Un impegno condiviso per la transizione giusta. Intervista a Elly Schlein
- 20 Dicembre 2021

Un impegno condiviso per la transizione giusta. Intervista a Elly Schlein

Scritto da Giacomo Bottos, Carlotta Mingardi

14 minuti di lettura

Elly Schlein è Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e Assessore al contrasto alle disuguaglianze e transizione ecologica: Patto per il clima, welfare, politiche abitative, politiche giovanili, cooperazione internazionale allo sviluppo, relazioni internazionali, rapporti con l’UE. In precedenza è stata eletta al Parlamento Europeo. Questa intervista a Elly Schlein approfondisce gli aspetti del Patto per il Lavoro e per il Clima promosso dalla Regione Emilia-Romagna legati alla transizione ecologica.


Viviamo una fase di cambiamento, nella quale anche l’orientamento delle istituzioni europee sembra in rapida evoluzione. Già prima dello scoppio della pandemia, la Commissione von der Leyen mirava dichiaratamente a perseguire un cambio di prospettiva, mettendo per esempio al centro delle proprie priorità misure come l’European Green Deal. Durante la pandemia la velocità e l’intensità di questa transizione sono aumentate rapidamente. Lei da europarlamentare, seppur in un ciclo istituzionale antecedente, ha avuto modo di confrontarsi molto da vicino con le dinamiche comunitarie. Siamo a suo avviso di fronte ad una svolta cruciale nell’orientamento europeo, o si tratta di una parentesi destinata a concludersi con una sorta di “ritorno alla normalità”?

Elly Schlein: Non potremmo compiere un errore più grande di puntare al ritorno alla normalità di prima, piena di storture e fortissime disuguaglianze sociali, territoriali e di genere. Una situazione in cui, peraltro, vedevamo avanzare quasi indisturbata l’emergenza climatica. Non possiamo permetterci il ritorno alla normalità e va dato atto alla Commissione europea di aver avuto il coraggio di orientare lo straordinario piano di risorse, il Next Generation EU, alle vere sfide che ci attendono, per riscrivere un diverso modello di sviluppo nel segno della sostenibilità. Almeno il 37% delle risorse andrà destinato alla transizione ecologica, almeno il 20% alla trasformazione digitale, tutto da integrare con la priorità della coesione sociale e del contrasto alle disuguaglianze. La direzione è giusta. A valle c’è un Green Deal che è uno strumento realmente trasversale che tocca tutti i settori dell’economia e dell’intera società. Un Green Deal che non si attuerà da solo, ma che dipende dalla capacità dei governi nazionali di attuare con la giusta trasversalità le misure che sono previste. Il rischio di tornare indietro però c’è perché se, da un lato, avere così tante risorse rappresenta una grande opportunità, dall’altro, c’è anche il rischio che essendo più appetibile oggi investire in progettualità di transizione ecologica si dia corpo al fenomeno del greenwashing. E quindi l’Italia e l’Emilia-Romagna devono dotarsi di strumenti per monitorare gli impatti economici, ambientali, sociali e di genere delle progettualità che andremo a sostenere affinché siano realmente trasformative. Certo che le contraddizioni non mancano: è un errore che la tassonomia verde europea consenta il finanziamento del nucleare e del gas, che è fonte fossile. Si mantenga alto il livello di ambizione anche perché, come abbiamo amaramente scoperto alla COP26, se non lo fa l’Europa purtroppo è difficile aspettarcelo da altri. Gli strumenti ci sono, ci sarà da fare una discussione molto accesa coi governi nazionali che ancora non hanno capito l’essenzialità di questa svolta.

 

Quale consapevolezza possiamo quindi trarre dalla pandemia relativamente al rapporto tra umanità, attività economiche ed ecosistemi naturali? A quali rischi stiamo andando incontro? Che tipo di modello dobbiamo costruire per ridurre l’incidenza di tali rischi?

