La Shoah e il negazionismo: un’analisi filosofica
- 27 Gennaio 2020

La Shoah e il negazionismo: un’analisi filosofica

Scritto da Vittorio Rebora

11 minuti di lettura

La negazione di un evento epocale e senza precedenti nella storia dell’umanità come lo sterminio sistematico perpetrato dal nazionalsocialismo tedesco ai danni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, e passato alla storia come soluzione finale [Endlösung], non può che creare stupore e rifiuto sia da parte degli studiosi specializzati e sia da parte dell’opinione pubblica. Si tratta di un fenomeno che da un lato rimanda alla possibilità di strumentalizzare politicamente la storia, riducendo quest’ultima a un gioco di prospettive totalmente scevro di un proprio significato morale, e che dall’altro contiene numerose conseguenze indagabili non solo dal punto di vista storico o sociologico, ma anche dal versante strettamente filosofico[1]. La “negazione” è caratterizzata in primis dall’incapacità di stabilire un reale confronto a causa del ruolo che ricopre all’interno delle proprie strategie argomentative: ha cioè una funzione essenzialmente violenta e annichilente che cancella ogni possibilità dell’altro nel discorso. Concepito come un fenomeno dai tratti autoreferenziali e tautologici, il negazionismo mette infatti in discussione lo stesso statuto epistemologico dello studio della storia[2]. Questo perché i negazionisti, utilizzando efficacemente strategie comunicative supportate, tra l’altro, dalla crescente possibilità di divulgazione per via digitale e l’avanzamento di tecnologie utili alla manipolazione delle fonti, tendono a mettersi in mostra come anticonformisti e autorevoli, specie nella misura in cui abusano di un termine attraverso il quale si attribuiscono una scientificità fittizia: revisionismo. Nel tentativo di offrire un’immagine completa, seppur non esaustiva, di questo caso, occorre procedere ponendosi le seguenti domande: 1) chi sono i negazionisti e perché negano; 2) quali nessi sussistono tra negazionismo e revisionismo; 3) in che modo la filosofia può aiutare a comprendere e combattere questa tendenza ibrida se non patologica.

A ben vedere, il negazionismo non è fenomeno esclusivamente recente. Lo storico di fama mondiale Ian Kershaw sostiene che «la strada per Auschwitz fu costruita dall’odio ma pavimentata dall’indifferenza»[3]. L’intenzione di cancellare i crimini commessi dal nazismo risale agli stessi anni di regime, e fu perseguita proprio dai collaboratori di Hitler. Il comandante in capo delle SS Heinrich Himmler dichiarò alla conferenza tenutasi a Poznan il 6 ottobre del 1943 che quella pagina della storia, legata ai crimini, non era e non sarebbe mai stata scritta. Il motto utilizzato per occultare lo sterminio sistematico degli ebrei europei fu Notte e nebbia [Nacht und Nebel], che rimanda ad una scena dell’opera L’Oro del Reno di Richard Wagner, in cui il capo dei nibelunghi Albericht avrebbe pronunciato quelle parole indossando un elmo magico. Ciò che ha favorito questo processo fu il linguaggio, il quale, una volta svuotato della propria ricchezza semantica, e quindi destoricizzato, venne utilizzato come strumento di manipolazione, controllo e violenza. La propaganda di regime e la crescente burocratizzazione della lingua, infatti, permisero ai nazionalsocialisti di mimetizzarsi e di cancellare ogni traccia delle vittime ancor prima che i crimini fossero commessi. Alcuni esempi concreti di questa procedura furono le espressioni volte ad indicare le azioni da svolgere per perseguire i propri scopi, come la Sonderaktion (azione speciale), che indicava la selezione, oppure le sigle come NN-Aktion o NN-Transport, relative alla scomparsa a al trasporto delle vittime da far sparire, fino a giungere al raccapricciante locale per le docce [Duschkammer] dove avveniva la disinfestazione [Entwesung], o all’appellativo attribuito ai prigionieri da eliminare, che altro non erano che pezzi [Stücke] o materiale umano [Menschenmaterial][4].

