Zygmunt Bauman, l’idea della purezza e l’incontro con lo straniero
- 19 Dicembre 2017

Zygmunt Bauman, l’idea della purezza e l’incontro con lo straniero

Scritto da Matteo Del Conte

7 minuti di lettura

L’incontro-scontro con lo straniero è una costante della storia di tutte le società. Per questo, in un precedente articolo, si è cercato di fare luce sul particolare processo che mette in relazione il fenomeno migratorio e le preoccupazioni di sicurezza degli stati. Tuttavia, rimane da spiegare il motivo per cui il tema dello straniero assume una rilevanza fondamentale per le società odierne. Il fenomeno delle migrazioni e dell’incontro con lo straniero è un tema così sfaccettato che ha bisogno di una lettura multi-disciplinare.

La sociologia, attraverso la profondità di pensiero del recentemente scomparso Zygmunt Bauman, può fornirci degli strumenti alternativi per la comprensione del fenomeno. In un’opera del lontano 2002, intitolata Il Disagio della postmodernità, Bauman ci offre un’ermeneutica[1] del fenomeno migratorio attraverso il feticcio della purezza, facendo luce sui motivi per cui il tema delle migrazioni rimane così rilevante per le opinioni pubbliche contemporanee.

Nel primo capitolo del suo libro, Bauman, riferendosi alle grandi ideologie politiche del Novecento, afferma che nel corso della storia sono poche le grandi idee ardentemente professate che siano riuscite a mantenersi innocenti nel momento della loro realizzazione. Una di queste idee è quella del diritto all’idea della pulizia. L’idea della pulizia, egli afferma, è la visione di uno stato di cose ordinato che va costruito e protetto da ogni genere di pericoli: reali, prevedibili o impossibili da prevedere. La pulizia corrisponde ad una visione dell’ordine, in cui ogni elemento deve stare nel posto che gli appartiene. Tuttavia, esistono cose che non trovano alcuna collocazione ordinata in nessun contesto, e non rientrano nella visione di un mondo ordinato. Bauman dice che:

«A questa categoria di oggetti che niente può salvare né rendere “puliti” appartengono in genere gli esseri mobili per natura, capaci di spostarsi da un posto all’altro e quindi di farsi avanti senza essere stati invitati né tantomeno attesi. Il guaio di questi esseri è che se la ridono dei confini e vanno dove vogliono senza bisogno di inviti o di visti d’ingresso. Si spostano a seconda del proprio capriccio, impongono la loro presenza senza alcun riguardo per le intenzioni degli architetti e dei guardiani dell’ordine».[2]

In questo contesto, lo straniero viene visto come “sporcizia” della società di nativi e come elemento caotico per le prerogative sovrane dello Stato nazionale. In altre parole, lo straniero rappresenterebbe un elemento di instabilità dell’ordine[3]. L’ordine significa regolarità, operare in un ambiente in cui possiamo prevedere le condizioni nelle quali dobbiamo agire e risolvere le nostre questioni vitali. La regolarità serve ad illustrarci che nel nostro vivere certi eventi accadono con una data probabilità. Lo spazio ordinato è un ambiente in cui ci riconosciamo, ci raccapezziamo e comprendiamo. L’arrivo dello straniero fa vacillare la scala sulla quale poggia la sicurezza della vita quotidiana.

 

Bauman e l’idea della purezza

Ogni modello di purezza genera la propria variante di impurità e ogni ordine crea le proprie categorie di gente inadatta all’ordine e in conflitto con esso. Lo straniero non ha posto nell’ordine sociale in quanto ci ricorda che gli sforzi ordinatori non sono mai sufficienti in un mondo mobile, fluido e mutevole. In un mondo liquido governato dall’incertezza, la sola presenza dello straniero che ci rimanda all’idea della povertà, rompe l’armonia della vita. Bauman vuole comunicarci che lo straniero è visto come il messaggero di una cattiva notizia, ricordandoci in maniera irritante quanto vulnerabili siano la nostra posizione nella società e la cronica fragilità del nostro benessere[4]. Bauman afferma che:

«Quando l’unità di misura della purezza diventa la capacità di partecipare al gioco consumistico, quelli che non prendono parte al gioco sono un problema; sono l’impurità di cui occorre sbarazzarsi. Dal punto di vista del gioco al quale la maggioranza partecipa con entusiasmo, essi sono consumisti difettosi, incompleti e impuri. Non reagiscono agli stimoli del mercato nello stesso modo dei consumisti autentici e veraci: quel modo, infatti, presuppone il possesso di mezzi che essi non hanno. Quindi non hanno raggiunto la libertà in un mondo dove la libertà si misura dal ventaglio delle scelte consumistiche. Per essi non c’è posto nel gioco consumistico. Non aggiungono niente al repertorio delle merci, né aiutano a smaltire l’eccesso di merce nei depositi; da qualunque parte li si guardi, sono inutili, fuori posto. Da eliminare».[5]

