Scritto da Daniele Molteni
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La figura di Alessandro Volta richiama un metodo scientifico rigoroso, una rete internazionale di relazioni e la capacità di collegare teoria, sperimentazione e applicazioni concrete. In un momento storico in cui l’innovazione tecnologica e l’energia sono al centro del dibattito pubblico, interrogarsi sull’eredità e sulla contemporaneità di Volta significa provare a comprendere l’origine delle traiettorie culturali e scientifiche del nostro tempo.
Da questa riflessione nasce il videopodcast “Volta: l’energia della scienza” – realizzato da Pandora Rivista insieme alla Fondazione Alessandro Volta – per ricordare questo importante scienziato, scomparso il 5 marzo 1827. Un percorso in quattro tappe che attraversa la sua eredità scientifica, le trasformazioni dell’energia, le connessioni con l’elettrochimica e il legame tra elettricità e cambiamento climatico. Di questo progetto e del legame tra scienza, cultura e spazio pubblico abbiamo parlato con Paola Dubini, Professoressa di Management all’Università Bocconi di Milano e Presidente della Fondazione Alessandro Volta di Como.
Alessandro Volta è una figura fondativa della modernità scientifica e le sue ricerche sull’elettricità si collocano in un periodo in cui la scienza inizia a incidere in modo strutturale sull’economia e sulla vita quotidiana. Se proviamo a guardare alla sua figura oggi, che cosa rappresenta Volta nel nostro modo di pensare il rapporto tra conoscenza, innovazione e trasformazione della società? In un presente segnato dalla transizione energetica e dalla crisi climatica, che cosa significa tornare a interrogare quel passaggio storico?
Paola Dubini: Una delle cose che mi hanno colpito di più, avvicinandomi alla figura di Alessandro Volta per motivi istituzionali, è stata la sua straordinaria contemporaneità. Se guardiamo alle grandi questioni di oggi – il cambiamento climatico, l’efficienza energetica, la sostenibilità, la ricerca di nuovi materiali, lo studio del funzionamento del cervello e della fisiologia umana – ci accorgiamo che molti degli ambiti centrali del dibattito attuale, dalla mobilità sostenibile alle batterie di nuova generazione, fino al ciclo di vita dei materiali e alle criticità che queste tecnologie comportano, rimandano in modo diretto o indiretto a una figura fondativa come la sua. Tutte queste tematiche ci riconducono a quel momento originario della modernità scientifica, di cui Volta è stato indubbiamente protagonista. E questo va tenuto in grande considerazione mentre ci avviciniamo alle celebrazioni dei duecento anni dalla sua scomparsa.
Un altro aspetto che mi ha colpito profondamente è la sua capacità di essere pienamente uomo del suo tempo, immerso nel presente e capace di comprenderlo e di viverlo. È un tratto che oggi risuona in modo particolare, perché mai come ora la scienza è parte integrante della società, del dibattito economico e politico. Infine, c’è la questione del suo modo di essere scienziato. Volta ha dato contributi enormi allo sviluppo delle teorie scientifiche, ma il suo approccio era, per molti versi, quello che oggi definiremmo citizen science. La scienza era per lui un’attività profondamente umana e condivisa, fondata innanzitutto sull’osservazione, ma orientata anche alla ricerca di soluzioni concrete. Un contributo decisivo di Volta risiede infatti nella produzione di strumenti e nell’idea stessa della misurazione di fenomeni immateriali come i gas o l’elettricità. Queste tre dimensioni – i temi delle sue innovazioni, il rapporto con la società del suo tempo e il suo approccio alla ricerca – mi sembrano altrettante direttrici di riflessione e di lavoro estremamente attuali.
Oltre a queste caratteristiche, sappiamo che Volta operava all’interno di una rete internazionale di scambi scientifici, incarnando una sensibilità e una proiezione europee. In un’epoca come la nostra, in cui le sfide superano i confini nazionali, quanto è importante recuperare questa dimensione della scienza come impresa collettiva e transnazionale?
