Scritto da Simone Ros
6 minuti di lettura
Il processo politico che si è sviluppato nel giro di pochi mesi in Austria è un interessante caso di studio, oltre che un fenomeno in grado di scatenare effetti importanti sul piano europeo. Pur essendo meno di frequente sotto le luci della ribalta, la Repubblica alpina si inserisce infatti a pieno titolo tra quei Paesi le cui tornate elettorali determinano, con un peso certamente variabile, il contesto in continua evoluzione nel quale l’Unione Europea è alla ricerca di nuovo carburante per il processo di integrazione.
La socialdemocrazia (SPÖ) attualmente al governo, che aveva affidato il proprio rilancio ad un tecnico con una chiara impronta centrista, dovrà con molta probabilità escludere fin da subito l’ingresso nell’ennesima Grosse Koalition e valutare una strada alternativa per ritrovare un’identità, come sta accadendo alla SPD tedesca. La ÖVP, il partito popolare dato a lungo per spacciato, si è improvvisamente rivitalizzata grazie alla leadership carismatica del giovane Sebastian Kurz, presentandosi come un partito “nuovo” in grado di mischiare lo storico legame con la tradizione cristiano-sociale e un approccio pragmatico e non arrendevole sui temi dell’immigrazione. Uno stile più assertivo che indebolisce sia i rivali del Partito della Libertà (FPÖ), troppo a destra ed eurofobo, sia i NEOS, il movimento liberale che si è proposto in questi ultimi anni come l’autentico rappresentante di un nuovo centro moderno ed europeista. La FPÖ paga inoltre la secessione della parte più oltranzista (radunata da Barbara Rosenkranz in una lista autonoma), mentre i Verdi (tradizionalmente deboli) sono fermi intorno 5% per via della nascita del movimento personale dello storico esponente Peter Pilz, in aperta polemica con i vertici. È in questo scenario frammentato che il popolare Kurz si avvia verso un a vittoria sempre più scontata il prossimo 15 ottobre, dopo la quale dovrà per forza scegliere: avviare un governo di minoranza con i soli Popolari o accettare la sfida di una difficile alleanza di governo con l’estrema destra.
La fine della Grosse Koalition in Austria?
K. contro K., così qualche giornalista si è spinto a ribattezzare le elezioni austriache. Le iniziali di Christian Kern, il Cancelliere socialdemocratico uscente e di Sebastian Kurz, attuale Ministro degli Esteri e leader dei Popolari della ÖVP. A fare le spese di questo scontro tra alleati di governo potrebbe però essere una terza kappa: quella di Grosse Koalition, di cui abbiamo appena celebrato la fine in Germania dopo la sofferta conferma del quarto mandato di Angela Merkel e la sconfitta di Martin Schulz. In Austria la formula delle “larghe intese” è una modalità di governo frequente e generalmente accettata, sbocco naturale di un sistema politico che ha fatto della cosiddetta “Proporz” (la suddivisione consensuale di aree di influenza e incarichi) la propria stella polare.
Il governo uscente, inizialmente guidato dal socialdemocratico Werner Faymann dopo le elezioni del 2013 e passato poi nelle mani dell’ex AD delle Ferrovie di Stato Kern, è il deludente prodotto dell’ennesimo matrimonio forzato tra i due partiti di centrosinistra e centrodestra, assediati negli ultimi anni dalla concorrenza spietata dell’estrema destra della FPÖ. Si tratta del partito euroscettico della destra sociale post-Haider che ha espresso il candidato alle elezioni presidenziali Norbert Hofer, sconfitto nel sollievo generale dal Verde Alexander Van der Bellen al termine di una tornata elettorale apparentemente infinita, contrassegnata da inefficienze ed estenuanti ripetizioni delle consultazioni. L’umiliazione a cui sono stati sottoposti i due partiti di governo, i cui candidati sono stati esclusi al primo turno per la prima volta nella storia della Repubblica, ha però lasciato segni profondi, acutizzando il tasso di litigiosità della Coalizione e obbligando Kern ad accettare la convocazione di elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura (2018).
L’Austria che torna di nuovo alle urne ha visto la propria scena politica mutare rapidamente ad un ritmo inaspettato. Il precedente Cancelliere Faymann è stato a lungo considerato uno dei capi di governo di centrosinistra più longevi a livello europeo e aveva acquisito nel corso degli anni un controllo ferreo di quello che è stato il partito dello storico Cancelliere socialista Bruno Kreisky. La leadership di Faymann ha però subito un colpo decisivo durante i mesi difficili in cui l’Austria si è di colpo percepita vulnerabile ai flussi di migranti provenienti dalla rotta balcanica. La sua caduta, lo scorso maggio, è dovuta al repentino scollamento tra la base del partito e il Cancelliere, costretto dagli eventi ad annunciare misure drastiche come la chiusura del confine al Brennero e travolto dal successo dell’estrema destra al primo turno delle presidenziali. Fattosi da parte dopo più di sette anni di Cancellierato, Faymann ha ceduto il passo all’“homo novus” della socialdemocrazia austriaca, il manager Christian Kern.
