Recensione a: Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia, Donzelli editore, Roma 2026, pp. 208, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Francesco Romano Fraioli
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«Ci troviamo in un periodo tardo repubblicano. Se vogliamo opporci a questo stato di cose, dovremmo spingerci abbastanza oltre, in modo piuttosto estremo, e perseguire strade che, al momento, mettono a disagio molti conservatori». È con queste parole che l’allora senatore dell’Ohio J. D. Vance, in un’intervista del 2022, descriveva la necessità, per la destra americana, di rompere con la tradizionale politica conservatrice del Partito Repubblicano. Nel frattempo, con la sconfitta dei democratici alle presidenziali del 2024, Trump è riuscito a tornare alla Casa Bianca e Vance, come è noto, ha assunto la vicepresidenza degli Stati Uniti. Ma da cosa nasceva l’esigenza di quel rinnovamento invocato da Vance? Se nel 2016 la prima vittoria trumpiana era stata propiziata dall’ascesa della cosiddetta alt-right, che aveva in Steve Bannon il suo principale alfiere, con la vittoria di Biden alle elezioni del 2020 era evidente come il trumpismo, per rilanciarsi, avesse bisogno di un nuovo “carburante ideologico”. Infatti, se l’alt-right aveva giocato un ruolo da protagonista all’inizio della prima presidenza Trump – tanto che Bannon venne nominato consigliere presidenziale all’indomani delle elezioni – col tempo la spinta propulsiva di questa ideologia si è via via affievolita. In questo senso, l’immagine conclusiva e più drammatica di quella stagione resta senza dubbio quella dell’assalto a Capitol Hill, uno dei luoghi simbolo della liberal-democrazia americana. E così, complice il peso economico-politico sempre maggiore dei tecno-oligarchi della Silicon Valley, il trumpismo, come auspicato da Vance, ha imboccato una nuova strada, finendo per sposare un’ideologia, nata tra la Silicon Valley e i circoli reazionari statunitensi, basata principalmente su due componenti: l’antidemocraticismo e il neoreazionarismo.
Siamo entrati in quella che Alessandro Mulieri, nel suo ultimo libro edito da Donzelli, chiama l’«epoca dei tecnomonarchi», un’età in cui gli ideologi della nuova destra americana, attraverso sofisticatissime tecnologie di sorveglianza e di controllo, stanno tentando di «ridisegnare in profondità il sistema politico, socio-economico e istituzionale delle nostre democrazie rappresentative» (p. 3). Vale subito la pena di chiarire che il libro di Mulieri, pur rispettando tutti i crismi di un valido lavoro scientifico, vuole essere prima di tutto un testo che, denunciando i gravi percoli insiti nel tecnomonarchismo, aspira ad accendere un dibattito pubblico su questi temi. Come si evince dal sottotitolo – «gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia» – l’obiettivo del volume è duplice: da una parte l’autore – direttore di ricerca al Cnrs in Francia e docente all’Institut d’Études Politiques de Paris (Sciences Po) – vuole delineare il pensiero dei massimi esponenti di questa nuova destra e, dall’altra, intende ripercorrere le ultime fasi della crisi che stanno attraversando le liberal-democrazie. Una crisi – ed è questo che il libro prova a dimostrare – ulteriormente acuita proprio dal protagonismo dei nuovi tecnomonarchi. Come Mulieri non manca di evidenziare, la destra americana non si presenta certo come un blocco monolitico, ma ciò che oggi la contraddistingue sembrerebbe essere, specie grazie ad un abile utilizzo dei social network, la diffusione di idee profondamente inegualitarie che, prese nel loro insieme, costituiscono un temibile «attacco» alla democrazia.