Lo scopo di una simile operazione non fu solo la cancellazione del passato, ma anche quella di perpetuare l’annientamento nel futuro. In questo senso, la seconda stagione negazionista del dopoguerra avrebbe voluto offrire una sorta di vittoria postuma a Hitler, negandone appunto i misfatti, al fine di conseguire i propri obbiettivi politici. In quest’ottica, l’Olocausto ebraico altro non sarebbe stato che una menzogna politica volta a costruire e a legittimare il nascente stato di Israele. È questa la tesi sostenuta esplicitamente il 18 maggio del 2007 in una conferenza presso l’Università di Teramo da Robert Faurisson, professore di letteratura francese presso l’Università di Lione 2. Faurisson è considerato il padre del negazionismo tecnico per aver sostenuto l’impossibilità materiale di eseguire concretamente un numero così alto di uccisioni, in un articolo pubblicato il 29 marzo del 1979 col titolo Per un vero dibattito sulle ‘‘camere a gas’’, e per aver negato, assieme a David Irving e Arthur Butz, l’autenticità del diario di Anna Frank nella raccolta del 1975 Le journal de Anne Frank est-il authentique?.

Per non parlare, inoltre, dell’appoggio a questa corrente da parte di associazioni, quali: L’Institute for Historical Review della California, fondato da un esponente del Ku Klux Klan di nome Willis A. Carto, e addirittura da parte di Radio Islam, fonte di propaganda antisionista situata in Svezia e gestita da un vecchio amico di Faurisson, Ahmed Rami[5].

Il negazionismo, pur non avendo avuto altrettanta fortuna in Italia, nazione il cui rapporto con l’antisemitismo e la collaborazione del regime fascista con il nazismo nella deportazione degli ebrei ha suscitato discussioni e polemiche, ebbe ugualmente alcuni sostenitori[6]. Tra di essi si ricordano in particolare i nomi di Cesare Saletta, che sulla falsariga di Faurisson non attribuì particolare rilievo ai Vernichtungslager (campi di sterminio), accentuando piuttosto la funzione dei campi di concentramento [Konzentrationslager], in cui si verificava un certo numero di morti per le condizioni di lavoro massacranti e che i tedeschi dell’epoca avrebbero utilizzato a scopi economici sulla base del modello marxista della Russia sovietica, e tra i negazionisti italiani si ricorda pure il nome di Carlo Mattongo. Quest’ultimo, in alcuni scritti come in particolare: Il Rapporto Gerstein: anatomia di un falso, La risiera di San Sabba: un falso grossolano e Il mito dello sterminio ebraico (tutti del 1985) ricostruisce non solo la rassegna bibliografica del negazionismo dell’epoca, ma rappresenta indirettamente una summa di tutte le strategie argomentative adottate dai negazionisti stessi. Tra di esse si possono elencare: 1) la confutazione repentina delle testimonianze con un’enfasi sulle loro contraddizioni; 2) la destituzione di una teoria alla luce di un giudizio di inaderenza su un singolo dettaglio (crolla un tassello, cade l’intera teoria); 3) l’accento e il rimando ossessivo alle fonti cartacee, prive però di un’autentica contestualizzazione; 4) lo sminuire gli aspetti più terribili dello sterminio in nome di una presunta imparzialità; 5) la critica costante ai metodi storiografici volta ad attaccare ogni affermazione non in linea con i propri principi ideologici[7]. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, perché ci permette di discutere circa il funzionamento di una corretta immagine storica, soprattutto nella misura in cui il negazionismo tenta di celarsi dietro una patina di scientificità accademica, fingendo di mostrarsi come revisionismo. A questo punto, però, urge una chiarificazione sulla differenza tra queste due parole: negazionismo e revisionismo.

Il termine revisionismo ha origine dalla parola revisione, che nella sua accezione più generica tende a indicare una verifica o una rilettura di conoscenze già acquisite, rientrando in un’ottica di miglioramento di uno stato di cose e contemporaneamente rifiutando in modo implicito l’accettazione di una situazione definita da cause di forza maggiore o, in modo non corretto, da un soggetto agente. Possono essere oggetto di revisione, per esempio: le edizioni di un libro, i motori dei veicoli, le liste elettorali dei comuni, i processi e, persino, le norme del diritto internazionale concordate a seguito di trattati legislativi imposti da eventi traumatici, come avvenne nella Prima guerra mondiale, assieme alle costituzioni[8].

