La crisi della SPD e le ombre dell’economia tedesca

SPD

Quando si parla della SPD non si può non parlare del periodo di affanno che sta vivendo. Il partito è infatti in crisi di risultati e se i suoi deputati figurano fra i ministri dell’attuale governo Merkel è solo perché negli ultimi anni è stata necessaria la formazione di una “grande coalizione” per garantire la governabilità (una strada che negli ultimi 12 anni è stata percorsa per 8 anni, una scelta che dalla seconda guerra mondiale aveva un solo precedente dal 1966 al 1969). I socialdemocratici appaiono sempre più subalterni rispetto al partito di maggioranza, la CDU-CSU di Angela Merkel e viene da chiedersi come mai un partito con più di 150 anni di storia e che più di tutti ha saputo incarnare gli ideali socialisti e democratici si ritrovi in questa posizione. Una posizione che è peggiorata dalle attuali difficoltà che la CDU-CSU stessa sta vivendo, cominciando ad essere messa sotto pressione da un AfD che è riuscita a superare il partito di Merkel nel suo stesso collegio elettorale (la SPD ha vinto le elezioni nella Pomerania, ma è importante capire che senza il tracollo della CDU a favore dell’AfD la situazione sarebbe stata molto diversa). Anche le elezioni a Berlino, che Pandora ha trattato in un precedente articolo, hanno mostrato i due Volksparteien in grande difficoltà, eppure la SPD appare in crisi da ormai un decennio, di conseguenza quando si parla della SPD non ci si può limitare ad un approccio analitico che inserisce questa situazione in un più generale contesto di critica nei confronti dei partiti di governo. Per poter capire come mai la SPD affronti una crisi che è allo stesso tempo interna ed esterna al partito bisogna necessariamente parlare di quello che è un vero e proprio “elefante nella stanza” per la socialdemocrazia: l’Agenda 2010 e le riforme Hartz.

Agenda 2010, riforme Hartz e dualizzazione: la SPD e le ombre del sistema produttivo

Negli anni ’90 la Germania era in una situazione di difficoltà strutturale, indebolita da una crisi occupazionale molto forte, a cui si aggiungevano i costi dell’unificazione. Di fronte a tutto ciò, la risposta dell’allora cancelliere Schröeder fu quella di implementare un’agenda, l’Agenda 2010 per l’appunto, che prevedeva una serie di riforme (le riforme Hartz) che avrebbero modificato radicalmente il welfare e il mercato del lavoro. I principi ispiratori di questo pacchetto di riforme sono facilmente riconducibili al neo-liberismo, per quanto la riforma tedesca non sia paragonabile a quelle anglo-sassoni, e a parere di chi scrive non sarebbe un errore dire che rappresentino un buon esempio dell’incapacità della sinistra europea di formulare una risposta che potesse contrapporsi al neo-liberismo che aveva conquistato terreno con le rivoluzioni conservatrici degli anni ’80, come sostiene Salvatore Biasco (il cui ultimo libro è stato recensito da Pandora in precedenza). Tali riforme furono divise in quattro tranche, ognuna delle quali perseguiva obiettivi diversi:

  1. Hartz I: deregolamentazione dei contratti di lavoro, facilitando, ad esempio, il lavoro interinale
  2. Hartz II: facilitazione del minor employment, tramite la creazione dei mini-job
  3. Hartz III: riforma della Federal Employment Agency, conferendole una struttura più gerarchica
  4. Hartz IV: unificazione dell’assicurazione di disoccupazione e assistenza sociale in un unico schema per persone non disabili e i loro famigliari

Lo scopo di queste riforme era quello di aumentare l’occupazione, ridurre le responsabilità dello stato, rafforzando allo stesso tempo quelle dell’individuo. In particolare, la riforma Hartz IV ha avuto conseguenze importanti sulla struttura del welfare tedesco. In precedenza, i disoccupati percepivano per 32 mesi un sussidio di disoccupazione pari al 60% dell’ultimo salario, una volta superato questo periodo, se erano ancora disoccupati, passavano ad un sussidio means tested (per cui doveva essere dimostrato che il lavoratore non avesse mezzi per mantenersi al di fuori del sussidio) pari al 53% del reddito netto. Dopo le riforme Hartz, la durata del primo sussidio è stata ridotta a 12 mesi (18 per gli over 55), mentre il secondo sussidio viene conferito ad un livello fisso per tutti, pari a 345 euro al mese per chi vive nelle regioni occidentali della Germania e a 331 euro mensili per chi vive in quelle orientali (a cui possono aggiungersi pagamenti aggiuntivi in caso di gravidanza, disabilità, oppure se si è genitori single).