Parafrasando quest’idea, lo straniero viene visto sotto una lente economicistica. Vale solo se consuma, se produce e se fa bene all’economia nazionale, indipendentemente dalle condizioni da cui scappa. Questo discorso viene inserito da Bauman, in un contesto caratterizzato da patologie a livello micro e livello meso. Alla prima sfera appartiene il problema dell’identità. In altri termini, secondo l’autore, oggi mancano le risorse per la costruzione di identità solide e durature, e non si trova un terreno per ancorare l’identità acquisita. La mancanza di identità porta l’uomo contemporaneo a percepire un perenne senso di minaccia e di inadeguatezza di fronte alle sfide del presente. Quanto meno le persone hanno la sensazione di controllare il proprio destino, tanto più lo straniero viene percepito come un pericolo perché difficile da definire e da porre dentro un ordine sociale.

La vischiosità[6] degli stranieri diventa il riflesso della nostra impotenza, la quale a sua volta diventa forza degli intrusi. Ciò accade soprattutto negli spazi urbani delle periferie delle città, caratterizzate sempre più da lotte tra poveri: tra classi subalterne di nativi e di stranieri. Bauman sostiene che dato che non possiamo fare alcunché per arrestare le forze inafferrabili e remote della globalizzazione, possiamo scaricare sui loro prodotti (i migranti tra questi), che sono a portata di mano, davanti ai nostri occhi, la collera che ci hanno causato e ci causano. Ciò non va a toccare le radici del problema ma allevia l’umiliazione per la nostra impotenza, per la nostra incapacità di opporci alla precarietà del nostro posto nel mondo.

A livello meso, Bauman sostiene che lo Stato nazionale si trova in una condizione di ritirata. Tanto più nell’affrontare il problema dell’inserimento degli stranieri nelle società d’arrivo. Ciò è dovuto principalmente ad un contesto caratterizzato dalla crisi economica e in particolare della sostenibilità dello stato assistenziale. In seguito, affianco al lato materialista della questione, Bauman approda nella sfera dell’etica e del rapporto tra quest’ultima e lo Stato. Egli afferma che l’etica pre-esiste lo Stato e quest’ultimo non ha come obbligo l’esercizio morale delle sue funzioni. Tuttavia, anche se l’etica non deriva dallo Stato, essa è comunque il tribunale supremo da cui deriva la legittimità della sua funzione ordinatrice. In altre parole, per mantenere la sua legittimità lo Stato deve essere uno strumento d’etica. Il problema però è che mentre il sentimento d’ingiustizia è un fatto tangibile, la giustizia rimane una visione di riparazione dello stato di ingiustizia presente, a cui si può aspirare asintoticamente. Ciò porta ad una polarizzazione tra ricchi e poveri, in cui i poveri vengono visti come inutili per la società consumistica dal punto di vista economico. Non potendo eliminarli fisicamente si brutalizza e criminalizza la povertà, rendendoli inoffensivi in modo tale da non poter produrre una resistenza collettiva.

Bauman afferma che l’etica della “maggioranza soddisfatta”[7] verso le classi escluse non è un problema filosofico, o meglio lo è, ma necessita di risposte squisitamente politiche. Il miglior sistema politico possibile in cui l’etica può trovare la sua massima espressione è la democrazia (libertà d’informazione, d’espressione e di opposizione) ma Bauman ci dice che la tolleranza non si tramuta necessariamente in solidarietà, anzi spesso la tolleranza si traduce in insensibilità e indifferenza verso la subalternità, il dolore e la sofferenza. Nel caso specifico dello straniero (povero), si applica una dissonanza cognitiva che si esplica nel conflitto tra la natura incondizionata della responsabilità morale e la sua negazione nei confronti di determinate categorie di esseri umani. Bauman afferma che:

«Nel nostro caso, lo stratagemma si traduce nell’attribuire a chi è escluso dalla nostra responsabilità morale (altrimenti incondizionata) connotati tali da macchiarne e screditarne l’immagine, ovvero nel ridefinire e ri-presentare queste categorie di esseri umani come indegne di considerazione e rispetto, giustificando così la nostra indifferenza e noncuranza nei loro confronti come meritato castigo per i vizi o le perfide intenzioni di coloro che disprezziamo o ignoriamo, trattiamo duramente o trascuriamo ostinatamente. Il concetto di dissonanza cognitiva con tutto ciò che prevedibilmente ne consegue aiuta a spiegare le altrimenti incomprensibili divagazioni europee sul tema dei rifugiati che chiedono asilo, di volta in volta accusati di diffondere malattie letali, di essere al servizio di Al-Qaida o dello “Stato Islamico”, di voler approfittare del sistema di welfare europeo (per quel che ne rimane) o di tramare per convertire l’Europa all’Islam e imporre il dominio della shari’a».[8]

Conclusione

Questo processo di disumanizzazione dello straniero (e del povero) apre le porte alla sua esclusione dal novero dei legittimi titolari di diritti umani, e alle conseguenze del trasferimento del tema delle migrazioni dall’ambito dell’etica a quello delle minacce alla sicurezza, della prevenzione e repressione della delinquenza, della criminalità, della difesa dell’ordine e, più in generale, a uno stato d’emergenza di solito associato al pericolo di aggressioni militari.

Tuttavia, se l’avvertimento di Bauman è che un pieno sviluppo economico possa realizzarsi solo attraverso il perseguimento della giustizia sociale e che essa si realizza solo se gli elementi della comunità politica si assumono la responsabilità di considerare le sofferenze altrui come un problema per tutti, esso non può che rimanere una chimera.

Stando alla lettura di Bauman, il prisma dei problemi del nostro tempo si riduce fondamentalmente all’identità dell’uomo contemporaneo calato in un mondo che è sempre meno prevedibile. Forse l’uomo postmoderno è come quello straniero di cui parlava Camus, nel suo omonimo capolavoro: è straniero a sé stesso, all’umanità e all’universo. L’uomo contemporaneo è impossibilitato a sentire fino in fondo la responsabilità dei propri gesti, vive pienamente la vita ma allo stesso tempo la subisce e non è protagonista dei suoi avvenimenti. È senza mappa e senza coordinate, non è immorale ma è smarrito.

Bauman afferma che la risposta dei governi al senso d’insicurezza diffuso è quello di dirottare l’ansia dai problemi che non riescono e non vogliono risolvere ad altri problemi. È più facile proclamare lo stato d’emergenza, schierare forze di sicurezza e chiudere le frontiere piuttosto che creare posti di lavoro di qualità, affidabilità e stabilità delle posizioni sociali e un efficace protezione contro l’umiliazione sociale e la negazione della dignità.

Il senso di insicurezza della popolazione è una leva su cui esercitare potere politico, e diventa così una tecnica di governo molto redditizia. L’idea della sovrapposizione tra migranti e terroristi[9], anche se sfida la logica, per governi che cercano di recuperare la propria raison d’être rappresenta la scialuppa di salvataggio durante il naufragio della crisi della legittimità della politica. Una politica artigiana di pseudo-idee, che cerca rifugio negli istinti più bassi dell’inconscio umano: odio, paura e irrazionalità. Mala tempora currunt.


[1] Come premessa rimane obbligatorio dire che esistono tante letture di un fenomeno complesso come quello migratorio. Quella trattata nell’articolo è solo una delle tante possibili.

[2] Bauman Z., Il Disagio della Postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2002, p.5.

[3] Idee riprese da Bauman anche nell’opera Stranieri alle Porte, Laterza, Roma-Bari, 2016, p. 14.

[4] Ibidem, p. 15.

[5] Ibidem. pp.15-16.

[6] Termine di Sartre che Bauman riprende dall’opera L’essere e il nulla, del 1943. La vischiosità è una proprietà degli enti eccessivi ed invadenti.

[7] Ci si riferisce a quella fascia della popolazione che potrebbe identificarsi con la borghesia, che riesce ad essere sedotta dal gioco consumistico e a parteciparne.

[8] Bauman Z., Stranieri alle Porte, Bari, Laterza, 2016, pp. 70-71.

[9] Viktor Orbán, attuale Primo Ministro dell’Ungheria ha detto che fondamentalmente “tutti i terroristi sono migranti”, fonte: https://www.politico.eu/article/viktor-orban-interview-terrorists-migrants-eu-russia-putin-borders-schengen/ e su come questa retorica abbia preso piede: https://www.politico.eu/article/viktor-orban-migration-eu-has-won-the-argument/

Scritto da
Matteo Del Conte

Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani.

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