Invece, revisionismo, nel senso politico del termine, risale al 1899, quando Eduard Bernstein scrisse I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, in cui, a seguito del dibattito con Karl Kautsky e Friedrich Engels sulla mancata caduta del capitalismo auspicata deterministicamente da Marx, promosse una revisione teorica del marxismo. La stessa storia del marxismo è costellata di variazioni teoriche che si verificano ogni qualvolta si presenta una teoria monolitica, se non totalitaria (si pensi allo scontro tra Trotsky e Stalin, o alla rottura della politica sovietico-staliniana da parte della Jugoslavia di Tito). Nel secondo dopoguerra, la parola revisionismo esce dalle polemiche interne al marxismo per stagliarsi in una prospettiva di politicizzazione della storia, quando lo storico italiano Renzo De Felice compii i propri studi sul fascismo e la guerra civile, interpretati a sinistra come un tentativo di minare i fondamenti della Costituzione italiana da poco in vigore[9].

In epoca abbastanza recente, Norberto Bobbio, in una intervista alla ‘‘Stampa’’ di Torino del 2 dicembre 2000, formulò un’idea di revisionismo che sembra sollevare più problematiche: esso sarebbe un’ideologia, la cui funzione pratica risiederebbe nell’orientare un giudizio storico in modo favorevole o sfavorevole a una parte politica[10]. Questo può avvenire attraverso il capovolgimento di un giudizio storico consolidato, che rimanda alla possibilità di ignorare acquisizioni di progresso e tradizioni storiche ben radicate: ciò trattasi, per Bobbio, di rovescismo. Nonostante il revisionismo possa apparire molto vicino al negazionismo, occorre ricordare che mentre il primo presuppone una ricerca storico-scientifica che, per quanto possa far scontrare storici di orientamento differente, non nega necessariamente i risultati precedenti, il secondo si presenta, più che come un metodo, come una tesi scientificamente infondata, e dotata di un proprio pubblico totalmente avulso al dialogo specialistico, perché prescinde dal rapporto tra contesto e fonte.

Si potrebbe tuttavia aggiungere che, per quanto queste due correnti si possano considerare diverse, riescono a co-agire: l’idea del revisionismo di voler rileggere la storia alla luce delle proprie intelaiature precostituite, a scapito della scarsa importanza attribuita al singolo caso particolare, fornisce al negazionismo la possibilità parassitaria di affermarsi maggiormente, attaccandosi al rovesciamento del giudizio storico preso in esame e banalizzato dai revisionisti. Il fine a cui tendono entrambi è mescolare il vero con il falso, in un obbiettivo ideale per cui una serie di affermazioni che storicamente convivono con la fattualità vengono fatte convergere tutte in una tela narrativa volta alla negazione. In altre parole, la revisione non è più un mezzo, ma un fine del negazionismo.

Alla luce di quanto detto fin qui, i tre problemi filosofici sollevati da questo processo su cui sarebbe opportuno focalizzarsi sono: 1) la negazione assoluta a scapito della possibilità di dialogo; 2) l’appiattimento del linguaggio, inteso originariamente come risultato di un processo storico; 3) la distruzione del significato etico di verità e ricordo. Fin da quando Platone compose il Sofista, la filosofia si rese conto dell’impossibilità del non essere di presentarsi come assoluto contrario dell’essere parmenideo. Infatti «Quando diciamo in non essere, a quanto pare, non intendiamo qualcosa di contrario all’essere, ma soltanto di diverso»[11]. Allo stesso modo, Losurdo, menzionando Hegel, sostiene necessaria la comparazione per determinare un avvenimento storico: «Facendo tesoro della logica hegeliana, possiamo dire che c’è un giudizio negativo semplice che si limita a negare la specie, o un suo particolare […]: questa rosa non è rossa, ma essa va sussunta sotto il genere di rosa; […] Ma c’è anche un giudizio negativo infinito che nega il genere in quanto tale […]. In ogni caso, ineludibile risulta il momento della comparatistica. L’unica alternativa ad essa è il silenzio dinanzi all’ineffabile»[12]. Il primo passo contro il negazionismo è dunque evitare questo silenzio, riflettere, dialogare nel tentativo di determinare un passato che ci riguarda, nella consapevolezza che la comparazione non può fare a meno di un metro di giudizio morale, soprattutto dopo Auschwitz.