Ma come è nato il tecnomonarchismo e chi sono i suoi principali ideologi? Per come lo presenta Mulieri, il tecnomonarchismo non è un’ideologia strutturata, ma una variegata galassia composta da imprenditori hi-tech, politici e intellettuali le cui idee, per quanto su alcuni aspetti eterogenee, hanno trovato degli elementi comuni in una critica violentissima al cosiddetto wokismo – definito dai tecnomonarchi nientemeno che una «dittatura» – e in una spregiudicata rivalutazione di concetti come monarchia assoluta o gerarchia naturale. Merito del libro è allora quello di ricostruire il sottile e inquietante fil rouge che lega tra loro personaggi quali Curtis Yarvin, Peter Thiel, Hans-Herman Hoppe o Elon Musk, mostrando come il tecnomonarchismo, le cui teorie sono oggi sostenute da ambienti molto vicini a J. D. Vance, sia ormai divenuto «programma politico a Washington» (p. 4). Parliamo di un’ideologia che, figlia di una certa cultura americana ostile alla modernità, fa perno sul recupero del pensiero reazionario, sia pure declinato in una chiave tecno-futurista, sull’idea di transumanesimo visto come il trampolino di lancio verso la creazione di una razza superiore e su una critica radicale delle liberal-democrazie, tacciate di inefficienza a livello politico e colpevoli, sul piano economico, di rallentare sensibilmente l’accelerazione tecnologica. In questa direzione, nei cinque capitoli in cui si articola il volume, Mulieri mostra come pian piano queste «idee siano uscite dalla nicchia della rete per imporsi anche nel dibattito pubblico, trasformandosi in scelte politiche concrete» (p. 4) frutto di un preciso disegno.
Come mette in luce l’autore, l’ideologia tecnomonarchica, pur presentando dei tratti fortemente aristocraticistici, non va tuttavia identificata col conservatorismo classico. Infatti, forgiati nella temperie delle cosiddette culture wars, i tecnomonarchi tendono a presentarsi come dei veri rivoluzionari. Quello a cui puntano – si pensi ai lavori di un autore come Patrick Deneen, tra i più apprezzati dai tecnomonarchi – è un autentico regime change. A plasmare in larga misura questa nuova filosofia è stato Mencius Moldbug, nom de plume dell’ingegnere informatico Curtis Yarvin. Rimasto per anni ai margini del dibattito pubblico americano, Yarvin è oggi considerato uno degli ideologi del trumpismo, nonché il punto di riferimento di molti tecnomonarchi. Autore di un blog di grande successo chiamato Unqualified Reservations, l’ideologo neoreazionario, fondatore tra l’altro del movimento Dark Enlightenment, non si è limitato a sostenere che gli Stati Uniti debbano trasformarsi in «una monarchia tech assoluta» (p. 53), ma come «la monarchia sia in tutto e per tutto migliore della democrazia» (p. 55). Ma se alla democrazia, in quanto sistema di governo inefficace e deleterio, non resta che trasformarsi in una monarchia-azienda, chi saranno i monarchi 2.0 di questi nuovi regni hi-tech? Ovviamente degli imprenditori capaci, in nome dell’efficientismo tecnico, di creare un nuovo governo basato su Big Data e intelligenza artificiale. È questo modello, rinominato «neocamerale», l’unico che possa abbattere quella che Yarvin chiama la «Cattedrale», ossia l’élite progressista formata da funzionari governativi, giornalisti e professori universitari che, a suo avviso, governa di fatto gli Stati Uniti.
Nella sua battaglia contro la democrazia, Yarvin rifiuta quindi l’idea che il popolo sia capace di autogovernarsi – è il monarca-imprenditore, visto come una sorta di superuomo hi-tech, l’unico in grado di governare davvero. Del resto, spiega Mulieri, il «fondamento della Yarvin-sofia è l’idea che l’uguaglianza sia un mito retorico e che la convinzione che gli esseri umani siano uguali, secondo il blogger propagata dalle élites progressiste a partire dall’Illuminismo e dalle rivoluzioni democratiche, sia in realtà un’astrazione che non può essere falsificata o quasi una fede religiosa presentata come un dogma» (pp. 61-62). Ad ispirare le riflessioni di Yarvin, su questo punto, è il filosofo inglese Nick Land, un altro dei capostipiti del cosiddetto Illuminismo oscuro. Autore nel 2012 del manifesto di questo movimento, Land, come Yarvin, si propone di rifondare la società a partire da una chiara opposizione alla filosofia dell’eguaglianza sottesa all’idea di democrazia e di accelerare il passo verso una nuova epoca in cui a trionfare saranno forme autoritarie fondate sulla disuguaglianza. Così facendo, osserva Mulieri, Land finisce per «riabilitare» concetti come quelli di razza o di razzismo scientifico. Ma Land, che ancora oggi viene considerato uno dei padri dell’accelerazionismo, è prima di tutto un pensatore del postumano, un filosofo convinto che, con l’accelerazione dello sviluppo tecnologico, la progressiva fusione umano-macchina rappresenti il destino ineludibile dell’umanità. È quello che Land chiama «orizzonte bionico», la soglia di fusione conclusiva tra natura e cultura, il punto oltre il quale l’umanità diventerà indistinguibile dalle proprie tecnologie.
