Voto operaio e ceti moderati in Austria e in Europa

Voto operaio e ceti moderati

Dopo l’elezione presidenziale austriaca si ripete ovunque, in sostanza, che “la classe operaia diserta la socialdemocrazia”, per cui “il socialismo europeo è finito”, e “non esiste più la classe generale di riferimento della sinistra”. Questi ceti sono irrecuperabili, pare si voglia implicitamente concludere, e dunque irrappresentabili. Ciò indicherebbe alla sinistra europea, logicamente, solo di spendere la propria residua forza nella difesa “centrista” e di sicuro post-socialdemocratica dell’esistente.

Vanno invece chiariti alcuni dati di solito ignorati: in Austria il candidato presidenziale liberal-conservatore è uscito al primo turno umiliato quanto quello socialista. Inoltre, il suo partito secondo i sondaggi è al 18% (-6% rispetto alle elezioni del 2013) mentre i socialisti sono al 26% (-0,6). Cioè esso perde i propri ceti ed elettori verso la nuova destra populista (che salirebbe al 34%, +14) più della socialdemocrazia. Accade pressoché ovunque qualcosa di analogo. In Germania la Spd perde il 5% dalle ultime elezioni, e anche se qui la Cdu-Csu di Merkel rimane nettamente più grande, essa perde rispetto alle ultime elezioni oltre l’8% (la nuova destra radicale passa intanto dal 4,7 al 12). Danimarca: la socialdemocrazia è certo a livelli bassi rispetto alla propria tradizione, 25,3%, ma nei sondaggi perderebbe rispetto alle ultime elezioni solo pochi decimali, mentre i liberal conservatori nel complesso tra il 2 e il 3%, con la destra radicale che oscilla poco sotto il 20%. Paesi Bassi, altro paese di crescente destra radicale: questa passerebbe secondo i sondaggi da 15 a 37 seggi su 150, e la socialdemocrazia del PvdA da 38 a 8, una debacle, benché in buona parte verso la sua sinistra (socialisti di sinistra e rosso-Verdi del Groenelinks). Ma qui, come del resto in Austria e in Germania, la socialdemocrazia è in una grande coalizione con i liberal-conservatori che perdono anche loro ben 20 seggi. Tutti questi dati mostrano che non sono i ceti operai socialdemocratici in particolare a cambiare partito, ma anche le classi medie un tempo moderate. E che se qualcosa fa male ai socialdemocratici (e non solo) sono le grandi coalizioni al centro. Austria, Olanda e Danimarca indicano anche altro: qui i centro-destra classici hanno sperimentato in precedenza anche l’opzione di governare con l’appoggio della nuova destra radicale. Da allora hanno subìto cali notevoli, come ognuno può constatare: anche per loro è nociva la presenza della nuova destra radicale, in qualunque combinazione coalizionale. Non giova cioè nemmeno la strategia di “soffocarla” in alleanze di governo. Ciò deve far riflettere, visto che anche i liberalconservatori tedeschi e svedesi, secondo molti osservatori, stanno valutando questa possibilità per quando le coalizioni presenti saranno esaurite: il loro futuro (e della democrazia europea come l’abbiamo conosciuta finora) è quindi sommamente incerto. I sondaggi registrano peraltro anche un calo del governo norvegese, per l’appunto formato da conservatori classici e nuova destra: quella coalizione arretra, ma solo a spese dei conservatori classici, mentre la destra radicale rimane stabile. I socialdemocratici invece surclassano tutti di oltre il 10% con la loro buona crescita, che parrebbe consentire loro di tornare al governo dopo solo una legislatura. In fondo anche i paesi anglosassoni corroborano quanto diciamo: Trump conquista alla grande il voto conservatore USA, e Corbyn alle ultime elezioni locali britanniche resiste all’assalto della destra radicale Ukip sicuramente meglio di Cameron.

Non avviene quindi semplicemente una fine postmoderna della rappresentanza operaia, e della socialdemocrazia, ma altro. L’instabilità e l’inquietudine aveva spesso caratterizzato, fino al secondo dopoguerra, le classi medie quanto e più di quelle operaie, specie poi di quelle socialdemocratiche. Dopo il conflitto (ma nei paesi nordici e negli USA di Roosevelt non a caso già da prima) sono seguiti decenni in cui il sistema socio-economico per la prima volta nella storia permetteva alle classi medie di non precipitare come status e prospettive dinanzi a crisi economiche come quella cominciata nel 2008 e in gran parte ancora in atto. La gran massa delle classi medie, cioè, finalmente poteva non indebitarsi per far studiare i figli, o per curarsi, e anzi poteva cumulare un secondo reddito qualificato e sicuro grazie alla nuova occupazione femminile, spessissimo impiegata nel welfare in costruzione. Quanto oggi avviene pare dimostrare che, senza ricostruire un modello sociale con obbiettivi simili alla lunga parentesi del dopoguerra, ogni classe, operaia o media, è incline a comportamenti imprevedibili e incompatibili con una democrazia avanzata e stabile.