Prendendo in considerazione il linguaggio, invece, esso viene svuotato e privato della sua vastità di significati riproducendo in modo univoco l’esistente. Se Theodor Adorno in Teoria estetica (1970) sostiene che «Il barbarico è il letterale»,[13] lo fa non solo pensando al funzionalismo, alla pretesa di oggettività che conduce l’opera d’arte a perdere la propria accidentalità da cui deriva la propria reale bellezza, ma anche alla pretesa del linguaggio di voler rispondere freddamente a concetti, occultando ciò che è a monte rispetto a questi. Proprio l’accidentalità, quale motore della dimensione storica dell’uomo, è al centro di Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo (1933), di Emmanuel Lévinas, il quale sostiene che la filosofia di Hitler, configurandosi come un’esaltazione del fatto bruto, del sangue e della razza, salda la storia con il destino biologico, indicando di fatto la perdita di storia come libertà e contingenza: «L’essenza dell’uomo non è più nella libertà, ma in una sorta di incatenamento. […] prendere coscienza dell’incatenamento originale, ineluttabile, unico al nostro corpo; significa soprattutto accettare questo incatenamento»[14]. Occorrerebbe, piuttosto, riconoscere al linguaggio una veste storica, che rimandando ad una coscienza collettiva, non può essere soggetto a isolamenti semantici.

Proprio da qui è possibile arrivare a cogliere un ultimo punto: nello stesso modo in cui il nazionalsocialismo associa un’idea deterministica di natura allo svolgimento delle azioni umane compromettendone una reale libertà, così i negazionisti, minimizzando il genocidio attraverso comparazioni fittizie e normalizzazioni, presentano una storia priva di conflitti e discontinuità, mettendo dunque in crisi la stessa nozione di evento. Questa cancellazione della contingenza delle azioni umane conduce a considerare la storia come un insieme di fatti privi di singolarità, e che meritano di essere presi in esame solo nella misura in cui rispondono ad aspettative ideologiche di una parte politica, riducendo la storia ad una mera lotta di prospettive: in tutto ciò, la concezione di una verità storica intrisa di significato morale e progressivo si perde in un gioco perverso in cui i fatti, destoricizzati, si cristallizzano perdendo la loro pregnanza.

Un passo auspicabile per combattere questa subdola forma di nichilismo sta nel riconoscere Auschwitz e l’olocausto ebraico nella loro unicità, che risiede principalmente nel fatto che i campi di sterminio avessero la morte, la nullificazione, come unico fine, e che abbiano leso la dignità umana, sia allo scopo del rimodellamento biologico dell’umanità che ne era alla base, sia per aver imposto l’anonimato a vittime e a carnefici nell’atto di sterminio. Va da sé che parola (quindi linguaggio) e ricordo vadano di pari passo: secondo Benjamin, infatti, la parola Eingedenken, letteralmente pensare in uno [Ein-gedenken], cioè con i vinti, non significa unicamente conservare nella memoria serie di eventi già accaduti oggettivandoli, ma riarticolare un ricordo che pertiene alla collettività, quindi attualizzarlo[15].

In conclusione, si è osservato come il negazionismo abbia visto periodi storici differenti: il tentativo di nascondere i propri crimini era già stato avviato nel 1942 attraverso la burocratizzazione del linguaggio e la cancellazione fisica delle vittime, in modo tale che non fosse più possibile nemmeno il loro ricordo. L’operazione venne immediatamente reiterata nel dopoguerra da parte di alcune associazioni con evidenti scopi politici, e da autorità accademiche che si attribuirono l’etichetta di revisionisti. Ma si è inoltre cercato di argomentare che, per quanto revisionismo e negazionismo possano convergere nella relativizzazione di un giudizio storico, restano sostanzialmente due fenomeni distinti: il primo come metodo storico il cui fine è quello di apportare delle migliorie ai progressi storiografici già acquisiti; il secondo come movimento fondamentalmente avverso al dialogo accademico, che si configura come un circuito chiuso che si manifesta nella negazione acritica, nell’ossessione per il dettaglio a scapito del contesto, nelle comparazioni faziose e nella critica alle concezioni storiografiche potenzialmente avverse.

