Una politica industriale per la cultura. Intervista a Mauro Felicori
- 24 Febbraio 2021

Una politica industriale per la cultura. Intervista a Mauro Felicori

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

La riflessione sulla natura, sulle forme e sulle finalità della cultura è molto intensa e sono diverse le interpretazioni sul ruolo che può rivestire, non solo come dimensione fondamentale dell’agire umano, ma anche in relazione alla cittadinanza, alle trasformazioni economiche e sociali, all’inclusione sociale. Il sistema culturale assume anche, in relazione a un Paese o a un territorio, un rilevante aspetto economico e chiama in causa scelte di fondo da parte delle istituzioni.

Abbiamo discusso di queste tematiche con Mauro Felicori, Assessore alla cultura e paesaggio della Regione Emilia-Romagna. Felicori ha insegnato nelle Università di Bologna e Napoli e ha tenuto corsi anche nelle Università di Genova e Udine. Dopo una lunga esperienza come dirigente culturale del Comune di Bologna, nell’ambito della quale ha promosso la candidatura di Bologna a Capitale Europea della Cultura 2000, dal 2015 al 2018 è stato Direttore generale della Reggia di Caserta.


Quali sono, a suo avviso, le finalità principali della cultura e le ragioni per le quali ci dovrebbe essere un interesse da parte delle istituzioni a supportare lo sviluppo del sistema culturale? E, rispetto a queste finalità, qual è lo stato del sistema della cultura in Italia?

Mauro Felicori: A questo proposito partirei dall’Articolo 9 della Costituzione, secondo il quale la Repubblica favorisce la cultura e la ricerca scientifica. Se lo consideriamo da questo punto di vista, il sistema culturale pubblico italiano, pur tra alti e bassi, riesce decorosamente a garantire il diritto della cultura di esistere. I musei svolgono le funzioni di conservazione e di ricerca loro assegnate in maniera decorosa, anche se con un’estensione ridotta e con diversi limiti, poiché il patrimonio culturale abbandonato è ancora enorme, l’efficienza media e l’avanzamento tecnologico dei musei stessi sono bassi e vi è un grande ritardo nell’opera di digitalizzazione di tutto il nostro patrimonio materiale e immateriale. Ma queste criticità passano spesso in secondo piano di fronte alla ricchezza dell’offerta culturale. Ad esempio visitando gli Uffizi ci si trova in un museo gestito bene e le stesse carenze appaiono poco visibili a fronte dello straordinario valore delle opere esposte. Nel campo dello spettacolo – incluso il cinema e il teatro – sul mercato mondiale siamo ormai marginalizzati, ma, nonostante questo, rispetto alla qualità dell’offerta il talento italiano riesce spesso a fare comunque premio su una certa disorganizzazione. Ma c’è un’altra prospettiva dalla quale è importante considerare il sistema della cultura, ed è quella indicata dall’Articolo 3 della Costituzione. È un’ottica, a mio avviso, concettualmente ancora più importante. Se lo Stato si impegna a rimuovere tutto ciò che impedisce l’eguaglianza e garantisce il pieno dispiegamento della persona umana, ci si può chiedere in che modo il sistema culturale contribuisca alla realizzazione di questo obiettivo, alla lotta alla disuguaglianza. In questo ambito, come dico da tempo, il panorama è più critico perché si tratta di un punto di vista che di solito è poco considerato. Una volta che lo Stato ha fatto il suo dovere finanziando il sistema culturale pubblico, ritiene spesso di avere assolto i suoi compiti, ma in realtà questo dovrebbe essere soltanto l’inizio di un processo. Il vero lavoro inizia dopo avere erogato le risorse per garantire l’apertura un museo: occorre far sì che sempre più persone lo frequentino, che il visitatore viva una esperienza indimenticabile, che abbia occasione di diventare più colto, più curioso. Occorre poi agire per trasformare il museo in un volano dello sviluppo territoriale, renderlo un luogo che irradia bellezza, un fattore di miglioramento del tessuto urbano, anche rispetto alla scarsa qualità delle nostre periferie, una fabbrica di cultura, di dibattito, di battaglie politiche. In sostanza bisognerebbe fare del museo – o di ogni centro culturale – una cattedrale di civiltà. Questo compito, però, è troppo spesso trascurato e questo per me è inaccettabile. La Costituzione viene spesso citata, anche da persone che, nei fatti non si adoperano per realizzare azioni che promuovano il “pieno sviluppo della persona umana”. Moltissime persone considerano la spesa culturale come un costo e soltanto pochi – tra i quali mi includo – la considerano come un investimento.