Unitamente alla riforma del welfare vi è quella del mercato del lavoro, tramite politiche di attivazione, mirate a stimolare il flusso in entrata, focalizzandosi più su un approccio “work first” che sulla qualità dell’impiego ottenuto. I mini-job e i midi-job ne rappresentano l’esempio migliore. I primi includono al loro interno tutti quei lavori la cui retribuzione massima non supera i 400 euro mensili, che per il lavoratore sono esentasse mentre il datore di lavoro versa il 25% del salario in tasse e contributi all’assicurazione sociale, i secondi invece includono i lavori che pagano un salario compreso fra i 400,1 euro agli 800 euro mensili, per cui i lavoratori possono arrivare a pagare dal 4% del salario in contributi all’assicurazione sociali, fino al 21% per chi guadagna 800 euro al mese. Questa situazione però va vista in un contesto di forti differenze fra il settore manifatturiero e quello dei servizi (quella che Kathleen Thelen chiama dualization). Nel manifatturiero infatti il 74% degli occupati gode di rapporti lavorativi standard (full time a tempo indeterminato), mentre nel terziario la situazione è capovolta: solo il 37% degli occupati è impiegato secondo queste modalità di impiego, la restante quota è impiegata con forme contrattuali atipiche. Ed è infatti nel terziario, soprattutto nelle aziende che impiegano lavoratori poco qualificati, che dilaga il numero dei mini-job e le donne sono tendenzialmente la categoria più colpita da queste forme di impiego. A tutto ciò si aggiunge il fatto che i più organizzati sindacati del manifatturiero non hanno preso parte alle lotte organizzate dalle proprie controparti dei servizi, poiché, per l’appunto, i membri dei sindacati del manifatturiero tendono a non competere per ottenere posti di lavoro tramite mini-job o midi-job.

Questo sistema può reggersi in piedi solo finché il lavoro nel terziario tramite mini o midi-job, lavoro part-time o interinale rimane una fase temporanea della vita di un individuo. Se infatti si restasse “bloccati” a lavorare solo tramite mini-job, il rischio è quello di maturare una pensione bassissima: un articolo del Corriere della Sera stima che in 45 anni si maturerebbe una pensione inferiore ai 200 euro al mese. Se quindi l’introduzione di questi lavori, unitamente alle riforme del welfare, ha aumentato l’occupazione (specialmente quella femminile) e ha ridotto la spesa dello stato, è anche vero che ha amplificato, anziché ridurre, il rischio di diventare un working poor per molte persone. Non a caso in Germania è aumentato vertiginosamente il numero di persone a rischio povertà, che secondo alcune stime si attestano a circa il 16% della popolazione, ma che altre stime ritengono essere addirittura il 24%. A questo si aggiungono diversi studi che mostrano come il reddito garantito dalla Hartz IV permetta ai suoi beneficiari di poter possedere beni di base [1], ma che oltre al possesso degli stessi non dia molte altre possibilità e, soprattutto, limiti la partecipazione alla vita sociale e culturale. Uno studio ha rilevato come delle famiglie che ricevono benefit dalla Hartz IV il 21% non possa permettersi un computer, il 22% non ha abbastanza camere nella propria casa, il 33% non possa acquistare vestiti nuovi, il 47% non possa acquistare un’automobile, il 46% non possa avere amici a cena una volta al mese, il 55% non possa andare al cinema, a teatro o a un concerto una volta al mese.

Ciò che i politici della SPD non avevano capito in quegli anni è che la disoccupazione non era più l’unico rischio sociale contro cui assicurare gli individui. Mantenendo un approccio simile è naturale che l’occupazione salga, ma non ci si cura della qualità del posto di lavoro ottenuto ed è sostanzialmente questo che avviene in Germania: se dopo un anno un individuo è ancora disoccupato (e quindi decade il primo sussidio), i centri dell’impiego spingono tale individuo ad accettare qualunque lavoro, pena la decadenza del secondo sussidio. In questo modo l’occupazione aumenta, ma gli individui, soprattutto le categorie più deboli, sono ancora più esposti ai nuovi rischi sociali come l’essere precari, working poor, o entrare in difficoltà nel riconciliare lavoro e famiglia. Emblematico è infatti il caso delle donne che, non solo in Germania, sono maggiormente esposte al rischio di trovare lavoro tramite forme contrattuali atipiche proprio in mancanza di strumenti per garantire la riconciliazione con la famiglia