Se dunque, per il misto di politiche economiche (avverse a utilizzare salario e welfare fra i meccanismi di crescita) e paura dell’immigrazione si spostano a destra non solo i ceti operai socialdemocratici, ma anche quelli medio borghesi di solito moderati, particolarmente deboli appaiono le alleanze al centro, maggiormente se grandi coalizioni (di governo o solo elettorali) fra moderati e socialisti “contro i populisti”. Trenta anni fa il socialdemocratico tedesco Peter Glotz già ammoniva la Spd di non accettare la “società dei due terzi”, in cui l’economia garantiva benessere ad una maggioranza stabilizzante del sistema (politico e sociale) anche ignorando il terzo di popolazione escluso. Oggi è chiaro che la somma di esclusi ed inquieti è molto più vasta e interclassista di allora, e che essa è assai più determinata a manifestare la propria protesta. Perciò anche nei paesi meno svantaggiati dalle attuali politiche europee, sono particolarmente le grandi coalizioni o le strategie centriste ad arretrare fin sotto il 50%. In Germania (guida del supposto successo economico) sono appena sopra, con un calo impressionante del 20% in dieci anni. Avviene lo stesso sia in situazioni di parlamentarismo proporzionale sia in situazioni di maggioritario. In ambo i casi anni addietro si potevano ignorare i ceti esclusi o comprensibilmente arrabbiati. Negli USA lo si faceva lasciando crollare la partecipazione al 50%, e giovandosi del fatto che i sistemi maggioritari producono maggioranze e presidenti anche su una base ristrettissima di aventi diritto in condizioni sociali buone (come è noto chi non vota appartiene molto più spesso ai ceti disagiati). Nell’Europa proporzionale si ricorre a coalizioni variabili, ma tendenti al centrismo e sempre meno popolari, tra i soli partiti approvati dalla consuetudine democratica. Presto, però, nel centro-nord Europa nessuna coalizione senza populisti radicali sarà possibile, e negli USA Trump stravince nel GOP, mostrando di potere battere la signora Clinton, mentre invece (altra riprova che a sinistra necessita un riformismo più critico capace di rappresentare i ceti disagiati) Sanders secondo i dati vincerebbe contro il magnate repubblicano. Appare lecito domandarsi se questa nuova capacità reattiva dei bisogni trascurati dalla politica classica, e oggi attratti dall’impeto populista, non sia pari o forse maggiore nell’avanzatissima liquidità socio-politica italiana. E se non possa essere ancora più immediata la sua dirompenza con il doppio turno nazionale dell’Italicum. La scommessa del governo attuale è radunare nei due turni chi, magari demotivato, è tuttavia ancora mosso dal puro disgusto davanti a Salvini e Grillo, proponendo una variante nostrana dell’assunto per cui il paese si governa solo dal centro: in Italia addirittura da una sola forza legittimata a farlo. Il problema è, come e più di altrove, che questa convergenza funziona solo se tale centro attrae un numero congruo di propri ceti, operai e medi. Se ciò come da tendenza internazionale non avviene più, il maggioritario italico a doppio turno rende il tutto ancora più avventuroso: ne risulta infatti che esso aggrega molto efficacemente dalla parte opposta chi invece non è più riconducibile nelle famiglie politiche classiche senza prima una svolta di paradigma politico, sociale ed economico. Il numero di costoro, dicevamo, aumenta ovunque. Qualunque cosa si pensi dei vari sistemi elettorali ed istituzionali, sarà bene comprendere, dopo le molte e frequenti riforme degli ultimi 25 anni, che non possono ovviare a questioni ben più globali e complesse.


Riferimenti:

Che fine ha fatto il nostro ceto medio di Ilvo Diamanti:
http://www.repubblica.it/economia/2016/05/30/news/classi_sociali-140893218/?refresh_ce


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Professore di Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche presso l'Università La Sapienza di Roma. Scandinavista. Collabora col Center for Nordic Studies Di Helsinki. Tra le molte pubblicazioni si segnalano i due volumi Svezia (2005) e Danimarca (2015) per la Unicopli di Milano, sulla storia del Novecento di questi due paesi.

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