Il trilemma di Rodrik e le sfide dell’integrazione europea

Trilemma di Rodrik - integrazione europea

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Un modello di integrazione «a cerchi concentrici»

In questa prospettiva non mancano idee valide, come quella di un’integrazione europea «a cerchi concentrici»4. Da un lato si immagina che un nucleo di paesi (gli Stati fondatori e coloro che hanno aderito all’Euro) proceda nell’integrazione condividendo a livello comunitario politiche fiscali e sociali, al fine di dotare la moneta unica di quei necessari strumenti per una sua piena e ottimale gestione. Dall’altro, i restanti paesi condividerebbero con il nucleo solo il mercato unico e la libera circolazione di merci e persone. Questa proposta prevedrebbe l’istituzione di un’autorità fiscale comunitaria (un ministro europeo delle finanze) che, oltre a promuovere un’effettiva convergenza e omogeneità fiscale tra i vari paesi, potrebbe mettere in campo strumenti a sostegno della crescita, dell’occupazione e dell’innovazione tecnologica, insieme alle risorse per una difesa comune.

L’idea di un modello di integrazione «a cerchi concentrici» rappresenta uno dei migliori modelli (se non l’unico) verso cui orientare il processo di integrazione europea, ferma ormai da troppi anni e attraversata da fratture culturali ed economiche. Non possono quindi non sorgere dubbi e perplessità, quanto meno sulla sua realizzazione a partire dalla situazione politica attuale. Tra i tanti ne vorrei segnalare solo tre, da sottoporre a discussione. Ovviamente se ne possono sollevare altri altrettanto importanti, come l’attuale “questione tedesca”. Questa, per via del suo carattere cruciale e multiforme, sarebbe stata ingiustamente sacrificata nei limiti di questo pezzo e richiede un contributo autonomo5. Mi limiterò quindi da un lato a un’osservazione di natura tattica, che riguarda le modalità e il percorso per rendere possibile l’integrazione «a cerchi concentrici», e dall’altro a sollevare due dubbi relativi al carattere liberale e democratico dell’integrazione stessa.

1) La stabilità dell’Euro. Senza mettere al sicuro la moneta unica, dotandola degli strumenti (sia finanziari che di governance) atti a prevenire e/o fornire risposte adeguate alla future crisi, la stessa possibilità di proseguire l’integrazione politica viene meno6. Sul breve termine la messa in sicurezza dell’Euro è una condizione indispensabile per difendere lo spazio politico ed economico dell’integrazione.

2) Il carattere democratico dell’integrazione politica e fiscale. Davanti a chi sarà responsabile del suo operato un futuro ministro delle finanze europeo? Davanti al Parlamento? Nei confronti dei governi nazionali seduti nel Consiglio Europeo? Oppure dovrà limitarsi a svolgere una funzione di carattere “tecnico”, verso cui ogni forma di “controllo” politico risulterebbe inopportuna? Credo che l’Unione Europea non possa rinunciare a una forma pienamente liberale e democratica per il funzionamento e la legittimazione delle proprie istituzioni politiche. Il ministro delle finanze europeo (come d’altronde la stessa Commissione) dovrebbe essere responsabile davanti a un Parlamento eletto dai cittadini europei attraverso elezioni in cui competono veri e propri partiti europei, e non gli attuali raggruppamenti di partiti nazionali. Il concetto di accountability non può restare sconosciuto alle istituzioni comunitarie. Solo in questo modo si fornirebbe alle nuove istituzioni la legittimazione necessaria ad esercitare il proprio potere e ad assumere decisioni vincolanti per tutti gli stati in nome dei cittadini europei, e non dei rispettivi elettorati nazionali, come invece fanno gli attuali capi di governo. Il problema della formazione di un’effettiva opinione pubblica europea non potrà essere a quel punto evitato.

3) La mediazione tra cittadini e le istituzioni europee. Il rischio di costruire istituzioni politiche ancora più distanti dagli elettori è reale, come reale è il rischio che la futura integrazione si caratterizzi come un insieme di fredde strutture burocratiche calate dall’alto sulle società europee. Un sistema di partiti europei è necessario per mettere efficacemente in contatto i cittadini con le istituzioni europee, per renderli partecipi in maniera mediata delle decisioni politiche e per evitare che un ampio fossato li separi dalle istituzioni, fossato altrimenti colmato solo dal potere (non democratico) dei media. La presenza di partiti europei è a mio avviso indispensabile non solo perché i cittadini possano prendere parte alla definizione del futuro processo di integrazione ma anche per la semplice ragione che non è possibile un’autentica democrazia senza la presenza di veri e propri partiti.


1# Cfr. D. Rodrik, La globalizzazione intelligente, Laterza, Roma-Bari, 2015.

2# Su Aspenia Online si è svolto al riguardo un interessante dibattito a partire da un articolo di Marta Dassù: https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/il-trilemma-europeo.

3# Lo stesso Rodrik, in un’intervista rilasciata di recente a Radio Radicale, ha evidenziato il deficit di democrazia che affligge l’Unione Europea. L’audio dell’intervista può essere reperito a questo link: http://www.radioradicale.it/scheda/485999/oikonomia.

4# Questa proposta è stata discussa nel settembre 2015 in un interessante paper dell’Istituto Delors di Berlino: http://www.institutdelors.eu/media/ministrefinanceeuropeenjdi-ben.pdf?pdf=ok. Su Aspenia Online Andrea Montanino ha svolto alcune riflessioni interessanti su questo tema: https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/unintegrazione-europea-selettiva-governare-la-globalizzazione.

5# Sull’attuale rapporto tra Germania ed Europa si rimanda a C. Galli, La Germania unita divide l’Europa, in “Limes”, 3, 2016, pp. 175-188 (https://ragionipolitiche.wordpress.com/2016/06/06/la-germania-unita-divide-leuropa/).

Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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