Cinquant’anni, nato nel quartiere popolare di Simmering a Vienna, Kern ha militato nel partito socialista sin dai tempi dell’Università. Dopo una breve carriera di giornalista economico, l’ingresso nell’agone politico come portavoce di Peter Kostelka, prima sottosegretario e poi capogruppo del partito in Parlamento. In seguito la carriera manageriale: prima nel colosso energetico Verbund e poi al vertice delle Ferrovie. La sua ascesa alla Cancelleria è stata vista come un inedito assoluto nella storia della Repubblica austriaca, abituata ai rigidi schemi delle tradizionali gerarchie di partito. Prima di lui solo l’outsider (sempre socialista) Franz Vranitzky aveva compiuto una manovra simile, ma dopo aver ricoperto la carica di Ministro delle Finanze nel precedente gabinetto. Kern sembrava a tutti gli effetti la personalità più adatta per spingere fuori dalle secche un partito in rapidissimo invecchiamento (in termini di base elettorale e flessibilità programmatica), logorato dalla permanenza al governo e incalzato sui temi sociali, oltre che sulla gestione dell’immigrazione, dalla FPÖ di Heinz Christian Strache e Norbert Hofer, vero “partito degli operai” e delle fasce più deboli della società austriaca. L’innato pragmatismo e la capacità manageriale di problem-solver nulla hanno potuto contro l’inarrestabile sfaldarsi della Grosse Koalition da lui guidata, soprattutto dopo la spallata assestata dal nuovo leader dei Popolari, Sebastian Kurz.
La campagna elettorale
Anche la storia di Sebastian Kurz ha del singolare. Nato in un sobborgo della capitale, città tradizionalmente orientata a sinistra, Kurz è riuscito a distinguersi all’interno della timida sezione locale della ÖVP per il suo stile volutamente provocatorio, orientato a rilanciare il partito come interlocutore naturale dei giovani viennesi. Campagne elettorali con una vistosa jeep nera e lotte per il prolungamento degli orari notturni della metropolitana hanno permesso ad una stella della politica locale di raggiungere in breve tempo rilevanti incarichi di governo a livello nazionale: Sottosegretario all’Integrazione a soli 24 anni, Ministro degli Esteri a 27. Una carriera straordinaria, che non ha però spinto Kurz a mosse avventate o a goffi tentativi di Opa su un partito in palese crisi d’identità. Caduti gradualmente nell’ombra tutti i suoi “padrini” politici, Kurz ha atteso pazientemente i primi segnali di autentico disfacimento della Coalizione per lanciare la conquista alla leadership del partito ed imporre la sua candidatura a Cancelliere alle successive elezioni anticipate. Una vittoria frutto di una strategia attentamente definita (peraltro riassunta per punti in alcuni documenti riservati pubblicati dalla rivista Falter), imperniata sulla necessità di portare subito dalla propria parte gli esponenti di partito a capo dei governi regionali e di far approvare un impegnativo elenco di condizioni. Elenco che spaziava da pesanti modiche accentratrici allo Statuto (per avere più potere interno nella definizione delle liste) al via libera formale al cambio del nome: “Lista Sebastian Kurz – Nuovo Partito Popolare”. Un rebranding radicale, che ha permesso ai cristiano-democratici di toccare il 33% nei sondaggi, confinando socialisti ed estrema destra al secondo e terzo posto.
La campagna elettorale non è stata particolarmente memorabile. A tenere maggiormente banco è stato lo scandalo deflagrato in seguito all’arresto per riciclaggio di un consulente elettorale della SPÖ, Tal Silberstein. Un esperto di sondaggi che sarebbe stato in realtà responsabile dell’apertura di pagine Facebook in cui l’avversario Kurz veniva ridicolizzato con fotomontaggi diffamatori. Il caso “Dirty Campaigning” ha inferto un colpo fatale alla credibilità del partito socialdemocratico e alla candidatura di Kern, costretto a difendersi dall’accusa di non aver vigilato a sufficienza su pratiche discutibili messe in atto all’interno del suo stesso team. Già ai tempi di Faymann, la SPÖ era stata duramente criticata per il dubbio rapporto tra alcuni suoi membri di punta e la “Boulevard Presse” (il quotidiano Kronen Zeitung e la galassia dei giornali gratuiti), che si traduceva in copiosi investimenti pubblicitari da parte di primarie aziende di Stato, su diretto suggerimento di esponenti di governo della stessa SPÖ. Lo scandalo “annunci”, rivelato dal quotidiano Kurier nel 2011, ha perseguitato per anni Faymann, che da Ministro dei Trasporti e aspirante Cancelliere aveva allora tratto indubbio vantaggio dal canale aperto con la seguitissima stampa popolare austriaca. La stessa sorte sembra ora perseguitare Kern, messo in imbarazzo dall’esistenza di una campagna elettorale parallela condotta sui social media con mezzi al limite del lecito. “Non ci serve importare queste tecniche dall’estero” ha ammonito Kurz durante un recente comizio in Stiria, alludendo chiaramente alle “fake news” diffuse durante le campagne elettorali in Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Non saranno tuttavia alcune bufale diffuse ad arte ad impedirgli la corsa apparentemente inarrestabile verso la Cancelleria.