Scritto da Carlotta Mingardi
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Paola Caridi è giornalista, storica e saggista. Ha vissuto e lavorato a Gerusalemme, collaborando con alcune delle principali testate italiane e da oltre vent’anni si occupa di storia politica contemporanea del mondo arabo. Tra le sue pubblicazioni, uscite per Feltrinelli, ricordiamo: Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi (2024), Hamas. Dalla resistenza al regime (nuova edizione 2023), Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (edizione aggiornata 2022), Arabi invisibili (2007).
Questa intervista approfondisce i temi al centro di Sudari. Elegia per Gaza, un’opera dalla forma inedita nel percorso dell’autrice, in cui l’indagine storica e politica si intreccia con la scrittura lirica per confrontarsi con l’irraccontabile del genocidio in corso a Gaza. A partire dal rapporto tra lingua e violenza, dal ruolo dei rituali e dell’empatia, e dalla responsabilità dell’Occidente, il dialogo interroga le trasformazioni morali e politiche che questa tragedia sta producendo nelle società europee e mediorientali.
Sudari per Gaza è un lavoro diverso rispetto ai suoi precedenti, come l’edizione aggiornata di Hamas, Gerusalemme senza Dio, o Il gelso di Gerusalemme. Da dove nasce la necessità di lavorare a un libro di questo tipo?
Paola Caridi: È una necessità duplice, che agisce su due livelli. Il primo è quello della scrittura: la scrittura che o si esercita nel trasformarsi e nel mettersi alla prova, oppure diventa un esercizio retorico, un modo di riproporre se stessa, un canone, un paradigma. Invece, se l’obiettivo è l’indagine, attraverso anche la lingua, la tecnica della lingua, allora vi è necessità di capire quale linguaggio usare rispetto all’oggetto. E l’oggetto in questo caso è un genocidio. Quindi la domanda preliminare deve essere: come ci relazioniamo a un genocidio? Quali parole per raccontare l’indicibile? Un indicibile, peraltro, che non stiamo vivendo noi, ma di cui siamo corresponsabili. Quindi, da una parte c’è, forse, l’arroganza di raccontare qualcosa nella quale non si è immersi. Dall’altra c’è, secondo me, il dovere morale e umano, o umano e morale, di assumerci la responsabilità di sentirci parte del genocidio non in quanto vittime, ma in quanto carnefici. In quanto coloro che stanno sostenendo lo Stato di Israele, che sta compiendo un genocidio. Un genocidio viene compiuto da un organismo complesso: non è solo Netanyahu, il primo ministro di Israele, a compiere un genocidio. Certo, le persone hanno una responsabilità individuale: ma ci sono istituzioni che lo stanno compiendo, un intero Stato che lo sta compiendo con le sue forze armate. Noi, in quanto corresponsabili, abbiamo il dovere di prendere di petto il genocidio, di dire dove stiamo e chi sono le vittime.
