Stati o ideologie? È una questione di forza morale
- 19 Maggio 2020

Stati o ideologie? È una questione di forza morale

Scritto da Pietro Figuera

5 minuti di lettura

Ancor prima di quali singoli Stati o quali specifiche ideologie prenderanno il sopravvento nella prossima crisi europea, è importante capire quale dei due sistemi è più attrezzato per vincere la grande sfida della legittimità.

Accade nei grandi bivi della storia. Non si propone solo lo scontro tra due o più direzioni politiche, che già di per sé hanno un grande impatto sulla vita delle persone. Si fa avanti anche un altro tipo di conflitto, alla base, per stabilire chi ha la maggiore autorevolezza per indirizzare la politica e la società.

In parole più semplici e note, lo scontro tra ragion di Stato e ideali. Tradotto nella lingua del XX e XXI secolo: tra interessi nazionali e appartenenze partitiche.

Le seconde non sono necessariamente più ristrette dei primi. In uno spazio politico europeo, la dimensione transnazionale delle famiglie partitiche ha dato – almeno in teoria – un peso senza precedenti alle rivendicazioni ideologiche che travalicano gli Stati.

Ma proprio nel momento in cui l’integrazione europea ha conosciuto i suoi maggiori successi – a livello istituzionale, con la concessione di uno spazio inedito al Parlamento europeo – è arrivata la reazione d’istinto degli Stati, che hanno serrato i ranghi. A volte in modo scomposto e individuale, come durante la crisi dei migranti. Ma in genere facendo squadra contro l’incedere dell’unificazione europea.

Il declino del ruolo politico della Commissione – da Barroso a Juncker a von der Leyen, scelta più per i suoi demeriti nel governo tedesco che per i suoi successi di carriera – sta lì a dimostrarlo, assieme all’incremento decisionale del Consiglio europeo e più in generale del metodo intergovernativo.

Le crisi di sistema esacerbano le fratture già esistenti, e con esse la necessità degli Stati di prendere il controllo. Allo stesso tempo, le crisi mettono anche alla prova la coerenza e la validità delle ricette proposte dalle famiglie politiche e ideologiche, offrendo la sponda per sperimentazioni inedite. Queste ultime possibili, tuttavia, solo con la convergenza tra élite nazionali affini, improbabile su larga scala.

Qui, oltre alle diversità nazionali, entrano in gioco anche i differenti tempi della politica. Ovvero la frattura strutturale, tipica di ogni democrazia (e non solo), che interpone le esigenze elettorali dei rappresentanti popolari, e quelle di lungo termine che costituiscono la “grande strategia” degli Stati, la loro ossatura. Faglia, anche questa, approfondita dagli eventi in corso.

Nella corrente pandemia, infatti, lo spazio degli interessi elettorali si è ridotto ulteriormente, in una impraticabile rincorsa di umori e percezioni. La strategia della “campagna elettorale permanente” è difficilmente sostenibile in uno scenario in cui non solo la politica, ma anche il mondo della scienza non riesce a fornire risposte univoche, coerenti e definitive.

Per contro, quasi tutte le strategie nazionali (laddove ben definite) hanno avuto bisogno di modifiche e adattamenti per far fronte all’eccezionale situazione. Al termine del processo, la revisione potrebbe essere talmente profonda da dover ampliare la portata dei tradizionali “interessi nazionali”. Basti pensare alla volatilità dei flussi e delle ricchezze annue prodotte, che sta mettendo in crisi anche i modelli economicistici più affermati. O ai sistemi sanitari e di welfare, che dopo anni di tagli indiscriminati (favoriti proprio da interessi elettorali di breve termine) chiedono adesso di essere ripensati, oltre che ricostruiti.

Ma anche ignorando la questione dell’orizzonte temporale di riferimento, resta in piedi la grande questione già anticipata, ovvero lo scontro tra i fautori degli interessi nazionali e chi vorrebbe approfittarne per cambiare paradigma. Questi ultimi solitamente costituiscono minoranze, più o meno rumorose, ma insufficienti per alterare gli equilibri già consolidati.

Fu ciò che avvenne allo scoppio della Prima guerra mondiale. La famiglia socialista europea, ancora acerba e priva di un vero coordinamento, capitolò dinnanzi all’inesorabile (ma era davvero inesorabile?) destino del conflitto internazionale. I tentativi di neutralizzarlo finirono nell’isolamento politico o nella coscrizione forzata. Ma soprattutto, finirono dimenticati dalla storia e dai suoi libri, ad eccezione di qualche nicchia di ricerca.