Elly Schlein: Il modello attuale è quello lineare, in termini tecnici si chiama “prendi, crea, usa, smaltisci”, un modello che ha rivelato tutta la sua insostenibilità. Dobbiamo virare verso un modello, ancora più che di economia circolare, di “società circolare” che significa tenere insieme sempre questione ambientale e sociale. Vuol dire investire in economia circolare per ridurre l’impatto dei rifiuti. Ed è un investimento che può essere molto conveniente anche per le imprese: tante lo hanno già capito e si stanno muovendo in questa direzione perché riescono a recuperare e riutilizzare nei propri cicli produttivi e a ridurre anche i propri costi. Del modello di circolarità ne beneficerebbe tutta la società. I rischi a cui stiamo andando incontro sono chiari, ce lo dice la scienza dai tempi della crisi petrolifera del 1979. Sono quelli della sesta estinzione di massa: il nuovo rapporto dell’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change dice chiaramente che un nuovo aumento delle temperature medie maggiore di un grado e mezzo è in grado di scatenare, con effetti a catena, eventi che comprometterebbero irreversibilmente la capacità degli ecosistemi di rigenerare le proprie risorse. Già adesso sappiamo da chi calcola l’Earth overshoot day che arriva ogni anno sempre prima – addirittura a luglio – il giorno in cui noi abbiamo consumato tutte le risorse che l’ecosistema è in grado di rigenerare nel corso di un anno. Stiamo fagocitando le risorse che spetterebbero alle prossime generazioni, non ce lo possiamo più permettere. Fa bene chi scende in piazza a chiedere conto di quello che le istituzioni devono fare per accompagnare una vera conversione ecologica.

 

La transizione ecologica appare una priorità non più rinviabile per evitare conseguenze catastrofiche per l’ambiente, l’integrità degli ecosistemi e la vita dell’umanità sulla terra. Al tempo stesso il percorso di riconversione delle nostre società e delle nostre economie appare complesso e irto di difficoltà. È possibile pensare una transizione green che al tempo stesso sia positiva dal punto di vista dell’impatto sociale e della creazione di lavoro buono?

Elly Schlein: Sì. Ed è proprio la scommessa del Patto per il Lavoro e per il Clima, che mira anche a superare la falsa contrapposizione tra il diritto al lavoro di qualità e il diritto a respirare un’aria che non ti faccia ammalare. Come si può fare? Scrivendo misure che integrino la giustizia sociale e ambientale. Misure che accompagnino l’intera società, nelle sue diversità, a questa conversione. Tenendo conto di quanto sia necessario ispirarci ai principi del “chi inquina paga” e della progressività. Perché non possiamo far pagare i costi della transizione ecologica a quelle fasce che sono state già le più colpite e impoverite dalla crisi economica e finanziaria e che sono state tra le più colpite anche dalla pandemia. Si possono fare politiche redistributive anche durante una fase di emergenza sanitaria, puntando sulle nuove tecnologie. Prendiamo la produzione di energia pulita e rinnovabile. Innanzitutto, dobbiamo dire che il suo costo si è abbassato di venti volte negli ultimi vent’anni. Oggi abbiamo la possibilità di sfruttare davvero un potenziale, in un Paese come il nostro, in grado di creare nuova impresa e lavoro di qualità, contribuendo anche agli obiettivi di riduzione delle emissioni. Occorre infatti ricordare che il settore dell’economia verde è ad alta intensità di lavoro, ma è necessario formare e riprofessionalizzare lavoratrici e lavoratori per accompagnarli in questa transizione. Investire nell’efficientamento energetico, ad esempio, è un modo per ridurre le emissioni e per far risparmiare le famiglie e le imprese creando lavoro in un settore – in questo caso quello dell’edilizia – senza dare origine a nuovo consumo di suolo. L’obiettivo è moltiplicare le occasioni di lavoro e impresa di qualità ma di farlo in base a un’altra idea, quella della riduzione degli impatti umani sull’ambiente, a partire dai trasporti, dalla grande industria, dal riscaldamento, dall’agricoltura, da quei settori – cioè – che sappiamo essere maggiormente responsabili delle emissioni climalteranti.

