibliografia

Cottino P., Zandonai F., Progetti d’impresa Sociale come Strategie di Rigenerazione Urbana: Spazi e Metodi per l’innovazione Sociale, Euricse Working Paper No. 42, pp. 1-13, 2012.

Florida R., The Rise of the Creative Class: And How it’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life, Basic Books, 2002.

Markusen A., Urban Development and the Politics of a Creative Class: Evidence from a Study of Artists, Environment and Planning A, (38), pp. 1921-1940, 2006.

Mori P., Sforzi J., Imprese di Comunità. Innovazione Istituzionale, Partecipazione e Sviluppo Locale, il Mulino, bologna, 2018.

Moulaert F., Martinelli F., Gonzalez S, Swyngedouw E., Introduction: Social Innovation and Governance in European Cities. Urban Development between Path-dependency and Radical Innovation, European Urban and Regional Studies, 14 (3), pp. 195-209, 2007.

Moulaert F., Social Innovation: Institutionally Embedded, Territorially (Re)produced, in MacCallum D., Moulaert F., HillierJ., Vicari S. (ed.), Social Innovation and Territorial Development, Ashgate, Londra, pp. 11-24, 2009.

Pratt A., The Cultural Contradictions of the Creative City, City, Culture and Society, 2 (3), pp. 123-130, 2011.

Sasaki M., Urban Regeneration through Cultural Creativity and Social Inclusion: Rethinking Creative City Theory through a Japanese Case Study, Cities, 27 (1), pp. 3-9, 2010.

Scott A., Global City-Regions: Trends, Theory, Policy, Oxford University Press, 2001.

Scott A., Beyond the Creative City: Cognitive–cultural Capitalism and the New Urbanism, Regional Studies, 48 (4), pp. 565-578, 2014.

Smith N., Gentrification and Uneven Development, Economic Geography, 58 (2), pp. 139-155, 1982.

Scritto da
Angelo Laudiero

È laureato magistrale in relazioni internazionali presso la facoltà di scienze politiche dell’Università “L’Orientale” di Napoli. Dopo diverse esperienze di lavoro in Italia e all’estero, ha conseguito il dottorato di ricerca in sviluppo locale presso l’Università di Trento, con una tesi su innovazione sociale e attività culturali applicate a processi di rigenerazione urbana dei quartieri depressi della periferia di Napoli.

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