Il secondo livello riguarda la scrittura e il tempo. Io possiedo un dato percorso, un’età, appartengo a una precisa generazione. È ovvio che, anche nel caso di questo libro, è un’italiana che parla, non i palestinesi. Io sono una giornalista, storica e saggista che ha vissuto a Gerusalemme, in Palestina per tanti anni, e mi considero italiana, europea, mediterranea. La nostra costruzione del sé è fatta di molte parti e questa è una parte della mia. Come tutti, possiedo molteplici sguardi. Il fatto che questo testo possa sembrare così diverso, da una parte ha una ragione di fondo: vi è una tecnica narrativa e di indagine che è diversa, proprio perché raccontare un genocidio è un esercizio che ha a che fare con l’indicibile, con l’irraccontabile. Servono, dunque, altri strumenti e ognuno li trova dove può; nella scrittura o in altri tipi di strumenti artistici. Oppure nel fare quello che dobbiamo fare, che è giusto fare, cioè tutto il possibile per fermare il genocidio. Io però uso la scrittura, uso le parole e questa scrittura ha a che fare con la mia biografia culturale, con i miei studi, con un’attenzione multipla, sia al piano della storia di chi si è formata come una storica, ma nello stesso tempo e nella stessa università si è formata sulla letteratura e sulla scrittura. Si attinge al proprio bagaglio e ci si aggrappa a quello che sia ha. In questo caso, alla poesia, perché la poesia è la cifra della lingua araba. Non usare la poesia vorrebbe dire per l’ennesima volta avere uno sguardo solo nostro. Noi pensiamo che solo la prosa possa raccontare, usiamo la prosa perché la prosa è cosa nostra, ma non è così per chi possiede la lingua araba, in cui preminente è la poesia: proprio nella conversazione quotidiana, non solo nell’espressione artistica. In ultimo, anche perché la poesia consente di andare nel profondo a quella parte di immaginazione di cui parlo nei Sudari, che costituisce una parte fondamentale per comprendere noi stessi e le vittime. Penso a Shakespeare, al bisogno di andare nell’abisso, di calarci nell’abisso. Per leggerlo, abbiamo bisogno di poesia. Heda Abu Nada, poetessa palestinese uccisa giovanissima a 32 anni, due settimane dopo il 7 ottobre, racconta degli addii fugaci. Quale descrizione più profonda potremmo trovare se non quei versi? Come potremmo raccontare l’abisso e il dolore se non attraverso quelle parole? Per me era quindi necessario rintracciare dentro me stessa un modo lirico, elegiaco, ma anche un’orazione civile, per raccontare il genocidio.
Dal libro emergono concetti come quello di sumud, proprio del popolo palestinese, ma anche elementi, come i rituali, come l’acqua, che sono universali. È anche un proseguimento del lavoro di Invisible Arabs? Un tentativo di squarciare il velo dell’invisibilità?
Paola Caridi: È così. Il sumud è qualcosa di molto palestinese, che forse noi chiameremmo in maniera diversa. Sumud è la vita come confronto quotidiano con il dolore, l’espropriazione, l’occupazione, la violenza. Questo magari molti di noi non lo conoscono. L’acqua invece è universale. Anche se ve ne è solo un pezzo, un pezzo di mare chiuso, come il Mediterraneo, tra noi e Gaza. L’acqua è universale, come è universale il sangue dei migranti annegati fra Lampedusa e la Libia. L’acqua è un’esperienza comune. È facile dire: “se tu stessi un giorno, senza bere acqua, come staresti?”. Ed è facile sentire quell’empatia, quella che io chiamo commozione, quel muoversi assieme, che fa diminuire la distanza perché, se io mi muovo assieme a chi non ha l’acqua e mi muovo con lui o con lei, pensando: “chi vedo accanto a me che non può bere mentre io bevo questo bicchiere d’acqua?”, tutto sembra molto più semplice o, perlomeno, molto più vicino. Nel libro, il racconto del rito funebre, dell’acqua che pulisce i corpi è un racconto non mio, che Nabil ben Salam mi ha regalato mentre lavoravo ai Sudari. Quel racconto sembra in parte distante. Però come non pensare che anche questa sia una pratica nostra, come non pensare al fatto che anche noi puliamo i corpi, li laviamo, prima della sepoltura? Tutto questo è universale, anche se usiamo delle tecniche diverse. Il rito di aiutare il passaggio dalla vita alla morte ce l’abbiamo anche noi. Come quando si metteva il cappello della persona morta, adagiata sul proprio letto e la si vestiva di tutto punto. È qualcosa di simile all’avvolgerlo, al coprirlo, al proteggerlo dallo sguardo del mondo: vestirlo con il vestito migliore, vestirla col vestito migliore, significa non far vedere il dolore del corpo.