Oggi non si notano grandi progressi rispetto a un secolo fa. I titolari nazionali delle principali correnti politiche europee appaiono slegati, sia per idee che per strategie. Quanto alle prime, non è ancora stato formalmente chiarito ad esempio come il Partito popolare europeo, espressione di un conservatorismo moderato, possa includere al suo interno un soggetto come Viktor Orbán (di cui ogni presentazione è superflua). Neanche nel campo idealmente avverso mancano le contraddizioni, a partire dall’adesione più o meno manifesta dei Socialisti al programmi economici di centrodestra (sia attraverso le larghe intese europee, sia all’interno dei singoli parlamenti statali).

Le logiche nazionali prevalgono anche sul fronte delle strategie. Che semplicemente non esistono, o sono del tutto inefficaci (il che a livello empirico è la stessa cosa), tra i raggruppamenti politici di Strasburgo. Le convergenze sono temporanee, e se non si piegano agli interessi nazionali lo fanno di fronte alle necessità elettorali – quindi a interessi ancora più particolari. Anche quando potrebbero esserci le condizioni di partenza per un coordinamento, ovvero quando sussiste una visione comune per la gestione di una crisi, le forze politiche affini di Paesi diversi si ignorano – anche per semplice non conoscenza reciproca.

Lo abbiamo visto nelle ultime settimane. La linea di faglia che ha diviso l’Europa in due schieramenti – semplificando, e di molto, tra pro e anti “coronabond” – ricalca i confini nazionali molto più di quelli intraparlamentari. Accade così che a guidare il fronte del “no” verso l’approfondimento delle misure di solidarietà vi siano sia Paesi governati da forze generalmente conservatrici (Germania e Paesi Bassi), sia miste (l’Austria governata da Verdi e Popolari) sia dichiaratamente progressiste (la Finlandia della giovane premier Sanna Marin). Naturalmente, ancor più composito è il fronte opposto, data la sua vastità (15 Stati).

Ma anche laddove rimangono spazi aperti per il coordinamento – tra olandesi e tedeschi hanno alzato la voce e si sono fatte strada le opposizioni, contrarie alla linea dura – il dialogo politico transnazionale resta ridottissimo. O comunque incapace di scardinare la narrazione mediatica dominante, ormai incentrata soltanto sulla semplice retorica degli Stati in contrapposizione.

A pesare è la liquidità politica ormai diffusa ovunque in Europa. L’unico luogo al mondo dove sono morte le ideologie ma la post storia sopravvive. E dove dunque le esigenze di sicurezza degli Stati convivono con la credenza diffusa che la cooperazione possa trionfare su tutto. I partiti non sono organizzati per sciogliere simili contraddizioni e quindi si limitano all’ordinaria amministrazione dell’esistente, al massimo rifacendosi a qualche sbiadita tradizione valoriale – ma quasi solo nei momenti elettorali.

Ma pesa anche la forza morale degli Stati, capaci di riassorbire le proprie energie nelle fasi più critiche, chiudendosi gelosamente nelle proprie narrazioni patriottiche. E chiudendo letteralmente i cittadini nelle proprie case, forti di un’autorità morale forse per qualcuno inaspettata, ma mai realmente tramontata. Insomma, quando è in gioco la sopravvivenza degli Stati e quella dei loro cittadini, gli uni e gli altri si alleano mettendo in secondo piano tutto il resto.

L’autorità è posseduta da chi detiene anche la maggiore legittimità. Nessuno, in tempi di incertezza, si sogna di mettere in discussione quella degli Stati. Molto più esposta, invece, quella della “politica”, sempre più spesso identificata – anche per responsabilità diretta dei suoi rappresentanti – come un fastidioso rumore di fondo. E dunque, come minimo, incapace di offrire soluzioni o anche solo sicurezza ai cittadini.

Scritto da
Pietro Figuera

Nato nel 1989, si è diplomato al Liceo classico “Gulli e Pennisi” di Acireale. Dopo gli studi triennali condotti presso l’Università degli Studi di Catania, ha conseguito la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Attualmente collabora con diverse testate tra cui Limes ed è socio del Limes Club Bologna. Specializzato in Russia e Mediterraneo, è autore del libro "La Russia nel Mediterraneo. Ambizioni, limiti, opportunità" e coautore dell’ebook "La Russia di Sochi 2014: Giochi olimpici, Caucaso e geopolitica".

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