La crisi nel Sahel oltre la lente del terrorismo. Intervista a Edoardo Baldaro
- 20 Ottobre 2026

La crisi nel Sahel oltre la lente del terrorismo. Intervista a Edoardo Baldaro

Scritto da Antonio Francesco Di Lauro, Luca Oggionni

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L’instabilità politica che attraversa il Sahel ne ha fatto una delle regioni meno governabili al mondo, tanto da essere ribattezzata “cintura del golpe”. Molte delle insurrezioni che interessano la regione africana sono condotte da gruppi armati jihadisti, un dato significativo ma che spinge spesso a trascurare condizioni di fragilità sociale e la soggettività politica di questi gruppi.

In questa intervista, Edoardo Baldaro, professore associato di Scienza politica e Relazioni internazionali all’Università di Palermo, analizza le origini e le prospettive di sviluppo dell’espansione jihadista nel Sahel, con particolare attenzione al caso maliano.


Diversi Stati africani sono interessati da lunghe fasi di instabilità politica e istituzionale. Fra gli elementi di disordine emersi con più forza negli ultimi decenni, c’è il rafforzamento dei movimenti di matrice islamista attivi nel continente. In particolare, l’area del Sahel è stata eletta come epicentro globale del fenomeno jihadista dal rapporto Global Terrorism Index del 2025. Quali condizioni storiche e politiche hanno consentito il radicamento di questi attori nell’area? 

Edoardo Baldaro: Il concetto di jihad è ampio e articolato e la sua corretta interpretazione resta tuttora al centro del dibattito tra gli islamologi. Una delle interpretazioni storicamente associate al concetto di jihad, che riguarda la lotta armata contro un nemico esterno, inclusi, in determinate elaborazioni dottrinali, i musulmani miscredenti, ha radici profonde nel Sahel. L’antropologo e africanista francese Jean-Loup Amselle ha ricostruito parte della sua genesi in un interessante volume dal titolo L’Islam noir. Amselle descrive il cosiddetto “Islam nero” come una categoria costruita dalla potenza coloniale francese, che ne fece un opportunistico strumento di governo, presentandolo come sincretico e meno rigoroso rispetto all’Islam arabo nordafricano – percepito invece come politicamente più sovversivo. In questo modo, la Francia mirava a intercettare le élite religiose locali subsahariane e a tenerle separate dall’influenza dei movimenti islamici delle ex colonie nordafricane. Ma l’avvento dell’Islam nell’area saheliana precede il periodo coloniale e coincide con la creazione di grandi imperi, come il Califfato di Sokoto, fondato da Usman Dan Fodio nel 1804, che si estendeva su una parte importante del territorio dell’odierna Nigeria e su porzioni degli attuali Niger, Camerun e Burkina Faso. Nei movimenti di oggi diversi esempi raccontano questa origine duplice. Il nome del gruppo armato che controlla l’area centrale e alcune zone rurali del Mali, Katiba Macina, unisce ad esempio due eredità storiche distinte: “Katiba” (dall’arabo katība, “battaglione”) richiama il lessico della resistenza esercitata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), formazione laica e socialista, durante la guerra di indipendenza algerina; “Macina” rimanda invece all’omonimo impero islamico, fondato da Seku Amadu nell’attuale Mali nel 1818, sul modello del regno di Usman Dan Fodio. I gruppi armati jihadisti attingono a un immaginario politico e religioso che spazia dall’età degli imperi africani di duecento anni fa alla più recente fase di resistenza al colonialismo. Ciò complica il dibattito sulle cause della loro radicalizzazione, diviso tra due posizioni prevalenti, riassunte da due autorevoli politologi francesi come Gilles Kepel e Olivier Roy – che si sono occupati soprattutto dell’area compresa tra il Vicino Oriente e l’Afghanistan – nella celebre domanda “radicalizzazione dell’Islam o islamizzazione del radicalismo?”.

