“Oriente. Una storia” di Alessandro Vanoli
- 05 Maggio 2026

“Oriente. Una storia” di Alessandro Vanoli

Recensione a: Alessandro Vanoli, Oriente. Una storia, Laterza, Roma-Bari 2025 / 2026, pp. 464, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Dario Soprano

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Alessandro Vanoli è uno storico e divulgatore, esperto di storia musulmana e del Mediterraneo, temi a cui ha dedicato diversi suoi lavori, tra cui La Sicilia musulmana, Andare per l’Italia araba e Il Mediterraneo in 20 oggetti. Nel suo nuovo lavoro Oriente. Una storia (Laterza) decide di mostrare, attraverso un viaggio nello spazio e nel tempo, il cambiamento della nozione stessa di Oriente, evidenziandone la centralità nella storia globale, al pari e mai separata dalla canonica storia “occidentale”.

Nel libro, Vanoli guida il lettore attraverso le epoche, ripercorrendo alcune tappe fondamentali della storia umana: le migrazioni indoeuropee del III millennio a.C., la storia greca dalla Guerra di Troia all’età ellenistica, la nascita dell’Impero romano e cinese, l’espansione del Cristianesimo e dell’Islam, le crociate, la conquista mongola dell’Asia, la presa ottomana di Costantinopoli, l’illuminismo e l’imperialismo, fino ad arrivare al presente.

Vanoli presta particolare attenzione nel ricordare come l’Eurasia sia sempre stata, di fatto, un unico grande continente dotato di confini permeabili, che permettevano attraversamenti dei più disparati popoli, tra di loro sempre in contatto, anche se in maniera molto differente, contribuendo nel tempo a configurare lo spazio eurasiatico come un sistema profondamente interconnesso. Alla base della narrazione di Vanoli vi sono i costanti contatti tra le genti e le culture che hanno plasmato la storia di questo spazio. Queste interazioni, declinate in forme diverse come scambi mercantili, contaminazioni religiose o scontri violenti, hanno esercitato un impatto decisivo e reciproco sulle traiettorie storiche di ogni epoca.

L’autore immerge il lettore in suggestive ambientazioni reali o immaginate, lasciando però molto spazio alle fonti dirette e alle testimonianze di chi l’Oriente nel corso dei secoli l’ha vissuto o almeno pensato, dimostrando come nel tempo lo stesso Oriente cambiasse posizione geografica e confini. Tra i protagonisti figurano grandi personaggi come Erodoto, Plinio il Vecchio, Marco Polo, Goethe e tanti altri.

In questa vicenda l’immaginazione ebbe un ruolo fondamentale, poiché dall’Oriente in tutte le epoche arrivarono enormi ricchezze attraverso lunghe vie commerciali, che potevano collegare la Cina con l’antica Roma, ma queste erano sempre accompagnate da racconti leggendari che echeggiavano nei secoli. Alcune di queste storie erano completamente immerse nella realtà, non solo perché ritenute vere, ma perché diedero spinta ad iniziative reali di uomini e istituzioni. Quando, ad esempio, Marco Polo era diretto verso il suo celebre viaggio in Cina, si trovò ad attraversare la zona a sud del Caucaso, sicuro di essere vicino al luogo dove più di mille anni prima Alessandro Magno aveva rinchiuso i Gog e Magog, le temute popolazioni barbare dell’Apocalisse di Giovanni. Va però sottolineato che il mercante veneziano non era incline ad alimentare dicerie; infatti, non si fece scrupolo alcuno a svelare in un’altra occasione la verità sul leggendario unicorno, che altro non era se non un grigio rinoceronte. Questo tipo di inconvenienti non accadevano solo a un mercante veneziano del XIII secolo, come Marco Polo, ma anche il Papa poteva essere tratto in inganno dalle grandi storie sull’Oriente: infatti nel XII secolo circolò una lettera apocrifa, indirizzata all’imperatore Barbarossa e al Papa, attribuita a un presunto sovrano e sacerdote asiatico noto come Prete Gianni, il quale rimase una figura presente nella memoria del tempo, al punto che dalla curia papale furono inviate due ambascerie alla ricerca di questo leggendario re cristiano. Quando le vie dell’Oriente si fecero nel corso dei secoli via via più conosciute, del Prete Gianni non si trovò alcuna traccia; perciò, si pensò che questo potesse essere in realtà un re etiope e non asiatico. Questo cambiamento ci aiuta a capire come l’Oriente spesso non fosse un luogo specifico e reale, quanto più una serie di storie, persone, personaggi e ricchezze, che arrivavano da lontano e alimentavano un immaginario meraviglioso a cui molti volevano aderire e che veniva accentuato dalla sua lontananza e misteriosità.

