Un treno verso “la fine”: l’ideologia delle estreme destre contemporanee tra Quentin Deranque e Charlie Kirk
- 07 Maggio 2026

Un treno verso “la fine”: l’ideologia delle estreme destre contemporanee tra Quentin Deranque e Charlie Kirk

Scritto da Benedetta Lazzeri

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Uno spettro si aggira per l’Europa e no, non è quello che pensiamo. È un fantasma dalle idee radicalmente conservatrici, che aborre le istanze pluraliste, che non ama la parola diversità e che non ha mai smesso di aleggiare nel cielo sopra di noi, o sotto il terreno politico che ogni giorno calpestiamo. Sarebbe riduttivo, però, considerarlo solamente europeo: questo spettro abita tutto il mondo, si manifesta con forza nelle piazze, assume volti diversi, ripete in lingue diversi gli stessi concetti. A questo punto, anche l’osservatore più distratto lo avrà riconosciuto: è lo spettro dell’estrema destra che, velocemente, sta riprendendosi ciò che il secondo Novecento aveva sembrato sottrargli: la maggioranza.

Nel dopoguerra, lo aveva incontrato Theodor W. Adorno, rimanendo sorpreso dalla sua resistenza, lo avevano commentato Hannah Arendt e Furio Jesi, era stato imputato nei tribunali, era diventato un bersaglio negli scontri popolari e un invitato costante (e sempre temuto) nelle arringhe politiche, ma nessuno era mai riuscito a sconfiggerlo.

Oggi, questo spirito che viene dal passato, si presenta ancora forte, saldo, capace di trascinare folle in tutto il mondo; prende la forma di uomini potenti, come Donald Trump, ma anche le sembianze di giovani militanti e attivisti pronti a scendere in piazza per difendere gli stessi valori che, da decenni, lo animano e che sembrano non essere minimamente intenzionati a cambiare forma. Tra quella che negli anni Settanta Furio Jesi definiva “cultura di destra” e le istanze reazionarie e nazionaliste che abitano la più recente contemporaneità, in effetti, non sembra essere cambiato molto e i recenti fatti di cronaca ne sono una prova.

La morte del ventitreenne Quentin Deranque, deceduto in ospedale lo scorso 14 febbraio dopo un violento pestaggio avvenuto due giorni prima, il 12, a Lione, a poca distanza dalla sede lionese dell’Università Sciences Po. Nonostante le indagini e il massiccio interesse dei media, ancora poco si sa di quello che è successo al giovane e la giustizia deve ancora fare il suo corso. Qualche elemento di contesto, tuttavia, lo abbiamo.

Sappiamo, per esempio, che Quentin Deranque non era lì per caso. Il giovane, da poco convertitosi al cattolicesimo e militante attivo del movimento reazionario e nazionalista Academia Christiana, aveva risposto all’appello del collettivo femminista di estrema destra Némésis, impegnato in una protesta proprio fuori dal campus universitario di Sciences Po dove la parlamentare della France Insumise – il partito di sinistra estrema guidato da Jean-Luc Mélenchon – Rima Hassan, stava tenendo una conferenza. La richiesta di Némesis era quella di svolgere un servizio di ordine e protezione alle manifestanti in protesta contro “la sinistra islamista” di Hassan, invito cui il giovane aveva risposto assieme ad altri militanti della stessa fazione. Non si sa in che modo le cose siano degenerate, quello che sembra certo è che negli scontri successivi alla manifestazione siano stati implicati, contro la compagine di destra, i membri dell’ex Jeune Garde Antifasciste, il collettivo antifascista fondato nel 2018 (proprio a Lione) dal parlamentare Raphaël Arnault e sciolto dal governo francese nel giugno del 2025 proprio per via delle loro “tattiche di autodifesa violente”.

Ma cosa ha a che fare “l’affaire Deranque” con lo spettro destrorso con cui si è aperto questo articolo? Molto, e per capirlo dobbiamo fare un salto all’indietro e tornare al 10 settembre 2025, giorno in cui Charlie Kirk, attivista politico pro-Trump e direttore di Turning Point USA – la principale organizzazione giovanile della destra conservatrice statunitense – è stato freddato da un colpo di proiettile mentre teneva un comizio alla Utah Valley University di Orem. Per l’omicidio di Kirk è stato fermato, due giorni dopo il fatto, il ventiduenne Tyler Robinson, mormone e figura dagli aspetti sfaccettati e non facili da inquadrare.