Come si vede – e Mulieri non manca di notarlo –, il tecnomonarchismo è un guazzabuglio ideologico che mette insieme, non senza uno spirito provocatorio, istanze neoliberiste, neoreazionarie e tecnocratiche, ma è soprattutto uno spericolato connubio tra idee premoderne e futurismo ultratecnologico. A incarnare al meglio quest’anima del tecnomonarchismo è Peter Thiel, mentore di molti giovani broligarchi (da Mark Zuckerberg a Sam Altman passando per Palmer Luckey) e tra i più ricchi venture capitalist della Silicon Valley. Cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk, il presidente di Palantir, azienda leader a livello mondiale nell’analisi dei Big Data, è balzato agli onori della cronaca per aver, già nel 2016, sostenuto la candidatura di Trump alla presidenza degli Stati Uniti per poi, alle ultime presidenziali, risultare il maggior finanziatore della campagna elettorale di J. D. Vance. Permeato da un feroce antiwokismo, gli elementi fondanti del Thiel-pensiero, ben riassunti da Mulieri, sono essenzialmente tre: in primo luogo – ed è questo uno degli aspetti che lo avvicina a Land – Thiel immagina un futuro transumano in cui lo sviluppo tecnologico ci aiuterà «a superare i limiti oggettivi che ci sono imposti dalla morte» e ci permetterà di «trascendere i limiti dell’umano che abbiamo conosciuto fino ad ora» (p. 106); in secondo luogo, la sua strenua difesa dei monopoli lo ha portato a considerare il grande imprenditore hi-tech come un «demiurgo che plasma una nuova realtà a suo piacimento sbaragliando qualsiasi alternativa potenziale o reale tra i suoi concorrenti» (p. 108); infine, ravvisando un’infondata fobia generalizzata nei confronti dell’accelerazione tecnologica, è arrivato sino al punto, nella sua lettura a dir poco singolare di concetti teologici come «Apocalisse» o «Katechon», di vedere in Gretha Thunberg il nuovo «Anticristo».
Dal momento che per Thiel, come per gli altri tecnomonarchi, è la democrazia il principale ostacolo allo sviluppo tecnologico, l’unico modo per uscire dalla stagnazione in cui ci troveremmo sembrerebbe essere, anche per lui, quello di uscire dalla democrazia (tanto che, in un articolo del 2009, ha affermato di non credere più che «libertà e democrazia siano compatibili»). Tali giudizi, come ravvisa puntualmente Mulieri, risentono molto dell’influenza, oltre che di Yarvin (basti pensare che Thiel è stato uno dei maggiori finanziatori di Tlon, startup di cui Yarvin è stato a lungo CEO), di uno dei testi di riferimento per i tecnomonarchi: Democracy: The God That Failed (2001). In questo importante volume, l’economista Hans-Hermann Hoppe, allievo eterodosso di Murray Rothbard, non solo spiegava come la «democrazia è incompatibile con la proprietà privata», ma si spingeva a chiedere l’«abolizione della democrazia» a favore di una nuova società anarco-capitalista. Tuttavia, nella misura in cui la realizzazione completa di questo ideale presenta notevoli difficoltà, per Hoppe il regime politico che storicamente più si è avvicinato a garantire un ordine naturale è, anche nel suo caso, la monarchia assoluta. Ma il libertarismo antidemocratico di Hoppe, oltre che su Thiel e Yarvin, ha esercitato una forte influenza sull’uomo più ricco del pianeta: Elon Musk, il paladino più libertario del tecnomonarchismo. Esattamente come Hoppe, sottolinea Mulieri, Musk è un sostenitore dell’idea che la tecnologia debba essere sviluppata in modo illimitato ed esclusivo da parte dei privati. Inoltre, sempre come Hoppe, Musk crede fermamente che la formazione «di una società anarco capitalista porterà alla nascita di un’élite naturale di persone selezionate che potranno sviluppare al massimo i propri talenti e le proprie capacità» (p. 158).