A mio avviso, se si intende tracciare le coordinate dell’evoluzione dell’ala radicale islamica – con riferimento alla forma jihadista – un passaggio chiave è rappresentato dall’11 settembre e dalla “guerra al terrorismo” che ha inaugurato. La svolta è stata determinante non solo sul piano repressivo, ma soprattutto culturale: lotte di liberazione, contestazioni violente di sistemi di potere elitari, di neopatrimonialismi sfrenati – caratteristiche proprie di alcuni sistemi di governo del Sahel – sono state del tutto assimilate dalla narrazione e soffocate dall’intervento esterno nel nome della war on terror. Più in profondità, notiamo come la lotta per il califfato globale sia, in realtà, un gioco di specchi: come può un combattente del nord del Mali, che opera nel mezzo del deserto del Sahara – una delle zone meno interconnesse al mondo –, percepirsi parte di una lotta globale contro i crociati, che attraversa numerosi Stati su una superficie sconfinata? Se parliamo dell’espansione dei gruppi armati nel Sahel, le cause vanno ricercate altrove, spesso nei meccanismi di funzionamento di sistemi politici basati su catene di clientelismo, repressione e assenza di ascensore sociale, alimentati dalla cattura delle risorse da parte del governo. È vero che le esperienze democratiche effettive sul continente africano sono state e sono tuttora poche, ma gli interventi esterni successivi all’11 settembre hanno causato un netto deterioramento delle basi per farle funzionare. A testimonianza di quanto identificare determinati territori come focolai terroristici sia spesso un processo arbitrario e preventivo, il Sahel fu inserito dagli Stati Uniti nella mappa globale della war on terror già nel 2002, con la Pan-Sahel Initiative, nonostante all’epoca la regione non registrasse ancora una minaccia jihadista strutturata.

 

Il Mali è considerato uno degli snodi principali dell’insurrezione jihadista nella regione. Il 25 aprile 2026, un’offensiva coordinata dal Fronte di Liberazione dell’Azawad e dai jihadisti del Gruppo di supporto all’Islam e ai musulmani (JNIM) ha colpito al cuore lo Stato maliano, con l’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara. Quali sono state le cause principali che hanno portato a questa escalation nel conflitto? 

Edoardo Baldaro: Il conflitto in Mali ha una storia lunga e complessa. Prima ancora che il Paese ottenesse l’indipendenza, le élite e i gruppi tuareg del Nord chiesero – senza successo – il diritto alla secessione al Presidente francese Charles de Gaulle, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalle Nazioni Unite. Nel 1962, soltanto due anni dopo l’indipendenza, i tuareg insorsero contro il governo di Bamako, dando vita alla prima di una lunga serie di rivolte che avrebbero interessato la storia del Paese. Nei primi anni Duemila, il Presidente maliano Amadou Toumani Touré – presentato dai media occidentali come un “campione della democrazia africana” – fece un intenso lavoro di lobbying per convincere i vertici statunitensi dell’esistenza di un presunto legame fra i ribelli tuareg e i mujahidin algerini e afghani, così da spingere gli Stati Uniti all’intervento militare. Le ribellioni che avevano contraddistinto la vita politica del Paese sin dalla sua indipendenza furono d’un tratto reinterpretate in chiave terroristica, aumentando i dispositivi repressivi nei confronti dei ribelli e accelerando la radicalizzazione. Ora, prendiamo la storia dell’attuale leader dello Gruppo di supporto all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato di Al-Qaeda nell’area del Sahel e dell’Africa occidentale tra i principali protagonisti dell’insurrezione jihadista che da anni destabilizza la regione: si chiama Iyad ag Ghali, è di etnia tuareg ed è stato a capo di una ribellione lanciata dal suo popolo in Mali negli anni Novanta. Originariamente laico e – secondo le cronache – assiduo consumatore di alcol, era uno dei parolieri dei Tinariwen, band musicale tuareg nota a livello internazionale. Al termine della rivolta, Ghali divenne consigliere del Presidente Touré e fu inviato come console in Arabia Saudita, dove aderì a un Islam rigorista. Nel 2012, allo scoppio di una nuova guerra civile in Mali, l’ex musicista ormai convertito comandò Ansar Dine, il gruppo armato che riunì la componente islamista della rivolta tuareg, contribuendo così a spingere ai margini l’ala laica del movimento. La sua vicenda personale è la dimostrazione di quanto il confine tra l’autentica convinzione religiosa e il calcolo politico, specie in contesti come questo, sia decisamente più labile di quanto sembri.

Rispetto alle possibilità di dialogo tra insorti e governo, inoltre, occorre tenere presente che più della metà del bilancio economico di Stati come il Mali spesso dipende dagli aiuti internazionali. Per questa ragione, i governi tendono a non negoziare con gli avversari: dichiararsi impegnati nella lotta al terrorismo, piuttosto che cercare un accordo, permette di ottenere un flusso di aiuti più consistente dall’estero. A ciò va sommato il sostegno dei partner occidentali, che hanno – in alcuni casi persino involontariamente – rafforzato il consenso popolare delle giunte militari, in grado di accreditarsi agli occhi della popolazione attraverso una retorica anti-imperialista, sviluppando così una sorta di nuovo panafricanismo autoritario.