Anche questa è una cosa che ci accomuna. Ed è una riflessione che non viene fatta perché noi non diamo un corpo e un nome alle vittime palestinesi. In parte perché le consideriamo parti di un lutto non nostro. Invece non solo è un lutto nostro in quanto corresponsabili di quanto sta avvenendo, ma anche perché sono come noi, perché siamo noi, nei loro panni e nei loro sudari. Questa può sembrare un’empatia retorica, evanescente, che lascia il tempo che trova e che ci mette al riparo dalle accuse, noi in quanto complici, corresponsabili, bianchi, benestanti, “normali”. Ma l’empatia è necessaria, perché o si riannodano i fili di quella trama dei sudari, oppure noi da questo genocidio ne usciremo non distrutti e neanche dilaniati, perché essere dilaniati significa trovarsi all’interno di un dolore: ne usciremo senza comprendere che cosa è successo. Invece le persone, quelle che io chiamo “i senza potere”, la gente comune, le persone ordinarie, istintivamente hanno capito quello che è successo. Lo capiscono molto di più dei decisori e lo vediamo tutti i giorni. Le vedo, queste persone che ci incrociano lo sguardo, che ci dicono e non retoricamente: “non nel nostro nome”. Lo dicono come persone che appartengono a generazioni che sono state educate al “mai più” facendolo diventare centrale nella loro vita. Il diritto alle regole, il non fare male, il non essere strumento di un genocidio è diventato così parte del nostro DNA di Paese, che la nostra reazione di persone comuni è dire “no, basta, non in nostro nome”. Questo significa allora che quella empatia esiste, che è facile sentirsi come la povera gente di Gaza, non povera nel senso di senza mezzi, ma povera come meshkin, che in arabo indica la persona che soffre senza colpa e senza responsabilità.
Questo lo abbiamo visto in modo ancora più chiaro con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla.
Paola Caridi: Certo. Ed è la prima volta. Questo genocidio è il primo genocidio della nostra vita, non perché non ci sia stato Srebrenica, o perché non vi sia stato il Ruanda. Ma perché questo è un genocidio “nostro”. Noi siamo già cambiati, facciamo già cose diverse rispetto a due anni fa. Perché? Che cosa ci sta succedendo? Perché sappiamo che non torneremo più indietro a prima del 7 ottobre.
Quali categorie del nostro mondo sono state scardinate, secondo lei, in questi anni?
Paola Caridi: Nel male, lo sappiamo. Vi è stato e vi è ancora il tentativo di rompere un sistema internazionale, che faceva già acqua, gestito dalle Nazioni Unite, che sono una grande burocrazia, ma sono anche quelle che hanno dato cibo, istruzione e sanità ai palestinesi. Nello stesso tempo, le Nazioni Unite sono anche un’assemblea di condominio in cui ogni membro ragiona come singolo Paese e non come elemento di un sistema internazionale a cui ha ceduto sovranità. Quindi il male noi lo conosciamo. C’è poi un Paese, come Israele, che decide di far saltare tutto l’ordine internazionale, ma soprattutto che decide che deve saltare il diritto internazionale. Questa è la grandissima colpa, insieme a quella di compiere il genocidio, che ha Israele. Ma parliamo di noi, parliamo di quello che sta succedendo a noi, anche come individui e come collettività. Rimaniamo in Italia, anche se lo stesso ragionamento lo potremmo applicare almeno ad altri quattro o cinque Paesi europei, come Olanda, Francia, Spagna e Regno Unito, con tutte le diversità del caso. Anche la Germania è all’interno di questo stesso scardinamento, ma con delle resistenze mostruose, che ritroviamo più negli Stati Uniti che in altri Paesi europei. Cosa sta succedendo in questi Paesi? Anzitutto, stiamo scoprendo che noi siamo contro un genocidio e non mi pare qualcosa di così riduttivo. Una reazione così forte, non di pancia, ma di commozione, mi sembra una cosa enorme. Dire che un genocidio è un reato, un crimine da non compiere e soprattutto non nel nostro nome, è una reazione non solo di emozione, ma anche di raziocinio. Questo mi pare qualcosa di enorme.