In ultima istanza, il problema del negazionismo è indagabile da almeno tre prospettive filosofiche: 1) ontologica, nel senso che ha a che vedere con una negazione tesa a perpetuare l’annientamento cancellando le vittime dalla memoria collettiva; 2) epistemologica, in quanto mette a repentaglio il concetto di veridicità storica mediante l’interpolazione dei fatti e del linguaggio; 3) etica, nella misura in cui fa vacillare la concezione della storia come un insieme di fatti moralmente connotati e indirizzati al progresso.

Casi di uso politico della storia in chiave revisionista e antisionista sono tutt’ora al centro di fatti di cronaca. Circa il revisionismo: in una puntata di “Porta a Porta” del 13 febbraio 2012, la storica Alessandra Kersevan scorge in una foto, che ritrae soldati italiani che fucilano dei partigiani sloveni (fatti passare per italiani giustiziati dai comunisti di Tito) mostrata da Bruno Vespa, un tentativo di rimando alla vicenda delle foibe[16]. Oppure è il caso recentissimo del professore di storia dell’Università di Siena Emanuele Castrucci, che ha pubblicato su Twitter alcuni post (25 settembre e 11 ottobre) in cui viene esaltato l’operato di Hitler, pubblicando inoltre una foto accusatoria nei confronti dei Protocolli dei savi di Sion. Si tratta di episodi che fanno riflettere sul possibile ruolo che la tecnologia e i nuovi social possono ricoprire nella divulgazione di materiale storico politicamente strumentalizzato, e sollevano domande su come sia possibile riconoscere, ad esempio, l’autorevolezza di una fonte o di un documento di qualsiasi altro tipo.

Nel frattempo, occorre assolutamente prendere atto che, al fine di tramandare una grande verità su un disastro qualificabile come il punto di non ritorno della storia, bisogna promuovere una solidarietà universale tra persone e popoli, onde evitare di ricadere in quella colpa metafisica descritta da Karl Jaspers in La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania (1965): «La colpa metafisica consiste nel venir meno a quell’assoluta solidarietà con l’uomo in quanto uomo. È una pretesa inaccettabile, anche quando le esigenze ragionevoli della morale sono già cessate[17]».


[1] Cfr. Pier Paolo Poggio, Nazismo e revisionismo, Manifestolibri, Roma 1997 p. 191.

[2]Cfr. Henry Rousso, Les racinespolitiques et culturelles du négationnisme en France, pp.19-20.

[3] Ian Kershaw, Popular Opinion and Political Dissent in the Third Reich: Bavaria, 1933-1945, Oxford University Press, Oxford 1983, p. 277.

[4] Cfr. Donatella Di Cesare, Se Auschwitz è nulla: Contro il negazionismo, Il melangolo, Genova 2012, pp. 28-35.

[5]  Ivi, pp. 44-54, 60.

[6] Cfr. Angelo Del Boca (a cura di), La storia negata: il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza editore, Vicenza 2009, p. 243.

[7] Cfr. Claudio Vercelli, Il negazionismo: storia di una menzogna, Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 128-37.

[8] Cfr. Paolo Simoncelli, Revisionismo: breve seminario per discuterne, Cacucci editore, Bari 2015, pp. 11-14, 24, 32.

[9] Ivi, pp. 14-16.

[10] Rassegna stampa, Norberto Bobbio contro la propaganda clericale, 02-12-2000

[11] Platone, Sofista, BUR, Milano 2007, 257b 3-5 (p. 441 ediz. italiana).

[12] Domenico Losurdo, Il revisionismo storico: problemi e miti, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 35.

[13] Theodor Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino 2008, p. 82.

[14] Emanuel Levinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, Quodlibet, Macerata 1998, p. 33-4.

[15] Walter Benjamin, Sul concetto di storia in: Angelus Novus, Einaudi, Torino 2014.

[16] Cfr. raiuno-13-febbraio-2012-alessandra-kersevan-a-porta-a-porta/. Si rimanda inoltre al video su Youtube

[17] Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Raffaello Cortina editore, Milano 1965, p. 73.

Scritto da
Vittorio Rebora

Laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bologna con una tesi sulla ricezione del concetto nietzscheano di “Grande stile” in Heidegger e Jünger. È membro dei gruppi di ricerca “Prospettive italiane: ricerche di storia della filosofia” e “Dalla Ridda: percorsi in superficie”. Si è occupato principalmente di estetica prediligendo come periodi storici di riferimento la filosofia classica tedesca e l’età contemporanea (con particolare attenzione all’area tedesca e italiana).

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