 

Che ruolo ha avuto, nella genesi del jihadismo saheliano, la migrazione verso sud dei primi gruppi jihadisti nordafricani?

Edoardo Baldaro: Il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (GSPC), nato nel 1998 e poi confluito tra il 2006 e il 2007 in Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), ha portato dall’Algeria expertise alle milizie maliane, soprattutto esportando la cosiddetta kidnapping industry. Per dirla con Marx, la fase iniziale di accumulazione di capitale di questi gruppi è legata ai rapimenti occidentali, fra cui anche cittadini italiani come Rossella Urru, cooperante rapita nel campo profughi saharawi di Rabouni, in Algeria, e poi tenuta prigioniera nel nord del Mali prima della liberazione. Proprio attraverso questi metodi, si stima che dagli anni Duemila a oggi le milizie abbiano incassato decine di milioni di euro. Grazie a questa straordinaria capacità di sostentamento, i gruppi del Sahel legati ad Al-Qaeda e quelli legati allo Stato Islamico sono diventati tra i più strutturati al mondo – con alcune eccezioni ovvie come l’Afghanistan, dove i talebani controllano letteralmente lo Stato, o la Siria, che rappresenta un caso ancora diverso.

Un recente studio del Sahel and West Africa Club (SWAC) – un organismo indipendente ospitato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – ha analizzato l’evoluzione dei rapimenti nella regione del Sahel, rilevando un dato piuttosto interessante: se all’inizio del Duemila i rapimenti riguardavano soprattutto cittadini occidentali, oggi i bersagli sono cambiati. Il motivo è semplice: gli Stati occidentali non pagano più il riscatto. Pertanto, i primi rapimenti di cittadini cinesi, emiratini, iraniani non si sono fatti attendere. Sempre secondo il report, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero già indirizzato oltre cinquanta milioni di dollari verso le formazioni operanti in Mali e in Niger, generando un afflusso tale di denaro da spingere JNIM a ripartirli con Al-Qaeda, cui il gruppo è affiliato. Più in generale, la kidnapping industry ci racconta quanto sia complesso il meccanismo di finanziamento di questi gruppi e, di conseguenza, smonta parte della narrazione dominante secondo cui ci sarebbe una grande direzione finanziaria centrale che anima questi movimenti allo scopo di creare un califfato globale. Come abbiamo visto, i gruppi attivi nell’area del Mali operano autonomamente e, talvolta, i loro profitti sono talmente elevati da superare quelli a disposizione dei propri nuclei centrali.

 

Il racconto del jihadismo si sviluppa spesso da una prospettiva primariamente securitario-strategica, che rischia di trascurare fattori sociali specifici della regione. In che misura oggi la componente ideologica contribuisce al reclutamento dei miliziani nel Sahel? Quale rapporto si stabilisce tra le istanze del fondamentalismo islamico e le rivendicazioni di carattere nazionale e anticoloniale? 

Edoardo Baldaro: Gli elementi sociali sono indispensabili per comprendere le modalità di reclutamento dei combattenti e il sostegno che i gruppi jihadisti ottengono dalla popolazione. Personalmente, ho avuto la possibilità di svolgere alcune interviste con quelli che in francese vengono definiti combattants repentis, miliziani che hanno disertato. Alla domanda “per quale ragione sei andato a combattere?”, nessuno di loro ha mai menzionato la propria fede religiosa tra i motivi principali. Molti di loro raccontano di aver ricevuto nei campi di addestramento una versione semplificata di testi sacri, come il Corano, che nessuno aveva letto prima. Queste persone hanno una conoscenza piuttosto vaga dell’Islam: si recano nelle moschee per pregare, ma non hanno frequentato la scuola coranica. Le ragioni della loro militanza sono altre e sono quasi sempre di carattere sociale: povertà, assenza di ascensore sociale, abusi perpetrati dalle forze dell’ordine. In contesti simili, aderire ai gruppi armati rappresenta anzitutto un modo per affermare sé stessi e un tentativo di ribaltare la gerarchia sociale. Ciò non si traduce nell’assenza dell’elemento religioso, ma lo rende principalmente un elemento di contesto utile a dare legittimità alle battaglie decise dai comandanti. Leader come Amadou Koufa, a capo di Katiba Macina, e Iyad ag Ghali discutono di frequente con grandi imam e studiosi che cercano di risolvere sul piano dottrinale la questione dell’insurrezione. Esistono carteggi che mostrano come questo confronto sia sentito autenticamente: si discute di violenza legittima o illegittima, fino a che punto essa sia ammissibile, quale sia l’obiettivo ultimo. Inoltre, i vertici sono i soli a percepirsi realmente parte di un movimento transnazionale.