Paola Dubini: Questo è un altro aspetto estremamente rilevante e, a mio avviso, si presta a una duplice riflessione. Il primo piano riguarda il Volta scienziato che dialoga “tra pari” in una comunità di pensiero che, per definizione, è internazionale. Allora come oggi, pur con evidenti differenze nei tempi e nei vincoli della comunicazione, esisteva una forte reattività rispetto alle scoperte, ai nuovi esperimenti, ai diversi modi di interpretare la realtà. Era una comunità scientifica attenta, connessa, capace di ingaggiarsi oltre i confini nazionali, in una dimensione internazionale che è intrinseca alla scienza stessa. Il secondo piano riguarda invece il rapporto con la politica. Ad esempio, Volta si recò a presentare la sua straordinaria invenzione, la pila, a Napoleone Bonaparte; si racconta che Napoleone ne fosse rimasto molto colpito, anche se forse senza coglierne fino in fondo le potenzialità applicative. Le relazioni tra scienziati e decisori politici – quelli che oggi chiameremmo decision maker – sono una questione sempre più centrale nella nostra contemporaneità.
I rapporti tra sapere scientifico e potere non nascono certo con Volta: basti pensare, per restare in Lombardia, al sodalizio tra Leonardo da Vinci e Ludovico il Moro e a quanto quella relazione abbia inciso sulle fortune della città di Milano. Nel caso di Volta, tuttavia, la dimensione transnazionale è particolarmente significativa. Oggi, nonostante i conflitti e le tensioni geopolitiche, l’interazione tra comunità scientifiche e tra queste ultime e il potere supera ampiamente i confini nazionali e possiamo parlare di vere e proprie comunità globali. Ma ai tempi di Volta spostarsi per andare a Parigi o a Londra rappresentava una proiezione internazionale di grande rilievo. Anche in questo senso, la sua esperienza ci aiuta a comprendere quanto la scienza sia, strutturalmente, un’impresa collettiva e transnazionale.
Lei si è occupata a lungo di cultura e del ruolo delle istituzioni culturali nella produzione di valore pubblico. In che modo una figura come quella di Volta può diventare oggi uno strumento per attivare la riflessione contemporanea, e non soltanto la memoria storica? Qual è la responsabilità della cultura nel tenere insieme rigore scientifico e presenza nello spazio pubblico, anche all’interno di un discorso di divulgazione del sapere?
Paola Dubini: In questo momento sono Presidente della Fondazione Alessandro Volta di Como. Quando si arriva a Como, il cartello di benvenuto riporta la dicitura “Città di Alessandro Volta”. Una fondazione intitolata a Volta ha dunque la responsabilità di rendere sostanziale questa affermazione, al di là del fatto biografico che Volta sia nato e morto a Como. Da questo punto di vista, la relazione tra scienza e cultura è molto forte. Como, ma anche Pavia e Milano, i tre luoghi voltiani per definizione, offrono l’opportunità di riflettere sulla sua eredità non soltanto sul piano scientifico, ma anche su quello culturale. Esistono numerosi luoghi voltiani e analizzare che cosa significhi celebrare Volta dal punto di vista culturale, sociale, artistico e politico apre piste interpretative altrettanto ricche quanto quelle strettamente scientifiche. Celebrare Volta consente quindi di ricomporre un legame tra cultura e scienza che talvolta teniamo artificiosamente separate, quando in realtà sono due facce della stessa medaglia. La sua figura permette di riflettere su questa intersezione e, al tempo stesso, di valorizzare luoghi, personaggi, monumenti e collezioni documentarie.
Le istituzioni culturali sono centrali nell’avvicinare le comunità scientifiche a pubblici più vasti e non è semplice trovare i modi e i toni appropriati per essere rigorosi, coinvolgenti e chiari senza cadere nella banalizzazione o nella inutile spettacolarizzazione. Fondazione Alessandro Volta è vicina sia alle comunità scientifiche, sia al territorio e le celebrazioni sono una importantissima occasione di riflessione interna su come interpretare al meglio la propria missione.
È proprio in questo quadro che nasce il videopodcast “Volta: l’energia della scienza” realizzato da Pandora Rivista insieme alla Fondazione Alessandro Volta, per ricordare lo scienziato alla vigilia dei duecento anni dalla sua scomparsa, che ricorreranno il 5 marzo 2027. Qual è stata l’idea che ha guidato questo percorso che mette in dialogo la storia della scienza con le questioni più urgenti del presente?