Ancora una volta, quindi, vediamo come a livello filosofico l’essenza del tecnomonarchismo risieda nella convinzione della presenza di élite naturali destinate a governare in modo più o meno autoritario. È questo, insieme all’esigenza di nuove griglie interpretative, il principale motivo che porta Mulieri a considerare i tecnomonarchi dei veri e propri «tecnofascisti». Si tratta, come riconosce l’autore stesso, di una categoria – quella di «tecnofascismo» – piuttosto problematica. E questo specialmente per tre ragioni: innanzitutto, a differenza del fascismo storico, il tecnomonarchismo, più che utilizzare il linguaggio e gli strumenti della scienza moderna, sembra far leva su un «sapere impregnato di teologia, ontologia e metafisica» (p. 46); in secondo luogo, per i tecnomonarchi, è lo sviluppo tecnologico – e non la politica – lo «strumento privilegiato» (p. 47) per compiere la loro rivoluzione; in terzo luogo, più che una concezione totalitaria dello Stato, quella che hanno in mente i tecnomonarchi è una concezione sostanzialmente patrimonialistica di quest’ultimo. Ma se Mulieri, pur consapevole delle sue criticità, utilizza comunque la categoria di «tecnofascismo» è perché, a suo giudizio, il tecnomonarchismo è la più recente manifestazione di quello che Umberto Eco chiamava «fascismo eterno», ossia una filosofia dell’esistenza e della società interamente basata sulla difesa delle disuguaglianze e delle gerarchie naturali. Forse, stando alla classica distinzione aristotelica tra forme rette e degenerate di governo, verrebbe da dire che gli ideologi della nuova destra americana, agendo spesso nel loro esclusivo interesse, più che tecnomonarchi (o tecnofascisti) potrebbero essere assimilati a dei tecnotiranni.
La nostra è ovviamente una provocazione, che però – come prova a fare Mulieri – può risultare utile a comprendere meglio quanto anche oggi le nostre democrazie siano minacciate. Infatti, scrive l’autore, se l’obiettivo dei tecnomonarchi è di costruire un nuovo ordine politico in aperta rottura con l’eredità delle rivoluzioni moderne, il loro effetto sul futuro della democrazia potrebbe essere «disastroso» (p. 198). Oggi, prosegue, «il rischio maggiore non è la scomparsa immediata, ma il lento logoramento delle democrazie attraverso strumenti formalmente legittimi, come elezioni regolari, che aprono la strada a regimi autoritari» (p. 199). Ecco allora che Mulieri tenta di individuare tre «atteggiamenti» che, a suo parere, possono aiutarci a resistere, come cittadini e cittadine, all’avvento del tecnomonarchismo. Il primo fa perno su quelle che i greci chiamavano isegoria e parresia, cioè sulla possibilità, per qualunque cittadino democratico, di potersi esprimere liberamente sulle questioni di rilevanza pubblica. Il secondo, più istituzionale, pone l’accento sul sostegno a «misure volte a ridimensionare l’accumulo eccessivo di ricchezza nelle democrazie contemporanee» (p. 193). Infine, il terzo atteggiamento, eminentemente politico, consiste nell’evitare a tutti i costi di scendere a compromessi con quei partiti, forze o piattaforme che, come il tecnomonarchismo, possono portare al «sovvertimento delle istituzioni democratiche» (p. 194). Insomma, il bel libro di Mulieri ci ricorda bene, come insegnava Benedetto Croce, che la libertà non è soltanto un ergon, ma un’energheia, ossia un’energia creatrice che presiede alla costruzione delle varie istituzioni e che, per poterle rendere vive ed efficaci nel corso del tempo, ha bisogno di essere alimentata e difesa continuamente.