Due omicidi molto diversi, due vittime lontane, per provenienza e peso politico; e tuttavia, la reazione dei politici e dei media di parte è stata la stessa. Davanti alle dichiarazioni rilasciate a seguito dei due fatti di cronaca, anche il lettore più disattento scorgerebbe uno schema concettuale comune: l’«odio incontrollato e violento» della sinistra sta avvelenando l’Europa e il mondo, i saldi valori nazionalisti e cristiani che hanno accompagnato i popoli occidentali sono sotto minaccia e a farne le spese sono quei giovani che si ribellano all’egemonia dei pluralismi e delle istanze woke che sembrano voler deformare la struttura “giusta” delle nostre comunità.

Siamo di fronte ad una radicalizzazione di precisi valori, che trasforma la controparte in un nemico da sconfiggere e si accompagna ad una potente retorica di matrice teologico-cristiana: quella del sacrificio e del martirio. Bisogna scavare a fondo, andare al di là delle modalità rozze e talvolta macchiettistiche cui ci hanno abituato i MAGA di tutto il mondo, perché l’ideologia sottesa agli slogan razzisti e illogici che compaiono nelle piazze, così come una certa esaltazione della “morte ideologica” e l’odio radicale nei confronti dei movimenti di sinistra ha radici antiche e ambizioni alte.

Il messaggio che questi leader politici mandano ai loro elettori non è complesso e stratificato; al contrario, il suo scopo è quello di restituire una visione semplificata della storia, che possa facilmente entrare nelle case e diffondersi tra le folle senza bisogno di altro mediatore se non quel senso di inquietudine e paura che sempre associamo all’Altro, al diverso, a ciò che viene da lontano.

Nel secondo dopoguerra e con l’insorgere di nuovi movimenti nazionalisti e sovranisti, Furio Jesi aveva cercato di dare ragione di questo difficile intreccio di idee semplici che andavano (e ancora oggi vanno) a costituire la “cultura di destra”, che in una celebre intervista all’Espresso del 1979 aveva definito come: «la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori indiscutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola. […] Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire».

Lo studioso torinese riconosceva alle destre – dall’Ottocento all’epoca a lui contemporanea – una specifica concezione del mito secondo la quale l’appartenenza mitica ad una comunità era determinata in base a caratteristiche carismatiche e i cui valori portanti assumevano un’aura sacrale, incontrovertibilmente vera. Il passato mitico di un popolo era considerato in grado di sovradeterminare la realtà attuale della comunità, ogni razionalità storica era violata, rimaneva solo quella verità sacra in base alle quali definire i criteri di inclusione ed esclusione di individui o gruppi di individui.

Quella che Jesi descriveva – e temeva – era una concezione del reale «religiosa», per la quale la comunità risultava creata quasi per Grazia e che, evidentemente, si apriva con facilità all’utilizzo strumentale. È ciò che in Cultura di destra (Garzanti 1979 / Nuova edizione nottetempo 2025) lo studioso definiva tecnicizzazione e ritualizzazione del mito, ossia quel particolare uso delle origini mitiche e teologiche di una società e dei suoi concetti fondanti a scopo politico e ideologico.

Alla rappresentazione del mondo restituita dalle destre, infatti, Jesi vedeva associata – già dalla fine dell’Ottocento – una precisa teoria politica che mirava ad una rivoluzione in chiave conservatrice e che era stata il punto di riferimento per tutte quelle istanze razziste, localiste, sovraniste e suprematiste che erano tragicamente sfociate nel ventennio nero e che si apprestavano a rinascere dalle loro ceneri alla fine degli anni Settanta.

Le pagine di Jesi ci mettono davanti ad una logica dura a morire poiché basata sulla ri-definizione della realtà per intero e la rende suddita di un mito che, scrive Enrico Manera «è “surrettiziamente trasformato in soggetto […] che agisce, che sa, che comanda, e l’uomo non è che il passivo esecutore di doveri sacrali”, al punto da configurare un peculiare rapporto con l’azione, la violenza e la morte» (Di ciò che non c’è, p. 237).

Il motivo è chiaro; se la direzione che il reale prende è sovradeterminata metafisicamente, l’azione, ancora prima che politica, è teologica e lo stesso vale per la violenza che, non di rado, la accompagna. Le istanze della controparte non appaiono più solo come opposte, ma illegittime, dissacranti rispetto al disegno superiore di ordine e pace e la difesa di quel disegno giustifica qualsiasi forma la lotta politica assuma.

Siamo di fronte ad una riappropriazione della violenza che, agìta o subìta che sia, viene considerata a disposizione di una sola delle parti, sia dal punto di vista pratico, che ideologico. L’attacco perpetrato, allora, è sempre una difesa, quello subìto sempre un assalto e la morte è esercizio eroico della “giustizia”. È dall’unione delle due categorie fino ad ora utilizzate, quella di “morte” e quella di “sacralità” che si arriva ad un ritratto quanto più vivido della “cultura di destra”, ed è esattamente la ricorrenza di questi motivi che porta Jesi a parlare di una «religione della morte e dei morti esemplari». Una religione della morte era stata quella di Mussolini – dallo squadrismo all’entrata in guerra –, quella di Hitler, quella di Franco, ma sarebbe un errore rilegare questa macabra danza ad un esercizio politico del passato.

