“Viaggio al termine dell’Occidente” di Carlo Bastasin
- 02 Novembre 2020

“Viaggio al termine dell’Occidente” di Carlo Bastasin

Recensione a: Carlo Bastasin, Viaggio al termine dell’Occidente. La divergenza secolare e l’ascesa del nazionalismo, LUISS University Press, Roma 2019, pp. 168, 16,50 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Cantelmo

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«Sono in atto trasformazioni strutturali che modificano i destini e gli interi orizzonti di vita degli individui, segnano il declino degli uni e la superiorità degli altri. Ciò svuota l’efficacia delle democrazie agli occhi dei cittadini e spinge questi ultimi a desiderare un potere che prometta di prendersi cura dei loro problemi, senza più riguardo e attenzione per i diritti e libertà di tutti».

È da questa riflessione che nasce il volume Viaggio al termine dell’Occidente di Carlo Bastasin, Senior Fellow della Luiss School of European Political Economy e del Brookings Institution di Washington, edito da Luiss University Press nel novembre del 2019.

Si tratta di un testo imprescindibile per comprendere la gravità della situazione politica globale e i nuovi orizzonti dovuti ai mutamenti della società e di ciò che la circonda. La causa principale dei cambiamenti in corso, secondo l’autore, è da rintracciarsi nello sviluppo della tecnologia e dell’automazione che sta aumentando la divergenza tra i grandi agglomerati cittadini, che riescono ad attirare i migliori professionisti, e le zone rurali che si sentono sempre più marginalizzate e lontane dai progetti politici. Le reazioni a tali avvenimenti appaiono comuni in tutto l’Occidente: si costruiscono muri, come nell’Ungheria di Viktor Orbán e nelle intenzioni di Donald Trump sul confine americano con il Messico, si discriminano gli emigranti, visti come la causa principale del declino economico-sociale del proprio Paese e, infine, vengono premiati leader populisti che promettono di rimettere al centro della vita politica il cittadino marginalizzato.

La somma di questi fenomeni ha portato ad un incrudimento del linguaggio e ad un ritorno al nazionalismo. Il declino dell’Occidente, percepito in misura maggiore dalle regioni e città marginalizzate, carica di frustrazione la popolazione che non vede prospettive per il proprio futuro e l’unica alternativa che rimane è la difesa di un ideale di nazione superiore alle altre che vive il rischio di essere contaminata da altri popoli. Secondo Bastasin, la ricerca del colpevole colma il senso di ingiustizia e di solitudine che pervade gli individui ai margini della società e aiuta la crescita del nazionalismo, che a propria volta induce ad un minor interesse sui temi dei diritti umani e su tutte quelle questioni che potrebbero comportare un indebolimento della propria nazione.

Il testo di Bastasin leva un grido d’allarme ben documentato sul declino dell’Occidente. Conduce il lettore in un viaggio che inizia negli Stati Uniti d’America di Barack Obama, passa alla Germania, torna negli Usa, si sposta in Italia, passa per l’Ungheria e, infine, si sofferma sull’Unione Europea nel suo complesso. La tesi di fondo di questo coinvolgente volume, ricco di analisi comparative, è che il mondo sia passato da una fase di convergenza ad una di divergenza che è la causa principale che alimenta il crescente consenso verso il nazionalismo in quasi tutte le democrazie occidentali.

Viaggio al termine dell’Occidente propone una lettura secondo cui il nazionalismo si radica nel tessuto sociale di uno Stato in tre possibili modi. Il primo è un capitalismo che non crea convergenza ma divergenza, tra i Paesi e all’interno di essi. Il secondo è un aumento di offerta politica autoritaria accompagnata dalla comparsa di leader populisti che, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, riescono a irrompere nel panorama politico più facilmente. Infine, il terzo modo è rappresentato dai meccanismi soggettivi di elaborazione, che conducono a preferenze autoritarie per evitare il proprio personale declino. La principale novità della tesi espressa dall’autore è quella di attribuire al pensiero del singolo individuo la capacità di modificare interi assetti politici regionali o nazionali. Questo fattore è stato spesso trascurato dalla letteratura in materia, poiché si ritiene che la comparsa del nazionalismo sia dovuta principalmente ad errori nella costruzione delle sovrastrutture politiche che governano i cittadini, di conseguenza la comparsa nella società di determinate ideologie deriva da decisioni top-down, ossia dall’alto verso il basso e non viceversa.

Nel libro Bastasin dimostra come il mutare della società comporti nuove necessità – causa di eventi e scoperte globali imprevedibili – che alcuni leader riescono a cogliere e sfruttare meglio. Come scrive lo studioso Benedict Anderson: «il nazionalismo, al contrario di molti altri movimenti, non ha mai prodotto i propri grandi pensatori: nessun Hobbes, Tocqueville, Marx o Weber. I suoi contenuti sono costituiti da pochi ed elementari richiami in grado di combinarsi con qualsiasi altra ideologia, imprimendole accenti ‘nazionalistici’»[1]. Da qui la semplificazione e sottovalutazione del fenomeno. Al contrario, il volume di Carlo Bastasin cerca di andare a fondo nella questione e trovare i reali motivi per cui le popolazioni, in special modo di alcune regioni o città, assumano tratti nazionalistici. L’autore esemplifica la divergenza geografica, generazionale, tecnologica e culturale come la ragione principale che negli ultimi anni ha portato prima all’isolamento e poi alla deriva politica di alcuni luoghi del mondo. La divergenza che intende Bastasin non è la semplice disuguaglianza tra ricchi e poveri, ma il senso di marginalità che viene avvertito da coloro che sentono il proprio declino personale e professionale come inarrestabile, e al tempo stesso da chi vive un crescente benessere e sente la necessità di proteggerlo. L’arretramento percepito ai margini e nelle periferie della società cresce e sembra irreversibile, mentre chi si trova in posizione di forza avverte un maggiore senso di distacco dagli altri, considerati diversi, inferiori e in qualche modo colpevoli per la situazione in cui si trovano.