Dall’Oriente non arrivarono solo ricchezze, ma anche oggetti quotidiani che ci sembra di conoscere da sempre. Provenienti da contesti geografici lontani, ma strettamente connessi, tra questi figurano le carte da gioco, provenienti probabilmente dalla Cina e diffuse in Europa a partire dalla seconda metà del XIV secolo. Gli scacchi furono inventati nell’India del VII secolo ma giunsero in Europa dalla Persia intorno alla fine del X secolo. Il divano, che passò dall’indicare la sala del consiglio dei visir ottomani al comodo mobile che divenne di moda nei salotti europei. Le persiane, invece, popolari nel modo musulmano in diverse varianti durante il Medioevo e ancora più diffuse tra XVI e XVII secolo nel mondo ottomano, servivano a salvaguardare lo spazio privato delle abitazioni simbolo della castità femminile, ma arrivarono in Europa con il nome di gelosie dove trovarono fortuna sia per il gusto estetico orientaleggiante sia per la funzionalità pratica di circolazione dell’aria. Infine anche il tulipano, fiore proveniente dall’estremo oriente asiatico, conquistò l’Europa e l’Olanda e fu al centro della bolla speculativa che colpì fortemente i Paesi Bassi tra il 1636 e il 1637, dove pochi bulbi arrivarono a costare migliaia di fiorini d’oro. A questo elenco è opportuno aggiungere anche i numerosi cibi e spezie che divennero fondamentali merci di scambio ed entrarono nella quotidianità degli occidentali come il caffè, il tè, il pepe e la noce moscata.

Tutti questi esempi sono un monito rivolto alla nostra società, che ricorda come la storia di Oriente e Occidente sia composita, con il ruolo centrale sia degli scontri che degli incontri attraverso cui si definivano le identità per opposizione o per acquisizione. Ciò è importante ricordarlo, visto che fino al secolo scorso si era delineata sempre più una presunta centralità storica dell’Occidente, con la tendenza sistematica adottata anche da alcuni studiosi di valutare le società orientali come decadenti e subordinate, studiandole in una prospettiva astorica o esotizzante. Questo tipo di studio sistematicamente eurocentrico dell’Oriente si diffuse a partire dal XVII secolo, con i primi cataloghi filologici delle opere arabe classiche. Dal mondo arabo si passò anche a studiare altri territori più lontani come l’India, il Giappone e la Cina, dove ad esportare questo tipo di studi furono per lungo tempo i missionari cristiani, che raccolsero le prime opere per categorizzare le lingue e i pensieri orientali. Nel corso del Settecento gli illuministi si posero in contrapposizione alla visione che dell’Oriente ebbero i religiosi cristiani, ma non per questo furono più oggettivi. Proprio dagli illuministi abbiamo ereditato, infatti, una prospettiva caricaturale delle civiltà orientali. Montesquieu, ad esempio, riprese a piene mani dalla tradizione greca classica la teoria del dispotismo orientale, secondo cui i popoli dell’est sarebbero stati più inclini, per ragioni climatiche, ai regimi dispotici. Stereotipi di questo tipo, relativi alle società orientali, non ebbero solo connotazioni negative ma anche positive. Ad esempio, quella cinese era considerata particolarmente razionale e quella musulmana eccezionalmente tollerante, dal punto di vista religioso, rispetto a quella cristiana.