Poi vi è un secondo elemento, che a mio parere stiamo sottovalutando, non nelle ultime settimane, ma sicuramente nei due anni precedenti: la partecipazione. In una fase nella quale, ad esempio, le persone non sono andate a votare per dei referendum su temi che riguardano il lavoro, cioè su aspetti che pertengono ad una parte molto significativa della nostra giornata e della nostra vita; in una fase nella quale l’astensionismo cresce a tal punto che chi ha il potere non rappresenta la maggioranza della popolazione, ma rappresenta la maggioranza di chi è andato a votare. In questo contesto, il fatto che ci sia una partecipazione così diffusa, pulviscolare, per un tema che sembra così distante come un genocidio, ci dice molto. Ci indica che quello che sta succedendo a Gaza tocca il nostro assetto morale. Che sì, tocca la nostra vita quotidiana, che sì, non dormiamo più bene la notte, non mangiamo come prima, perché c’è qualcuno che viene affamato e assetato. Non gioiamo come prima, perché sappiamo che è una gioia a tempo, è una gioia che è un diritto, ma un diritto che non viene esercitato da altri che stanno dall’altra parte del Mediterraneo, proprio di fronte a noi. Questo, dal punto di vista delle pratiche collettive, è la parte più rilevante. Una partecipazione che io vedo quotidiana, che vedo ovunque e che vedo soprattutto nei margini. Non magari nelle grandi città, anche se le grandi città si stanno muovendo: Torino, Palermo, Firenze, Livorno, Bologna, che è figlia anche di una storia come quella del sostegno alla liberazione di Patrick Zaki, che non possiamo scindere da quello che sta succedendo adesso, Milano che ha sempre manifestato sin dall’inizio, e Genova, ovviamente. Città che sono Medaglia d’oro della Resistenza, che ci dicono che c’è un legame fra la nostra storia e l’oggi, perché noi siamo figlie e figli di quella storia, anche se qualcuno o qualcuna vorrebbe farcelo dimenticare. Invece, questo filo c’è ed è un filo che abbiamo scoperto essere forte, che non è fatto solo dei riti collettivi, ma è qualcosa che mette in gioco la nostra vita quotidiana. Ci ricorda che i diritti o i non diritti mettono in gioco quella che è la nostra stessa vita. Gaza è molto più di ciò di cui abbiamo detto finora: se Gaza è il laboratorio di un genocidio ed è di fronte a noi, nel nostro stesso mare, domani le vittime saremo noi. Ora, questo potrebbe essere, se vogliamo, uno sguardo egoistico sulle cose, molto autoreferenziale. Invece riporta a galla la questione dei diritti e delle libertà. E questo è fondamentale per una democrazia ed è quello che noi chiediamo: che i diritti siano di tutti e di tutte. E non solo degli esseri umani: quello che affermiamo è che non si può distruggere un popolo e non si può distruggere la terra a cui questo popolo appartiene. Israele sta compiendo un genocidio che forse dovremmo chiamare in altro modo, un iper-genocidio, perché sta venendo distrutto un popolo insieme alla sua terra. Perché è così rilevante il fatto che vi siano questi due elementi del genocidio, la terra e il popolo? Perché l’idea è che questo popolo viene distrutto se lo disconnettiamo dalla terra. Questo dice moltissimo della debolezza di Israele, che prova ad interpretare il senso di appartenenza alla terra in chiave di dominio, di possesso, di predominio. Mentre il senso dei palestinesi per la terra è quello di essere elemento di un sistema. E allora come disconnettere questo elemento dal sistema? Si distrugge il sistema. Ed è veramente impressionante come queste cose, nella dimensione pulviscolare della partecipazione pubblica che vediamo, vengano percepite veramente, nella loro dimensione più semplice: c’è un popolo che sta subendo bombardamenti da due anni, che viene distrutto con pratiche genocidarie e questo è inaccettabile. È un genocidio anche “made in Italy”, ma non è nostro come individui e come collettività.