 

Se si considera il sistema culturale dal punto di vista che lei suggerisce, quello del cittadino e delle opportunità di sviluppo delle proprie potenzialità, possiamo guardare all’offerta culturale ciò che viene o meno fornito oppure alla domanda, al bisogno di cultura. Il bisogno culturale presenta caratteristiche molto particolari, proprio in virtù della natura della cultura come realtà in grado di sviluppare la personalità umana, accrescerne la consapevolezza e le potenzialità. Si tratta d’altra parte di un bisogno che si sviluppa con dinamiche particolari, che non necessariamente si presenta immediatamente. Pensiamo ad esempio alla propensione alla lettura, che risulta fortemente concentrata in un segmento relativamente ridotto della società. Che dinamica si instaura, dunque, tra domanda e offerta culturale? C’è un problema di non adeguatezza dell’offerta o andrebbe anche sviluppato il bisogno di cultura? E che rapporto si instaura tra le due cose?

Mauro Felicori: Bellissimo quesito. Direi che è difficile dare una risposta a questa domanda dal momento che la gestione della dialettica tra i due poli, della domanda, dell’offerta e della loro maggiore corrispondenza, è lasciata quasi totalmente al sistema culturale privato. È il privato ad interrogarsi sul proprio pubblico, sui propri utenti, sulle nuove possibilità e dunque sulla creazione di una nuova offerta. Questo tipo di riflessione è assente nel sistema pubblico. Ad esempio nel caso della Reggia di Caserta – uno dei dieci più importanti musei a livello nazionale – non disponiamo di alcun dato sul pubblico che visita il museo. Questo è indice di un problema e di un’insufficiente considerazione dell’importanza del rapporto con il pubblico. Di conseguenza è difficile rispondere alla domanda in primo luogo per l’assenza di ricerca empirica in questo ambito. Aggiungerei che, se vi è un residuo ruolo di ascensore sociale che la cultura svolge, questo è da ricercarsi nella scuola. A questa funzione della scuola il sistema culturale non aggiunge nulla. Se una persona non ha maturato certe curiosità a scuola quasi certamente non le maturerà successivamente grazie al sistema culturale, perché l’ambiente della cultura è respingente per la persona poco colta e non specialista. Va aggiunto che anche gli specialisti lo sono solo in un certo ambito – pensiamo a uno storico dell’arte che entra in un museo di scienze naturali – e di conseguenza anche nei confronti della parte relativamente più colta della popolazione occorrerebbe porsi il problema di come proporre percorsi per aiutare il visitatore a sviluppare nuove conoscenze.

 

Dal punto di vista della produzione culturale, qual è la situazione a livello nazionale e quale ruolo può assumere l’Emilia-Romagna all’interno di questo contesto?

Mauro Felicori: Premetto che quando parlo di cultura, mi capita spesso di porre l’accento sugli aspetti economici, ma va sottolineato che la cultura è un valore in sé. È un concetto che va ribadito ma, accanto a questo, bisogna ricordare che la cultura è anche un fatto economico e di inclusione sociale. Quindi è importante adottare anche questa ottica quando si considera il sistema culturale. Se per esempio un’orchestra lirica non viene mai invitata a suonare fuori dalla regione di appartenenza, questo è un problema perché indica una ridotta capacità di internazionalizzazione ed “export”. Se un’orchestra comunale, come nel caso di quella del Teatro Comunale di Bologna, viene invitata in Giappone tre volte, questo è segno di buona reputazione internazionale. Se queste tendenze si accrescono, possono essere necessari ulteriori investimenti, ad esempio costruendo una seconda orchestra, creando lavoro qualificato per altre cento persone. Considerando invece la cultura come mezzo per l’inclusione sociale, la questione dell’allargamento del pubblico e della sua acculturazione è centrale. Pensiamo alla questione migratoria: nessun museo si chiede che iniziative potrebbe intraprendere quantomeno per le seconde generazioni, se non per gli stessi migranti. Chi si occupa veramente – non retoricamente in un comizio – di creare le condizioni per un effettivo apprendimento dell’italiano da parte dei migranti? Nei confronti di queste persone, così come di tutti coloro che vivono in una condizione di tendenziale esclusione e marginalità, non sono sufficienti la compassione e i buoni sentimenti, ma occorre garantire loro diritti, come la scuola, la cultura e la casa.

 

Questo tema delle aree di esclusione, che non possono beneficiare della cultura, ha anche un importante aspetto territoriale. Nelle zone periferiche l’offerta culturale è tendenzialmente più ristretta. Soffermandoci ancora sul tema della produzione culturale, quali sono secondo lei le cause della fragilità attuale del sistema italiano?