 

Abbiamo visto come le complesse sfide che abbiamo di fronte si collochino in un quadro europeo in evoluzione. Anche a livello nazionale è necessario un importante sforzo che si concretizza principalmente, ma non solo, nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In questo contesto qual è lo spazio per l’azione delle Regioni e quali sono i loro compiti principali?

Elly Schlein: Fin da quando si è cominciato a parlare del Next Generation EU le Regioni hanno chiesto con forza un pieno coinvolgimento dei territori, sia nella fase di progettazione che in quella di attuazione, nel quadro di questa opportunità unica di ricostruzione del Paese su basi diverse. Purtroppo, ad ora il coinvolgimento degli enti locali e delle parti sociali non è stato sufficiente. Il Piano non vedrà l’erogazione di risorse sulla base delle spese sostenute, ma secondo i risultati che man mano verranno realizzati. Per questo è fondamentale un coinvolgimento dei territori per conoscere dove è opportuno investire le risorse, dove sono presenti disuguaglianze sociali e territoriali da ridurre o dove si concentrano le fragilità dovute al dissesto idrogeologico, così come dove individuare quelli che possono diventare distretti della circolarità o di produzione di energie rinnovabili. Sono tutti ambiti in cui non si può pensare di cogliere a pieno questa opportunità senza un pieno protagonismo delle Regioni e dei Comuni. Quindi occorre continuare a chiedere al Governo un maggiore coinvolgimento, anche perché sono coinvolte competenze rispetto alle quale il ruolo di programmazione delle Regioni è fondamentale.

 

Quali erano le considerazioni e gli obiettivi che vi hanno portato, come Giunta, a pensare il Patto per il Lavoro e per il Clima, coprogettandolo con gli attori firmatari? Quali sono i compiti dei diversi soggetti in questo processo?

Elly Schlein: Il Patto per il Lavoro e per il Clima rilancia e rinnova il Patto per il Lavoro che era stato già siglato nel 2015 per affrontare la crisi precedente e che era riuscito a ridurre la disoccupazione dal 9% al 5%. Questo indica come tradizionalmente l’Emilia-Romagna ha sempre investito nel dialogo con le parti sociali. È un tratto caratteristico imprescindibile che non è venuto meno neanche di fronte alle scelte che abbiamo dovuto prendere durante la pandemia. Avevamo la necessità di fare un upgrade di quella cornice perché tenesse conto, in linea con l’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile, dell’inscindibilità degli obiettivi di ripresa inclusiva, creazione di lavoro di qualità e riduzione delle disuguaglianze da un lato con quelli relativi all’azzeramento delle emissioni climalteranti e alla conversione ecologica. Il Patto nasce da una scelta di metodo – partecipativo e democratico – e dalla consapevolezza che anche la migliore strategia di decarbonizzazione, se calata dall’alto, non sarebbe efficace. Occorre sedersi al tavolo con tutte le rappresentanze del sistema regionale e che ciascuna di esse si assuma una parte di responsabilità nell’ottica della realizzazione di questi obiettivi. Chiaramente non è una deresponsabilizzazione di nessuno: le istituzioni sono le prime a dover riorientare le proprie scelte e i propri investimenti. Ma è fondamentale che questa direzione si imbocchi insieme. Il Patto è un testo dinamico, che vive di confronto quotidiano con tutti i soggetti firmatari. È una cornice di partecipazione con cui approcciare le scelte fondamentali di programmazione che la Regione deve affrontare. Lo abbiamo firmato nel dicembre del 2020 perché fosse disponibile adesso nella fase di stesura della programmazione dei fondi strutturali europei dei prossimi sette anni, che ammonteranno ad oltre due miliardi, un importo molto maggiore rispetto al miliardo e duecento milioni disponibili nel settennato precedente.