Se ogni giorno, alle prime pagine dei quotidiani nazionali ed esteri, accostassimo quelle di Jesi ritroveremmo gli ingredienti principali che costituiscono il milieu culturale delle destre sovraniste di tutto il mondo. Si pensi, mettendo per il momento da parte le morti esemplari di Deranque e Kirk, a quelle «parole con l’iniziale maiuscola» cui lo studioso torinese fa riferimento nello stralcio di intervista sopra citato. “Dio”, “Patria”, “Famiglia”, che siano apparse negli slogan di parte o nelle frasi di scherno degli oppositori, è indubbio che le campagne elettorali delle destre mondiali, da Fratelli d’Italia, al Rassemblement National, ai Repubblicani di Trump, siano state costellate di parole mitologiche, specchio di ideologie fatte passare come pilastri indistruttibili di società che vogliano essere salde, strutturate, forti contro l’ondata di dissoluzione delle sinistre islamiste, anti-cristiane e anti- occidentali.

Un uso del linguaggio che diviene un esercizio di sacralizzazione del reale, o meglio, di quei valori che ancora resistono ai continui tentativi di distruzione. Nel piano malefico delle sinistre terroriste vengono inserite tutte le categorie di persone che spesso a quelle parole sacre sono state (volenti o nolenti) ricondotte: i bambini, condizionati da distorte politiche di genere; i cristiani, resi equipollenti nei diritti ai fedeli di religioni nemiche e pericolose; i lavoratori, minacciati dall’arrivo incontrollato di stranieri che puntano al loro impiego o, nel peggiore dei casi, al loro portafogli. Aleggia, nei comizi politici o nelle dichiarazioni pubbliche dei leader di destra, quello che Adorno chiamava il «sentimento della catastrofe» e che noi potremmo descrivere come l’idea di un’imminente implosione della realtà che può essere frenata solo dalla militanza a favore delle destre conservatrici.

In quella che prima abbiamo definito “semplificazione di concetti complessi”, si verifica ciò che Mimmo Cangiano, in Cultura di destra e società di massa (nottetempo 2022), descrive come una strategica apertura alle masse via via emergenti che equivale ad un’espansione a macchia d’olio dell’ideologia dell’esclusione e della violenza di cui oggi Trump è probabilmente il più alto esponente.

In questo senso, è allarmante, ma non sorprendente l’adesione di individui normalmente non includibili nella visione conservatrice, come omosessuali, persone di colore o immigrati, alla sempre più larga compagine delle destre. Per quanto le istanze razziste, omofobe e anti-inclusive siano una parte fondamentale di queste ideologie e certamente ne rappresentino il contenuto più mediatico, la “strategia di reclutamento dal basso” si basa su un’idea più sottile che, fino ad ora, abbiamo cercato di rendere facendo riferimento al concetto di “ordine”, ma che più precisamente Cangiano fa risalire a quello di “forma” e, più precisamente, di “Kultur”. Sarebbe impossibile fornire un quadro chiaro e intellettualmente esaustivo di cosa si intenda con questo termine che, va ricordato subito, non va considerato aprioristicamente “di destra”; quello che, tuttavia, può essere utile alla nostra riflessione è comprendere come Cangiano leghi il concetto di Kultur a quello jesiano di tecnicizzazione del mito fino ad adesso evocato. Scrive lo studioso che Thomas Mann credeva che Kultur significasse «unità, stile, forma, compostezza, […] una certa organizzazione spirituale del mondo» (Cultura di destra e società di massa, p. 79). Ancora una volta: la realtà ha nostalgia di una forma antica, perfetta, sacra, che si è persa nel progresso e nella distorsione culturale e sociale che questo ha portato con sé. Era questo cui Jesi faceva riferimento parlando di rivoluzione conservatrice; quello che potrebbe sembrare un ossimoro, infatti, non è altro che il colto utilizzo di una delle due accezioni del termine “rivoluzione”, il meno famoso: riportare qualcosa alla sua forma originaria, primitiva, pura.