Paola Dubini: Su Volta sappiamo moltissimo, e proprio per questo tendiamo a dare molte cose per scontate. Partendo proprio da questa suggestione, ci siamo detti: vogliamo celebrare Alessandro Volta, siamo la Fondazione a lui dedicata e operiamo nella sua città, ma se oggi dovessimo raccontarlo, da dove partire? Ci siamo quindi interrogati su che cosa fosse davvero utile raccontare, in particolare ai giovani o alle persone non abituate a frequentare la scienza, e su come fosse opportuno farlo. La Fondazione Volta è fortemente legata all’attività accademica ed è conosciuta soprattutto nella comunità internazionale di fisici, chimici e scienziati, anche per l’organizzazione delle Summer School di dottorato progettate con una rete di università lombarde. Volendo utilizzare le celebrazioni come occasione per ampliare lo sforzo divulgativo, era naturale partire dal nostro DNA e coinvolgere studiosi di chiara fama, chiedendo loro di rivolgersi a pubblici diversi da quelli abituali. L’idea del podcast nasce da qui. Da un lato, scegliere uno strumento di comunicazione contemporaneo; dall’altro, mantenere coerenza con la nostra identità, chiedendo a esperti autorevoli di commentare aspetti cruciali dell’opera di Volta in modo “semplice”. La selezione dei temi rispondeva a una domanda precisa: perché oggi è importante una figura come Volta? Una cosa di cui mi sono resa conto, ad esempio, è che spesso si dà per scontato un nesso diretto tra le sue scoperte e invenzioni e l’intelligenza artificiale. Probabilmente è vero che senza di lui il percorso sarebbe stato diverso, ma tra la pila e l’intelligenza artificiale ci sono di mezzo due secoli e diverse ondate di innovazione. Per raccontare gradualmente questo passaggio siamo partiti dalle grandi scoperte e invenzioni, come la pila, l’isolamento del metano, il confronto con Luigi Galvani, per chiederci perché quelle intuizioni e quei dibattiti siano diventati così decisivi nel nostro presente. Da lì abbiamo iniziato a tracciare connessioni. L’invenzione della pila apre immediatamente la strada all’elettrochimica e, in tempi rapidi, all’elettromagnetismo. L’elettrochimica e l’elettromagnetismo conducono alla scoperta di nuovi materiali e, nel tempo, alla costruzione della tavola periodica come la conosciamo oggi, a uno straordinario gruppo di innovazioni nei settori più diversi. Seguire queste traiettorie significa comprendere che l’innovazione genera altra innovazione.
La scienza è un’attività umana, ma è anche un processo cumulativo, non sempre lineare, al cui centro c’è un atteggiamento preciso: la curiosità. In una delle puntate del podcast si dice che ciò che definisce uno scienziato è la capacità di porsi grandi domande. Inoltre, partire da Volta e seguire le piste dell’evoluzione scientifica e industriale, fino alle ricadute nei nostri modi di vivere e utilizzare la tecnologia, rende la scienza più vicina. Ne emergono alcuni aspetti per me fondamentali: la curiosità, il rigore nella ricerca, la consapevolezza delle responsabilità individuali e collettive nell’uso delle scoperte. Ad esempio, tornando all’intelligenza artificiale, portare nel dibattito pubblico la questione della responsabilità nell’impiego delle innovazioni è, credo, uno degli obiettivi più importanti da porsi.
All’interno del podcast la figura di Volta è raccontata anche attraverso la sua dimensione umana, rendendola più vicina al pubblico. La scienza, come abbiamo visto, è un processo collettivo, fatto di persone, di dibattiti, di tentativi ed errori, e inserito in un contesto sociale che può favorire o ostacolare l’emergere delle innovazioni. In un periodo in cui il metodo scientifico è stato talvolta frainteso o messo in discussione (pensiamo, ad esempio, alla fase della pandemia) questo progetto può contribuire a restituire anche un’immagine più consapevole della scienza e del suo funzionamento?