 

In che modo gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU sono stati tenuti presenti nella costruzione del Patto?

Elly Schlein: L’Agenda 2030 è stata assunta come cornice fondamentale. Già nel programma di mandato i vari obiettivi degli assessorati vengono ricollegati a quelli di sviluppo sostenibile a cui dovrebbero contribuire. Per fare un passo ulteriore abbiamo allungato l’orizzonte temporale del Patto per il Lavoro e per il Clima per farlo combaciare con quello della realizzazione dell’Agenda 2030 e dei suoi 17 obiettivi. Grazie a un anno di lavoro da parte di tutti gli assessorati e le direzioni, nonché il confronto con il Forum dello sviluppo sostenibile e il Patto, abbiamo prodotto e approvato la Strategia regionale Agenda 2030 che, grazie alla collaborazione con ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e l’Università, fotografa la situazione attuale e rileva il posizionamento della Regione Emilia-Romagna su ciascuno dei 17 obiettivi. Su 9 di questi, l’Emilia-Romagna ha un posizionamento superiore rispetto alla media nazionale. Su altri, invece, è in linea con la media, mentre, infine, su altri ancora è necessario fare uno sforzo ulteriore. Oltre a questa fotografia, la Strategia fa un passaggio ancora più importante: per ciascun obiettivo, oltre agli indicatori nazionali monitorati da ASviS, vengono aggiunti alcuni indicatori regionali quantitativi affinché la Strategia stessa sia uno strumento leggibile nelle mani di ogni cittadino o cittadina che voglia vedere insieme a noi se gli impegni presi nel programma di mandato e nel Patto per il Lavoro e per il Clima riescono effettivamente a realizzarsi. In questo modo ci siamo impegnati a costruire una serie di indicatori di monitoraggio, che accompagneranno il processo di monitoraggio del Patto, col pieno coinvolgimento dell’Assemblea legislativa.

 

In che modo il Patto mira ad accompagnare la trasformazione delle filiere produttive della nostra Regione nella transizione ecologica ed energetica? Come promuovere la crescita dell’economia circolare?

Elly Schlein: Il Patto per il Lavoro e per il Clima assume e rende trasversali due obiettivi climatici: il primo mira a scrivere un percorso di neutralità carbonica, che sia in grado di declinare strategie attuative, settore per settore, per l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050. Il secondo prevede di raggiungere il 100% di energia pulita e rinnovabile entro il 2035. Questo è un obiettivo estremamente sfidante: siamo ancora indietro e bisognerà investire in modo corposo sulle energie rinnovabili come il fotovoltaico che, secondo il World Energy Outlook, ha raggiunto già nel 2020 i costi dell’elettricità più bassi della storia. Questo significa che occorrerà lavorare all’infrastrutturazione di queste potenzialità sul territorio regionale, ad esempio con la costruzione di parchi eolici. Naturalmente in questa discussione sarà importante la partecipazione della cittadinanza nei luoghi dove si immagina di favorire questo tipo di impianti. Occorrerà favorire progetti come quello di AGNES a Ravenna, dove si vuole riqualificare una vecchia piattaforma per coniugare eolico e fotovoltaico galleggiante. Accanto ai grandi impianti bisogna favorire le comunità energetiche: faremo presto una legge regionale specifica e investiremo le risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Dai condomini ai quartieri fino ai distretti industriali, si dovrà toccare con mano la convenienza per chi decide di condividere l’autoproduzione e l’autoconsumo di energia pulita. La Regione sosterrà l’installazione degli impianti, la progettazione, la partecipazione a queste comunità affiancandosi agli incentivi e agli investimenti già previsti a livello nazionale. Sull’efficientamento energetico anche noi continueremo a investire attraverso nostri bandi, che si aggiungeranno all’opportunità dell’ecobonus del 110%, in particolare nel settore privato e per una parte del settore pubblico. Sarebbe bene inoltre estendere queste opportunità di riqualificazione energetica anche ad altre sfere del pubblico a partire dalle scuole e puntare sempre di più a emissioni zero. È il motivo per cui per le risorse del PNRR e del fondo complementare sull’edilizia residenziale pubblica si sia prevista una premialità innovativa nella direzione delle emissioni zero, che incentiva il superamento delle caldaie a metano a favore di sistemi centralizzati di riscaldamento a pompe di calore e pannelli fotovoltaici. L’idea è creare sempre di più reti e sistemi che si autoalimentino. Sull’economia circolare abbiamo previsto ingenti investimenti con l’impiego dei fondi strutturali ma vogliamo anche agevolare sempre più le sinergie tra imprese che intendano mettersi in rete e costituire filiere regionali della circolarità. Ci sono già molte aziende che coniugano l’attenzione per l’economia circolare con l’inclusione sociale, per esempio impiegando soggetti fragili nel ciclo della raccolta differenziata, nella raccolta porta a porta, nel reimpiego, nel riuso e nel riciclo dei materiali. Bisogna proseguire su questa strada facendo sistema. Il settore pubblico deve sostenere l’economia circolare attraverso l’orientamento degli acquisti pubblici, favorendo il green procurement e facendo sì che diventi una buona pratica sempre più diffusa anche tra i Comuni.