Può aiutarci, forse, la definizione di Cangiano che parla di Kultur come di «quel complesso di fattori che racchiude in un limite circoscritto tutto l’insieme dei valori in cui risiederebbe la realtà profonda di un gruppo sociale o nazionale. Attraverso una cultura definita, attraverso cioè una produzione di simboli, i membri del gruppo si riconoscono come tali, facendo riferimento a un immaginario comune e a una serie di tradizioni condivise» (Cultura di destra e società di massa, p. 81).
L’elevare determinati valori a forma ha una potenza retorica e pratica non sottovalutabile: è proprio in base allo stile (per usare le parole di Mann) che si riconosce e si cerca di imporre come “giusto” che viene riconosciuto anche ciò che è deforme, che è deviato. In altre parole: è grazie all’idea di una “giusta forma” che si individua subito l’elemento da escludere.
Non solo; in questo modo – anche se in misura molto minore – si riescono ad aggirare anche le barriere poste dalle preferenze sessuali o dall’appartenenza razziale: esiste una forma perfetta, sacra, che accomuna tutti gli uomini e che supera la mia volontà singola. Un altro modo, questo, per interpretare le famose parole di Peter Thiel del 2019: «guardate me, sono omosessuale e voto per Trump».

Anche in questo caso – di nuovo, infinitamente più raro – il risultato è la semplificazione di una realtà che è fatta di pilastri, di parole che sono monumenti, simboli da venerare e difendere, tutto ciò che vi si distanzia, è sintomo di una particolareggiata visione del reale che, come tale, è anti-comunitaria, ingiusta, illegittima. Cangiano scrive che «vengono escluse tutte le esperienze che vengono interpretate come assenza di Kultur (Zivilisation), vale a dire come non poggianti su un materiale di tipo organico, ma facenti riferimento solo ad aggregazioni di tipo meccanico» (Cultura di destra e società di massa, p. 91). Di “irrazionale meccanicismo”, se ci pensiamo, sono tacciati tutti i movimenti per la libertà della determinazione sessuale e di genere, considerati «forzature contro natura» sostenute solo da una minoranza informe e facinorosa, decisa a schierarsi contro la “normalità”. Altre parole con la maiuscola, quelle come “Normalità” o “Natura”, che giocano sulla contrapposizione molti-pochi, in base alla quale ciò che si distanzia non è solo assurdo, ma anche antidemocratico: i pochi “anormali” che pretendono di avere la meglio sulla maggioranza “sana”. È chiaro, non tutte le istanze che sorgono dalla contemporaneità sono uguali, non tutte hanno la stessa pregnanza e non è neanche da darsi per scontata una separazione tra destra e sinistra che si risolva nell’accettazione o rifiuto in blocco di tutto il pacchetto.

Tuttavia, il rifiuto di idee o proposte che passi dall’adesione mitica ad archetipi considerati sacri e incontrovertibili porta con sé un pericolo che forse le destre odierne non hanno considerato. In una pagina fondamentale di Cultura di destra e società di massa, Cangiano racconta che Louis-Ferdinand Céline si riferiva alla lingua ebraica descrivendola come un incomprensibile «balbettio», disarmonico e stonato. Questo è forse uno dei topoi (degli archetipi) più antichi dell’Occidente: quello secondo cui il barbaro, lo straniero, più che parlare, “balbetta”, si esprime senza farsi capire. Quello che – con buona pace di Céline – tendiamo sempre a dimenticare è tanto semplice quanto vero: siamo sempre i “barbari” di qualcun altro. In altre parole: quanto tempo ci metterà Trump ad individuare un alleato più congruo, più ricco e più efficace cui allearsi? Sì, perché questa macabra danza non è politica, è economica e gli ideali servono solo a coprire la logica assai meno poetica del consumo, l’unico baluardo in Terra del vero Dio del nostro tempo: il Mercato.

Quella della morte non è che una religione minore, ancella di quella principale, strumentalizzata per nascondere gli interessi reali dei governanti e per saziare militanti fanatici, ogni giorno impegnati con nemico nuovo da combattere e un vecchio ideale da difendere. Dei martiri come Kirk e Deranque più che la gloria e la santità, rimangono le ceneri ideologiche, che subito vengono utilizzate come polvere da sparo per altre lotte, per altri scontri, per altri morti. Nell’epoca della secolarizzazione totale delle categorie e dei concetti, di sacro sembra rimanere solo la violenza, primitiva e senza concetto, solo la morte, stigmatizzata nei monumenti a lei dedicati. Di fronte agli scontri di Lione, alla sparatoria di Orem, al sentimento della guerra che, ancora prima dei veri campi di battaglia, pervade le tribune politiche, ritornano le parole di Adorno interprete del Wotan di Wagner: «sai cosa vuole Wotan? La fine» (Wagner, Einaudi 2008).

Scritto da
Benedetta Lazzeri

Dottoranda in filosofia presso il Centro di ricerca in studi patristici Genesis dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ricercatore affiliato esterno al centro di ricerca Autonomie heteronomer Texte in Antike und Mittelalter dell’Università Friedrich Schiller di Jena. La sua ricerca è incentrata sulla fondazione del popolo attorno al concetto di nomos tra Hegel e Schmitt interpreti della “Lettera ai Romani” di Paolo.

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