Dalla metà dell’Ottocento crebbe ulteriormente il potere degli Stati occidentali sullo scenario globale e ne conseguì la trasformazione dei rapporti con i Paesi orientali, che fu innanzitutto un cambiamento amministrativo, tant’è che vasti territori iniziarono ad essere gestiti in maniera diretta dai grandi imperi europei. Ciò ebbe anche un impatto sulla prospettiva degli intellettuali dell’epoca, che iniziarono a guardare alle civiltà orientali in maniera romantica, dando vita all’Orientalismo. Questo nuovo sguardo amalgamava in un tutt’uno l’insieme delle eterogenee e vaste civiltà orientali, dall’Impero Ottomano fino al Giappone, imponendo all’Oriente le rappresentazioni che gli occidentali avevano dei popoli a loro subordinati attraverso opere artistiche, riviste e accademie che si proponevano come ambiti di studio laici e scientifici delle società orientali. Le realtà orientali erano quindi rappresentate come immobili e si cercava spesso un loro archetipo originario ormai svanito ma rintracciabile attraverso la lingua, la religione e l’arte. Negli ultimi decenni del Novecento, però, questo sguardo mutò grazie al lavoro di grandi studiosi come Edward Said. Quest’ultimo, nel 1978 pubblicò il suo saggio Orientalism, in cui denunciava il carattere ideologico della parola orientalismo, che aveva contraddistinto gli studi di lingue e letteratura dell’Asia in generale, e in particolare in riferimento a quelli sull’Islam e sull’Induismo. L’impatto di Said su questi studi fu molto rilevante e nei decenni contribuì a trasformare la visione orientalista che per secoli aveva contraddistinto questi studi, figli di una egemonia culturale occidentale di stampo imperialista. Sulla teoria anti-orientalista presentata da questo importante studioso del secolo scorso si accese un grande dibattito: molti studiosi accolsero le sue posizioni, mentre altri criticarono Said accusandolo di trascurare il continuo impatto che l’Oriente ebbe nella cultura occidentale anche da una posizione “subalterna”, oltre al valore scientifico che molti studiosi orientalisti del passato avevano apportato alla conoscenza dell’Oriente.

La riflessione di Vanoli prosegue per arrivare fino ai giorni nostri e, dopo aver analizzato la complessità di queste interazioni nel nostro passato, prova a interrogarsi su come ciò abbia effetto anche sul nostro presente. Un mondo molto diverso, ma che continua a provare un certo fascino e timore nei confronti dell’Oriente, che non è mai stato così vicino. Nel nostro mondo pienamente globalizzato e “post-coloniale”, grazie al grande miglioramento dei mezzi di comunicazione e di trasporto, l’Oriente è diventato accessibile e diffuso su scala globale, innanzitutto come prodotto culturale, più o meno stereotipato, sia esso artistico, culinario, turistico o di intrattenimento. Ad oggi l’Oriente rappresenta però anche una serie di modelli sociali e politici alternativi a quelli dell’Occidente, a partire da quello cinese. Infatti, negli ultimi anni abbiamo assistito a un parziale disgregamento della presunta unità dei Paesi occidentali. Questo processo ha contribuito alla nascita di una visione policentrica della contemporaneità, in cui il modello occidentale non rappresenta più l’unico punto di riferimento. Tale trasformazione alimenta, da un lato, speranze in chi immagina una realtà meno individualistica; dall’altro, suscita timori in chi percepisce l’emergere di nuovi equilibri globali come una possibile minaccia alla propria economia o alla propria identità culturale.

L’impatto che questo mondo così connesso ha sulle nostre società non passa solo dai prodotti ma, come un tempo, al centro di questi rapporti ci sono le persone. Oggi più che mai viviamo in contatto diretto con individui provenienti da diverse parti del mondo, portatori di religioni, lingue e storie differenti, che si intrecciano e convivono nelle grandi metropoli contemporanee. Da ciò emerge la complessità stessa della definizione di “Oriente”, la cui natura storica e mutevole è stata analizzata da Alessandro Vanoli. Ne deriva un invito al lettore a riflettere sulla propria società e sulla propria quotidianità, riconoscendo come, da sempre, una parte di Oriente sia presente anche in noi.

Scritto da
Dario Soprano

Laureato in Storia all’Università di Torino, attualmente studente di Scienze storiche e orientalistiche all’Università di Bologna. Si interessa principalmente della storia medievale e delle interazioni tra i popoli del mediterraneo medievale. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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