 

Che azioni sono previste per quanto riguarda la prevenzione e il contrasto delle conseguenze del cambiamento climatico, gli interventi per affrontare il dissesto idrogeologico e la cura del territorio?

Elly Schlein: La Regione vuole continuare a investire risorse per la prevenzione del dissesto idrogeologico, nella consapevolezza che prevenire costa meno che intervenire ex post sull’emergenza. Noi siamo, tra l’altro, un territorio particolarmente fragile agli eventi climatici estremi, l’abbiamo visto anche in questi ultimi mesi. Ci siamo dotati di una strategia per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma bisogna anche sottolineare che la Regione da sola non ce la farà se il Governo nazionale non investe molte più risorse di quelle attuali sulla prevenzione del dissesto idrogeologico. La cura del territorio è l’unica grande opera che serve al nostro Paese e che può valorizzare competenze e professionalità dando opportunità di lavoro di qualità. Alcuni disastri naturali a cui abbiamo purtroppo assistito ci devono aver insegnato che se non contrastiamo lo spopolamento delle aree interne e montane le conseguenze poi ricadono su tutte e tutti, anche a valle. Non possiamo abbandonare quei territori. Il Patto per il Lavoro e per il Clima ha previsto un progetto straordinario di riforestazione che si chiama “Mettiamo radici nel futuro”, con l’investimento di 14 milioni di euro. Prevediamo la messa a dimora di 4,5 milioni di alberi entro la fine di questa legislatura, uno per ogni abitante di questa Regione. Gli alberi non contribuiscono solo al verde urbano e al benessere psicofisico delle persone che vivono nelle nostre comunità ma ci aiutano a ripulire l’aria dagli agenti inquinanti. Ad oggi ne sono stati piantati già più di 600.000.

 

Per quanto riguarda l’agricoltura nella Regione, come favorirne l’evoluzione in una direzione di sostenibilità?

Elly Schlein: Sicuramente in questo ci aiuta la strategia della Commissione europea sulla biodiversità e quella dal produttore al consumatore. La Regione già sostiene questa svolta, dandosi nel Patto gli obiettivi di incoraggiare la filiera corta, l’agricoltura biologica e la produzione integrata. Bisogna accompagnare le aziende agricole in questa svolta, come ci viene chiesto anche dalle aziende stesse, che richiedono un aiuto anche in termini di investimenti in ricerca e innovazione tecnologica, che possano ridurre l’impatto. Bisognerà ridurre l’impatto degli allevamenti e cambiare il modello continuando a migliorare il benessere animale, riconoscendo inoltre la necessità di ridurre i consumi idrici.