Mauro Felicori: Le cause sono varie. In primo luogo va ricordato che l’italiano è una lingua largamente minoritaria. Le egemonie culturali sono poi legate a più ampie considerazioni sul contesto internazionale. La sconfitta al termine della Seconda guerra mondiale continua a pesare sulla posizione del nostro Paese. Ma limitandoci anche solo alla questione della lingua, dal punto di vista culturale questo è un fattore fondamentale. Pensiamo al teatro. L’Italia è un grande paese teatrale, anche se in misura minore rispetto al passato, ma la questione linguistica è un vincolo. Pensiamo anche alla letteratura e ai limiti che la lingua impone alla sua diffusione. Più in generale va detto che l’Italia, pur essendo un Paese ancora molto importante a livello economico – pensiamo alla meccanica – non ha una politica industriale. E a maggior ragione per quanto riguarda la cultura, questa raramente viene considerata un ambito per il quale sia necessaria una politica industriale. Uno degli obiettivi del mio lavoro quotidiano è che nel documento economico della Regione Emilia-Romagna ci sia una parte dedicata all’economia della cultura. Un’altra causa della fragilità del sistema culturale italiano riguarda il ritardo dell’arrivo del nostro sistema audiovisivo privato. Tutti ricordano che la Rai ha insegnato l’italiano agli italiani, ma questo è successo negli anni Cinquanta. Nel periodo successivo vi sono stati grossi ritardi.

 

A suo avviso, quali dovrebbero essere le linee principali di una politica industriale in ambito culturale?

Mauro Felicori: Io partirei dalla Rai naturalmente. Franceschini ha presentato il progetto di creare una piattaforma per la cultura italiana. Questa idea secondo me non avrà seguito perché la piattaforma per la cultura italiana rimane la Rai, almeno fino a che sarà previsto il canone. Esistono molte produzioni di grande valore promosse dalla Rai. Occorrerebbe adoperarsi per vendere questi nostri prodotti all’estero. Nella mia lunga storia professionale, in relazione alla Rai ho avuto molte soddisfazioni, ma anche dei grandi dispiaceri. Tuttavia ho sempre pensato che si dovrebbe fare di più sulla vendita dei prodotti all’estero: la produzione è solo l’inizio della conquista del mondo. Se si vuole vendere gli audiovisivi nel mondo si deve mettere gente capace nei posti giusti e dare centralità a quella funzione. Questa è una questione di cultura industriale.

 

A suo avviso, all’interno del sistema nazionale, quale è attualmente e quale dovrebbe essere il ruolo dell’Emilia-Romagna rispetto ad altri poli di produzione?

Mauro Felicori: L’Emilia-Romagna ha il suo punto di forza nel sistema formativo. Se consideriamo la popolazione tra i diciotto e i ventotto anni, i nostri giovani sono mediamente più istruiti della media dei giovani italiani, e in questo bacino quelli vocati alle professioni artistiche sono più numerosi che in altre regioni italiane. C’è quindi il punto di partenza di qualunque politica produttiva: la presenza di persone qualificate e vocate ad una certa professione. Fino agli anni Ottanta ci fermavamo a questa situazione. A partire da quel momento, non essendo presente un’industria culturale privata significativa, ai limiti del pubblico inizia a nascere, attraverso forme di autoimpiego e di piccola imprenditorialità, una capacità produttiva anche nel settore privato in quegli ambiti dove non sono necessari particolari investimenti: scrittori, sceneggiatori, fumettisti. Sono tutti mestieri artigianali dove la creatività è quasi sufficiente da sola. Dal momento in cui anche le tecnologie dell’audiovisivo cominciano a costar poco e ad essere raggiungibili, anche il cinema comincia a crescere in termini di capacità produttiva. Questa vocazione diffusa che si fa imprenditorialità diffusa rappresenta un vivaio, con tante belle piante, ma ancora troppo basse. Adesso bisogna cominciare a far crescere anche grandi alberi, attirando qualche centro e sede importante. Dobbiamo comunque ringraziare il professor Marzullo, che ebbe l’idea di aprire il DAMS a Bologna. Quello fu l’inizio di tutto. La mia idea è quella di partire dalla Rai, di fare una battaglia affinché la sede Rai diventi un centro di produzione e la produzione cresca sempre di più. In merito a ciò abbiamo iniziato un dialogo con la Rai, che è ancora in corso, e ho fiducia che il nuovo governo Draghi possa agire per migliorare la nostra televisione pubblica.