Paola Dubini: Io sono un’economista e tendo a guardare questo tipo di questioni attraverso le categorie dell’economia, prestando molta attenzione ai ruoli, alle relazioni tra attori diversi e ai modi in cui l’interazione tra questi attori genera valore, economico e non economico. Il tema della fiducia nella scienza è enorme e attualissimo, e porta con sé molte implicazioni. C’è innanzitutto la responsabilità degli scienziati di raccontare in modo chiaro che cosa la scienza sa, che cosa non sa ancora e quali sono i limiti delle conoscenze disponibili. L’atteggiamento tipico dello scienziato è affermare che le cose stanno così, almeno per ora. Ed è proprio quel “per ora”, cioè l’esercizio del dubbio, a definire il metodo scientifico. Dall’altra parte, però, esiste una domanda di rassicurazione da parte dell’opinione pubblica, che chiede orientamento e guida. Durante la pandemia questa tensione è stata particolarmente evidente. Abbiamo visto scienziati efficaci nella comunicazione e capaci di mantenere rigore e prudenza, spiegando che alcune evidenze erano ancora in fase di verifica, ma offrendo comunque indicazioni operative. Abbiamo visto politici capaci di interagire correttamente con la comunità scientifica, ma anche dinamiche mediatiche più problematiche. E forse è stata proprio questa eterogeneità di comportamenti a generare confusione.
La fiducia nella scienza è quindi una responsabilità condivisa. È responsabilità degli scienziati comunicare con autorevolezza e trasparenza, ma è anche responsabilità delle istituzioni e di ciascuno di noi esercitare il nostro spirito critico e una certa capacità di discernimento. È un’interazione complessa, talvolta difficile, ma necessaria.
Abbiamo parlato del podcast come strumento di riflessione sul presente a partire dalla figura di Volta. Guardando al percorso complessivo delle celebrazioni, come si inserisce questo progetto in una strategia più ampia di valorizzazione dell’eredità voltiana? E quali sono le principali iniziative con cui intendete accompagnare, nei prossimi anni, questa ricorrenza?
Paola Dubini: Per noi le celebrazioni voltiane rappresentano un’occasione preziosa, che non vorremmo sprecare. Questo videopodcast è nato pensando al 2027, quando ricorreranno i duecento anni dalla morte di Volta, ma con l’idea che possa restare come strumento utile anche oltre quella data. Del resto, il volt come unità di misura lo utilizziamo da ben prima di queste celebrazioni e continueremo a utilizzarlo anche dopo. L’obiettivo è che questo sforzo di divulgazione possa alimentare nel tempo una riflessione collettiva sulla figura di Volta e sulla sua eredità. Le celebrazioni avranno un fulcro naturale a Como, ma coinvolgeranno anche Pavia e Milano. Inoltre, come Fondazione stiamo lavorando su due direttrici principali. Da un lato, la costruzione di una rete di alleanze sul territorio, per coinvolgere il maggior numero possibile di attori interessati alle celebrazioni. Dall’altro, il 5 marzo 2026 presenteremo ufficialmente il programma delle celebrazioni e lanceremo il sito alessandrovolta.it, che diventerà il punto di riferimento informativo per luoghi, attività, iniziative e pubblici coinvolti. Abbiamo inoltre avviato una collaborazione con l’Università degli Studi di Pavia e con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci per sviluppare numerose attività di divulgazione nei luoghi voltiani. Parallelamente, stiamo attivando relazioni con università, gruppi di ricerca e società scientifiche a livello nazionale e internazionale. Abbiamo già partecipato a convegni promossi da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e lo faremo con la Divisione di Elettrochimica della Società Chimica Italiana, e continueremo a inserirci in contesti di confronto più ampi. Inoltre, esiste anche un Comitato nazionale per le celebrazioni, con cui siamo in dialogo costante.
Ci auguriamo che questa ricorrenza possa contribuire ad affrontare una questione delicata nel nostro Paese, cioè la non sempre adeguata attenzione pubblica verso la scienza. E attraverso una figura così centrale e attuale, vorremmo offrire un contributo per rafforzare l’interesse e la consapevolezza collettiva. Anche un’economista, come sono io, può appassionarsi profondamente a una figura come quella di Alessandro Volta. Siamo abituati a percorsi molto verticali, specialistici; ma è altrettanto necessario costruire dei ponti attraverso le discipline. Forse è questo il senso più profondo del lavoro che stiamo portando avanti. L’auspicio è che possa diventare un’occasione di confronto condiviso.