In questo contesto si inserisce l’inasprimento del linguaggio politico che rafforza gli estremismi e li legittima nel quadro istituzionale dei diversi Paesi, poiché particolarmente in grado di utilizzare la paura individuale a proprio favore e incanalarla in un discorso di riscatto collettivo nazionalista. È qui che stanno trovando terreno fertile i populisti dell’Occidente. Sembra che venga sempre meno la tolleranza verso le opinioni degli altri, e tornano in questo senso d’attualità le parole di Luigi Einaudi in merito ad uno dei principi cardine del buon funzionamento della democrazia: «la maggioranza, la quale avrebbe il potere di legiferare e decidere, ‘tollera’ che la minoranza le vieti di agire a sua posta» [2]. Anche i regimi democratici che sembravano più inattaccabili sotto questo punto di vista sono vittima di tale fenomeno: è il caso della Gran Bretagna, che ha prima votato per l’uscita del Paese dall’Unione Europea e poi eletto come suo Primo Ministro Boris Johnson che, insieme al leader dello Ukip Nigel Farage, è stato uno dei principali promotori della Brexit. In Francia vi è la possibilità della salita al potere di Marine Le Pen, guida di Rassemblement National, partito nazionalista di estrema destra che professa la propria opposizione alla globalizzazione sia sul piano economico che negli aspetti sociali e culturali. Anche in Germania, locomotiva dell’economia europea, si sta osservando un preoccupante aumento dei consensi per il partito neonazista Alternativa per la Germania, che ha visto un’impennata a seguito del contenzioso con l’Ungheria di Orbán sul tema dei profughi siriani nel 2015.

Bastasin sottolinea come la crisi globale e i suoi effetti di impoverimento stiano giocando un ruolo decisivo in Europa, anche se la divergenza regionale cresceva da almeno un decennio. La crisi dell’euro però, ha esacerbato le tensioni preesistenti e il declino di alcuni luoghi, professioni e comunità. Viaggio al termine dell’Occidente ha il merito di segnalare e mettere in guardia i lettori che tale fenomeno può essere aggravato dalle crisi future, una delle quali sarà la pandemia globale da Covid-19, che porteranno ad una sempre maggior divergenza tra i Paesi e gli individui. Secondo l’autore, uno dei fattori in grado di allargare la forbice può essere l’automazione del lavoro che colpirà in modo fatale i lavoratori meno qualificati e facilmente sostituibili dalle macchine, mentre coloro che svolgono una professione non automatizzabile trarranno un beneficio in termini sia economici che di gratificazione personale. Ciò farà sì che i grandi agglomerati cittadini guadagneranno sempre più vantaggio rispetto ai luoghi meno economicamente sviluppati come il Meridione d’Europa o le zone rurali statunitensi.

La divergenza non è un destino immutabile – sostiene Carlo Bastasin –, ma si tratta di una delle maggiori sfide della politica che, per poter essere affrontata deve essere innanzitutto riconosciuta come tale. È poi necessario perseguire la sua risoluzione con costanza ed orizzonti temporali molto lunghi, attraverso investimenti importanti e sacrifici non distribuiti equamente sulla popolazione che però, nell’arco di un lungo periodo, porteranno ad un effettivo miglioramento della vita degli individui. Anche l’immigrazione, dopo la sua integrazione e occupazione, può diventare il volano per un maggiore sviluppo economico e una maggiore mobilità sociale.

L’insegnamento con cui si conclude il libro – fondamentale anche per la ripresa economica a seguito della crisi dovuta dalla pandemia da Covid-19 – è la necessità di un cambiamento degli orizzonti politici, che non devono guardare esclusivamente alla prossima elezione, ma alle prossime generazioni, cercando di azzerare le disparità tra i luoghi per garantire un maggiore benessere alla vita di tutti. Viaggio al termine dell’Occidente è un invito al ritorno della buona politica in grado di invertire la rotta nazionalista e di rinvigorire la cooperazione tra i popoli per salvaguardare il bene comune.


[1] B. Anderson, Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma 1996, p. 24.

[2] L. Einaudi, Il buongoverno, Editori Laterza, Roma-Bari 2004, p.88.

Scritto da
Andrea Cantelmo

Nato a Lanciano (CH) nel 1993, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Roma Tre. Lavora per un’agenzia di stampa ed è autore del libro “La politica estera di Tito dopo la rottura con l’URSS” pubblicato da Solfanelli Editore a luglio 2020.

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