 

I temi che abbiamo affrontato vanno visti anche in rapporto al processo di digitalizzazione, che gioca un ruolo fondamentale. Con l’avvento del digitale si assiste da un lato alla tendenza ad una moltiplicazione delle nicchie del pubblico, dall’altro ad una proliferazione ulteriore di produttori spontanei di contenuti, con una necessità di ridefinizione del ruolo dell’intermediario tradizionale. Il problema, forse, è capire come in questo terreno si possano inserire delle politiche che favoriscano il superamento di questa polverizzazione, per far crescere delle realtà più grandi e strutturate. Come pensa che si possa andare in questa direzione?

Mauro Felicori: Questa è la domanda che ho posto a tutto il mondo dell’audiovisivo. È chiaro che anche nel mondo digitale si assiste all’eterna lotta fra la piccola impresa appena nata, con molte idee e pochi mezzi, e il colosso con una solida fetta di mercato. È una dialettica che allo stato attuale penso possa migliorare le realtà delle imprese più piccole e quindi creare un mercato più plurale di quello che abbiamo ereditato. Per questo penso che il digitale possa introdurre dinamiche positive. In questo quadro, come Regione, dobbiamo quindi sforzarci di promuovere e assecondare delle azioni che aiutino le imprese ad entrare in questo mondo nuovo. Andrebbe però ridimensionato un atteggiamento del mondo intellettuale che spesso coltiva la nostalgia del passato. Quando parliamo di tendenze future, infatti, la nostalgia non è il viatico migliore ad una dimensione progettuale. Quando ho occasione di fare lezione nei corsi di management culturale un elemento che sottolineo sempre nei confronti degli studenti è che non si deve pensare che il problema centrale di questo mestiere siano gli aspetti tecnici. Bisogna partire dalle idee di fondo, perché sono queste che generano i comportamenti, che ci permettono di capire cosa sia una società, come un sistema pubblico debba inserirsi in essa, quali siano i sistemi di valori che assumono importanza o diventano irrilevanti. Ma è un discorso che oggi è difficilmente compreso, perché non c’è abitudine all’esercizio sano e libero della critica.

 

In questo quadro, dall’inizio del suo mandato come Assessore Regionale, di fronte all’emergenza Covid-19 che ha segnato profondamente il settore della cultura, qual è l’impronta che ha cercato e sta cercando di dare alle politiche regionali? Cosa è stato fatto e quali sono state le linee principali su cui si muoverà in futuro?

Mauro Felicori: È stato un anno di grande cautela e circospezione, non è stato sicuramente un anno di azione. Questo innanzitutto perché l’epidemia ha cambiato completamente i termini di qualunque problema. Inoltre l’esperienza in un ente regionale era per me completamente nuova. Ho a lungo lavorato per un Comune, che è di fatto un’azienda di servizi, mentre la regione è un ente di programmazione: la Regione non fa, il Comune sì. Anche l’esperienza alla direzione della Reggia di Caserta era un’esperienza di gestione diretta di un ente. Per fortuna, la mia attività lavorativa si è sempre svolta in contiguità con la politica, che è una lingua che conosco. Quest’anno però ho capito una cosa: il ruolo delle Regioni tenderà fatalmente a cambiare, prima di tutto perché più cresce il ruolo dell’Unione Europea, più crescerà il ruolo delle Regioni, perché il Comune ha una taglia troppo piccola per partecipare ai processi europei, la cui gestione non può essere lasciata solo al livello nazionale. La Regione, dunque, tenderà a divenire più ente di gestione e meno ente di programmazione. Per questo mi sono attrezzato sciogliendo l’IBC – Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna – in quanto istituto autonomo e facendolo diventare un servizio interno alla Regione, con la possibilità di gestirlo direttamente. Ho poi creato un rapporto più stretto fra i nostri operatori dei beni culturali e il livello politico, che secondo me nel tempo incrementerà da parte mia la capacità di azione, e da parte degli operatori la capacità di trasformare il mondo della ricerca e dei progetti in azione concreta. Nell’ambito della visione che ho accennato della cultura come politica industriale vorrei ricordare, tra le leggi su cui abbiamo lavorato, quella sul cinema, quella sulla musica e quella sull’editoria. Vorrei aiutare le case editrici emiliano-romagnole e gli artisti a internazionalizzarsi. Abbiamo anche avviato una discussione con i sindacati affinché si promuova una legge nazionale a tutela dei lavoratori intermittenti, affrontando la realtà del mondo del lavoro dello spettacolo dal vivo, costituito da un misto di precarietà e intermittenza. È un problema che è sempre stato presente, ma che l’epidemia ha reso evidente. Questo è una parte di quello che abbiamo fatto finora, speriamo in futuro di fare molto di più per costruire una politica industriale per il settore dopo la crisi innescata dalla pandemia.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e Presidente di Tempora - pensare il presente, associazione, think tank ed editore della rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

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