Lei quando tutto è iniziato si trovava in Giordania. Come è cambiata la regione in questi due anni?
Paola Caridi: Siamo cambiati tutti, quindi anche la regione è cambiata. Il senso di vicinanza ai palestinesi è completamente diverso rispetto a quello che possiamo aver vissuto noi in Italia. In Giordania, soprattutto nei primi mesi, non si organizzavano matrimoni o feste di fidanzamento. Vi era una certa modestia anche durante il Ramadan, nell’aid al-fitr, nelle feste. Poi le cose sono cambiate. Però, questo senso di indignazione, di conferma del doppio standard occidentale nel guardare il genocidio dalla finestra di casa, dell’essere anche parte della guerra – la Giordania ha vissuto la notte dei missili iraniani, che sono passati al di sopra del suo spazio aereo – quindi sapere di essere dentro, molto vicino all’occhio del ciclone, fa sì che vi sia uno sguardo differente. Differente anche perché guardiamo da Oriente verso Occidente. Il sentimento popolare è quello per cui in Giordania ha chiuso Carrefour, per cui le bevande gassate sono principalmente quelle locali e la Coca Cola nei supermercati viene relegata in spazi piccoli. Vi è uno scollamento fra il vertice dei decisori e la popolazione, l’opinione pubblica, che è sempre più ampio, e questo significa instabilità. Ma questa è l’analisi storico-politica, che dice che il problema serio è che se non si risolve il genocidio a Gaza, rimarrà instabilità. Non che c’è l’instabilità e dobbiamo in qualche modo salvarci tutti, perché è un luogo in cui non è detto che tu possa decidere di prendere un aereo fra una settimana, perché c’è l’Iran che bombarda Israele, c’è Israele che bombarda l’Iran, c’è Israele che bombarda il Libano, c’è Israele che lancia i missili sullo Yemen e che magari fa anche qualche piccola operazione sull’Iraq.
È una regione in apnea in cui la fascia dei decisori dice che: “c’è un problema e lo si deve risolvere, ma da un lato non vi è potere di risolverlo, dall’altra siamo succubi e subalterni ad altri Paesi, altre potenze”. Uno per tutti gli Stati Uniti di Trump. Si guarda anche verso Oriente, si guarda verso la Cina, verso l’India, verso la Russia. Quello che è certo è che è una situazione estremamente complicata, in cui ai Paesi arabi viene richiesto di risolvere la questione della presenza palestinese, accettando che i palestinesi possano essere espulsi non solo da Gaza, ma anche dalla Cisgiordania. E mentre è vero che ci sono élite al potere a cui, probabilmente, dei palestinesi non interessa nulla o quasi, se non per il fatto che sono un problema, insisto nel ricordare che siamo noi “occidentali” che abbiamo creato il problema nel 1948. E siamo noi che adesso stiamo chiedendo ai Paesi arabi, come nel 1948, di prendersi il peso dei palestinesi, cacciati all’epoca dalle loro case, dai loro negozi, dalla loro terra, dai loro agrumeti – perché non era un deserto quello in cui vivevano – e dalle loro città profondamente urbanizzate. E adesso stiamo chiedendo ai Paesi arabi di risolvere l’ennesimo nostro problema. Dunque, su questo bisogna essere chiari: sapere che ci sono tutte e due le parti. Che se da una parte, e non in tutti i Paesi, perché non tutti i Paesi arabi si comportano allo stesso modo, le leadership arabe non prendono molto in considerazione la sofferenza indicibile dei palestinesi e delle palestinesi dentro Gaza, dall’altra noi, per l’ennesima volta, stiamo delocalizzando un problema da noi creato.