Queste politiche vanno lette all’interno di uno scenario più grande, dove la deregolamentazione è servita per dare stabilità al manifatturiero usando il terziario come cuscinetto, come shock absorber per mantenere intatto il funzionamento delle dinamiche del manifatturiero. Tuttavia questo comporta dei rischi sociali, oltre che di tenuta dell’intera economia. In un mondo in cui la qualità del lavoro è così importante per la vita delle persone, diventa fondamentale affrontare il discorso delle competenze, in fondo non è un caso se sono i lavoratori non qualificati a trovare lavoro tramite mini-job. In Germania il circuito di formazione delle competenze più importante è rappresentato dal sistema duale, dove viene creata un’alternanza scuola-lavoro, per cui il lavoro in azienda è affiancato da una formazione teorica nelle scuole; è importante specificare subito che questi programmi duali non sono pubblici, ma vengono forniti dalle aziende. Nonostante siano previsti programmi di formazione anche per gli adulti, la Germania in questo campo mostra forti difficoltà, di conseguenza se non si riesce ad entrare in programmi di formazione quando si è giovani è molto difficile rientrarvici quando si è adulti. Kathleen Thelen su questo è molto chiara: le maggiori opportunità di entrare in programmi di formazione professionale per adulti le ha chi è già in possesso di un lavoro, la cui azienda decide di investire ulteriormente sulle sue competenze. La stratificazione sociale è quindi in aumento, poiché tali programmi di formazione sono in essere quasi unicamente nel manifatturiero: se tali programmi sono rimasti invariati, ma la forza lavoro è aumentata in seguito alla partecipazione femminile allora significa che, giocoforza, tali programmi sono diventati più esclusivi, ed essere esclusi da questi circuiti potrebbe dare una forte spinta ad essere “intrappolati” in mini-job e vivere di welfare, un welfare che è stato reso più residuale dopo le riforme del governo Schröeder.

Le prospettive della SPD

Questo ci porta infatti a tirare delle conclusioni sul perché la SPD stia vivendo una simile crisi. Per quanto questa sia solo l’opinione personale di chi scrive, la risposta appare molto chiara: implementando questa serie di riforme la SPD ha scagliato un attacco ad una grossa fetta del proprio elettorato. I lavoratori che più di tutti hanno subito gli effetti di queste riforme sono i più poveri e i meno qualificati, e una buona fetta di questi sono donne. In passato la SPD ha difeso i diritti di chi lavorava nell’industria, poiché fino a 40 anni fa erano gli operai a trovarsi nella posizione più bassa dei redditi da lavoro; oggi invece la situazione è diventata più complessa e la SPD non ha saputo farsi carico dei nuovi rischi sociali e non ha saputo riconoscere con efficacia quali fossero le categorie che dovevano essere maggiormente tutelate. Ha invece optato per una politica che ha sostanzialmente difeso il manifatturiero a spese del terziario, dove queste categorie sono confluite in massa. Questa non è naturalmente l’unica chiave di lettura con cui possa essere interpretata la ormai decennale crisi di risultati della SPD, unitamente all’ascesa di partiti di destra neo-liberista come AfD, che a queste “ombre” del sistema tedesco è molto legata, come affrontato in un precedente articolo di Pandora.

Non solo i risultati, ma anche le dinamiche interne alla SPD hanno risentito delle conseguenze dell’Agenda 2010. Per poterla mettere in pratica, infatti, Schröeder dovette sfidare la sinistra del partito e i sindacati e non è un caso se Oskar Lafontaine, ex presidente della SPD fuoriuscito nel 2005 e in seguito fondatore di DIE LINKE, ha recentemente affermato che fra le condizioni per poter stringere un’alleanza a livello nazionale con SPD e Verdi vi sia la ricostruzione dello stato sociale. Se la coalizione rosso-rosso-verde, che vanta già diverse esperienze a livello locale, potrà essere riprodotta a livello federale sarà fondamentale per la SPD rivedere la propria posizione sull’Agenda 2010. Solo rivedendo le proprie posizioni su quale deve essere il ruolo della socialdemocrazia nei confronti dei nuovi rischi sociali la SPD avrà la possibilità di rilanciarsi con rinnovata energia, a partire dai rapporti con i potenziali alleati.

Se ciò non avverrà il rischio sarà quello di doversi affidare nuovamente all’opzione della “grande coalizione” o ad una “coalizione semaforo” fra SPD, Liberali e Verdi (attualmente al governo della Renania-Palatinato), che potrebbe essere sostenuta esternamente da altre forze politiche come Linke e CDU. Due scenari resi più probabili da una situazione dove i numeri renderebbero difficile vedere una coalizione “rosso-verde” (SPD-Verdi) andare al governo, così come una “nero-gialla” con la CDU-CSU e i liberali della FDP.


[1] È pero doveroso specificare che esistono casi in cui anche il possesso di tali beni di base non è scontato: nello specifico, meno del 3% dei bambini di nuclei famigliari che ricevono benefits dalla Hartz IV vive senza ricevere un pasto caldo al giorno, senza un appartamento riscaldato, senza un bagno con water, senza un freezer o una lavatrice. È una quota molto bassa, ciononostante sembra giusto menzionare anche queste famiglie.


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E' laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". E' ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna.

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