“Simboli della fine” di Federico Vercellone

“Simboli della fine” di Federico Vercellone

Recensione a: Federico Vercellone, Simboli della fine, il Mulino (Icone), Bologna 2018, pp. 152, 12 euro (scheda libro)


Il problema dell’immagine è una questione di radici storiche, e riguarda la forma possibile del mondo che abitiamo. Quando un oggetto si dà in immagine, si fa riconoscere da noi e al contempo fa sì che ci riconosciamo in esso, che leghiamo cioè la nostra presenza alla sua, stabilendo così una circolazione del senso. L’immagine si colloca né troppo vicino, dove possiamo toccarla, né troppo lontano, dove non può in alcun modo toccarci: instaura una corrispondenza immediata con la realtà che si gioca sull’emergere di costanti sensibili, come se il mondo si rivolgesse da sempre a noi. L’immagine è ciò che nel reale ci riguarda. L’ultimo libro di Federico Vercellone, uscito a settembre per la preziosa collana Icone del Mulino (curata da Massimo Cacciari), suggerisce innanzitutto che questa familiarità con il mondo è il cuore pulsante della nostra cultura moderna e insieme l’ambito in cui si consuma la sua crisi.

Simboli della fine può essere letto come un punto d’arrivo del pensiero del suo autore, che ha analizzato le ontologie mitopoietiche romantiche (si veda per esempio Nature del tempo. Novalis e la forma poetica del romanticismo tedesco, Guerini e Associati, Milano 1998) e indagato le radici della crisi d’identità che attraversa l’età moderna (Introduzione al nichilismo, Laterza, Roma-Bari 2009). Si può comprendere allora come la genealogia del tempo presente debba risalire necessariamente al Romanticismo. I romantici per primi hanno individuato nel patrimonio simbolico la chance vitale di una civiltà, rimarcando l’interesse per il rinnovamento della forma come incombenza storica. Un compito che oggi si ripropone con enfasi e a tratti con violenza, nella veste di un vero e proprio «scontro di identità in immagini»[1], quando il potere di stabilire un ambiente condiviso viene a mancare. Il concetto di immagine si pone dunque al punto di giuntura tra l’estetica e la sfera etico-politica, tanto che – come Vercellone non esita a sottolineare – ne va letteralmente di “noi”.

«Radicarsi» e «riconoscersi» sono termini ambigui, intrinsecamente assiologici, ma neutri dal punto di vista della normatività: tanto che «serbare e conservare […] sono diventate parole d’ordine di sinistra» (p. 38). La soggettività identificata diventa una condizione necessaria della ricerca di emancipazione; ma è al contempo venduta sul mercato di massa e impugnata dai terrorismi internazionali e dai fascismi. Vercellone sostiene che sono proprio il disperato bisogno di autoriconoscimento e l’emorragia simbolica che ne consegue a generare risposte distruttive e nichilistiche, fondatrici di nulla. Le immagini stesse prosperano in quest’ambiguità, alimentando esclusioni, incantando le figure dei leader, piegandosi all’intrattenimento, ma esercitando sempre il loro terribile potere di appello. I simboli che oggi mancano sono quelli rivolti al futuro. Di fronte ad una radicale abolizione del possibile, Vercellone sembra propendere per un difficile lavoro di selezione di quelle immagini davvero fondative, fondatrici del veramente nuovo, dotate cioè di un potere di rinnovamento quasi palingenetico.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il problema dell’immagine

Pagina 2: Vercellone e l’ecologia dell’immagine

Pagina 3: Un libro sul tempo


[1] Cfr. il precedente contributo di Vercellone, Il futuro dell’immagine, il Mulino, Bologna 2017, in particolare pp. 103-109.


Crediti immagine: Heinz Bunse, I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, attraverso flickr.com


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Nato ad Arezzo nel 1993, è dottorando presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (FINO). Il suo progetto di ricerca verte sull’estetica di Friedrich Daniel Schleiermacher. Ha completato un percorso quinquennale come allievo della classe di Governo e Scienze Umane alla Scuola di Studi Superiori “Ferdinando Rossi” di Torino e si è laureato a pieni voti presso l’Università di Torino con una tesi sull’estetica di Gilbert Simondon.

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