 

Quale deve essere il contributo del settore dei trasporti e della mobilità al processo della transizione ecologica?

Elly Schlein: Quello dei trasporti è uno dei settori maggiormente responsabili delle emissioni in una Regione come la nostra, collocata nel bacino padano in una delle aree più inquinate d’Europa. Centrale è quindi la necessità di cambiare modello verso una mobilità sempre più sostenibile, dolce e intermodale. Su questo ci siamo impegnati in un nuovo pacchetto di progetti sulla mobilità sostenibile per circa 3,6 miliardi di euro. L’obiettivo è rafforzare le reti del trasporto pubblico con particolare riferimento alle aree più periferiche. Ci siamo impegnati a investire sull’elettrificazione delle reti ferroviarie, a incentivare il trasporto delle merci su ferro, a creare sistemi di bike sharing e car sharing e, al contempo, ci siamo impegnati a realizzare altri 1.000 km di piste ciclabili oltre alle tre grandi ciclovie che attraversano la nostra Regione. Il cicloturismo è un’occasione di riscoperta di interi territori e delle loro eccellenze, ma è anche, a giudicare dal volume di attività economica generata, un tema non più di nicchia. Sul trasporto pubblico locale, come esempio di misura che tiene insieme la questione sociale e ambientale, abbiamo investito per renderlo gratuito fino ai 14 anni e ora lo abbiamo esteso fino ai 19 con criteri di progressività. Così risparmiano le famiglie, fino a 600 euro all’anno, e incentiviamo la mobilità alternativa, collettiva e meno inquinante rispetto ai mezzi privati. Uno degli obiettivi del Patto è la riduzione del traffico motorizzato privato di almeno il 20% entro il 2025 e il sostegno alla transizione della mobilità privata verso l’obiettivo emissioni zero, con l’installazione di 2.550 punti ricarica per le auto elettriche, che sono il futuro. La transizione ecologica impone un ripensamento sistemico della mobilità in senso sostenibile. L’Unione Europea sta virando con coraggio verso la mobilità elettrica e questa Regione ha tutte le carte in regola per porsi alla guida del cambiamento.

 

Nella crisi si sono ulteriormente acuite le disuguaglianze che già segnavano la nostra società. Per quanto il contesto emiliano-romagnolo sia caratterizzato da un maggiore livello di inclusività rispetto alla situazione nazionale, non è tuttavia esente da situazioni di fragilità ed esclusione. Quali linee di azione prevede il Patto per affrontare questa situazione? Quale può essere il contributo dei soggetti appartenenti ai mondi del terzo settore, dell’economia sociale e della cooperazione?

Elly Schlein: La nostra Regione può contare su un sistema molto solido di welfare sempre più orientato ad una dimensione di welfare di comunità e di prossimità. Un solido sistema pubblico, ma anche una capacità di sinergia e coprogettazione col privato sociale e col terzo settore, ci ha permesso di attutire il colpo di questa pandemia. Dall’inizio della crisi abbiamo dovuto innovare ogni strumento di supporto sociale, avendo cura di costruire coi nostri territori delle risposte commisurate ai bisogni di ciascuno. Abbiamo investito, ad esempio, 50 milioni sul contributo per gli affitti, non in modo lineare, ma proporzionato al calo del reddito avuto a causa della crisi Covid-19. Al contempo abbiamo moltiplicato le risorse del Fondo sociale regionale, portandole dai 43 milioni del 2019 ai 57 del 2020 e 2021. Abbiamo incrementato le risorse del Fondo regionale per le non autosufficienze che riguarda quanti nella pandemia hanno sofferto maggiormente, i soggetti più fragili, come anziani e persone con disabilità. La Regione può vantare dati di occupazione femminile positivi rispetto alla media del nostro Paese, ma anche in questo ambito il colpo della pandemia è stato duro, soprattutto su donne e giovani. Quindi investire sulle infrastrutture sociali è per noi un modo per sostenere attivamente anche una migliore distribuzione del lavoro di cura nelle famiglie e liberare il tempo e le prospettive professionali delle donne. Per la stessa ragione dall’inizio della pandemia non abbiamo rinunciato a un grande investimento sulla riduzione delle disuguaglianze: il potenziamento dei servizi educativi per l’infanzia contrasta all’origine le povertà educative, le disuguaglianze, i rischi di dispersione scolastica ma significa anche un aiuto concreto nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle famiglie.

 

Già nel nome “Next Generation EU” è presente il riferimento ai giovani e alle nuove generazioni, che però spesso non hanno sufficienti opportunità e accesso ai percorsi di progettazione e costruzione del futuro. Quali misure prevedete in questo ambito? Quali sono le strade per dare spazio alla volontà di partecipazione delle nuove generazioni?

Elly Schlein: Abbiamo avvertito una contraddizione tra il fatto di chiamare questo strumento Next Generation EU e la mancanza di una sede di concertazione che coinvolgesse direttamente le prospettive e le aspettative sollevate dalle nuove generazioni. Per questo abbiamo avviato YOUZ, il primo Forum dei giovani dell’Emilia-Romagna che ha visto, nonostante un periodo di difficoltà per la sospensione della socialità, la straordinaria partecipazione di 2.500 giovani in oltre 10 tappe territoriali. Abbiamo raccolto molte proposte e idee concrete e siamo al lavoro con la Giunta regionale per realizzarle insieme a loro, dimostrando un impegno concreto. Molte di quelle proposte, tra l’altro, dimostrano molta consapevolezza rispetto alle sfide cruciali che abbiamo di fronte e che abbiamo raccolto nel Patto per il Lavoro e per il Clima. YOUZ è una cornice di ascolto reale e non predeterminata. La nostra parte è assicurarci che la Regione non scriva politiche senza tenere conto del punto di vista delle ragazze e dei ragazzi su cui quelle politiche andranno ad avere un effetto.

 

Quali lezioni si possono trarre finora dall’esperienza del Patto? Si tratta di un modello da cui si possono ricavare spunti utili anche in altri contesti?

Elly Schlein: Che sia un modello non sta a noi dirlo. Certo, speriamo che possa essere adottato questo tipo di approccio partecipativo in altri territori perché le ragioni per cui nasce sono valide anche altrove e a livello nazionale. Il PNRR dovrà risolvere alcune piaghe strutturali del nostro Paese, a partire dal precariato e dallo sfruttamento del lavoro e dalla riduzione dei divari. Siamo un Paese, per la sua collocazione mediterranea, estremamente esposto ai cambiamenti climatici ma con un potenziale enorme di creazione di lavoro di qualità sulla transizione ecologica. Un Paese, però, che resta ancora incatenato alle fonti fossili, perché ci sono interessi economici che la politica ha ascoltato troppo. Ora è il momento di voltare pagina perché solo se la politica riesce a governare il cambiamento riusciremo a ottenere un domani migliore per il pianeta e per le persone.


Crediti foto: Pietro Ballardini per Regione Emilia-Romagna A.I.C.G. / Fotoreporter – archivio fotografico regionale.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

Scritto da
Carlotta Mingardi

Dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna, fa parte della cohorte 2020-2021 del Programma Europeaum Scholars, diretto dall’Università di Oxford. È stata Visiting PhD Student presso la Brussels School of International Studies-BSIS University of Kent e Junior Research Fellow presso l’Istituto Europeo del Mediterraneo-IemED di Barcellona. Laureata in Relazioni Internazionali, ha conseguito il Master in Politiche del Medio Oriente presso la School of Oriental and African Studies-SOAS University of London.

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