Un’importante distinzione nel pensiero jihadista contemporaneo è quella tra “nemico vicino” e “nemico lontano”. Nella prima prospettiva, l’obiettivo principale è colpire il potere locale e conquistare lo Stato dall’interno. Nella seconda, il nemico da colpire è quello che nella propaganda jihadista viene definito il “diavolo americano” o il “diavolo europeo” per portare la guerra direttamente sul territorio occidentale. Il discorso antimperialista – per quanto variegato – funziona soprattutto nelle città, nei contesti in cui la presenza di attori stranieri è più visibile. Per il combattente di base del gruppo jihadista, il nemico resta invece concreto e locale: il poliziotto, il soldato, o il membro di una milizia che gli ha ucciso un familiare. In Mali, ad esempio, l’impressione è che oggi il primo nemico dei vertici di questi gruppi sia il presidente Assimi Goïta: l’agenda, in altre parole, resta prevalentemente nazionale. L’idea che sia possibile costituire di fatto degli emirati locali, del resto, non appare così distante dall’orizzonte politico regionale: la Mauritania è una repubblica islamica dove vige la sharia (legge islamica), applicata anche nel nord della Nigeria. Sono precedenti che a noi sembrano uscire dall’orizzonte dell’immaginario politico contemporaneo, ma che, senza scomodare l’esempio dell’Iran, restano casi concreti.

 

Nel luglio 2026 il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale e il Sahel (UNOWAS) Leonardo Santos Simão ha presentato un rapporto al Consiglio di Sicurezza, in cui dettaglia la strategia adottata dai gruppi jihadisti per estendere la propria influenza nella regione. Il rapporto rileva un insieme piuttosto sofisticato di attività economiche illecite, come il controllo delle rotte commerciali, un elevato sfruttamento delle tecnologie e l’aumento del narcotraffico. In che modo questa strategia si intreccia con il tessuto socioeconomico locale?

Edoardo Baldaro: La cooperazione tra la criminalità organizzata – spinta da interessi economici – e i gruppi terroristici viene solitamente inquadrata nel paradigma del crime-terror nexus. Questo schema, però, rischia di produrre una ipersemplificazione, quella per cui gruppi jihadisti e organizzazioni criminali seguirebbero un’agenda comune. Queste relazioni esistono e sono in crescita, ma nascono anzitutto dall’assenza di un’autorità centrale in grado di imporsi, e si sviluppano all’interno di un’economia di guerra. Le rotte del narcotraffico, ad esempio, si incrociano con le traiettorie politiche dei jihadisti, ma questi contatti non bastano a rendere i fenomeni assimilabili. Si tratta piuttosto di un processo di ibridazione dei gruppi armati. Parlare esclusivamente di jihadismo rischia di far perdere di vista il fatto che i gruppi armati locali perseguono un’agenda politica specifica, legata al territorio, esprimendola attraverso una retorica jihadista. Per questo concentrarsi sulle loro attività concrete – parlando di insurrezioni jihadiste piuttosto che di jihadismo – aiuta a comprenderne meglio intenti e portata. Dove l’economia si basa sulla pastorizia, questi gruppi hanno tentato di controllare le rotte della transumanza; dove il territorio è ricco di minerali, sono maggiormente orientati verso l’attività estrattiva. Nel Sahel il conflitto è il pretesto ideale per ridisegnare le gerarchie politiche a partire da tentativi di espansione economica. Ed è anche per questo che risulta limitante ragionare solo in termini “strategici”, immaginando una mente centrale che pianifica ogni mossa. Ciò che accade, spesso, si sviluppa a partire da contingenze locali.

Esistono poi differenze significative tra le diverse formazioni: JNIM utilizza la violenza in maniera tendenzialmente più limitata, contenendo gli abusi sui civili, mentre lo Stato Islamico commette azioni più efferate. Le differenze emergono anche sul piano della governance nei territori controllati. JNIM – e il nucleo centrale di Al-Qaeda in generale – mostra una maggiore propensione verso l’unitarietà e un’attitudine rivoluzionaria che lascia spazio a un maggior rispetto verso i rappresentanti dell’autorità tradizionale. Questo emerge con chiarezza nella gestione delle aree di pascolo comune e nei terreni di coltivazione. Si tratta di misure definite a livello tradizionale da un centinaio di anni, con specifici diritti “di relazione” stabiliti tra le diverse classi sociali. Il risultato è una via di mezzo tra tradizioni locali e norme di comportamento jihadiste. Lo Stato Islamico, che controlla la regione di Tillabéri e l’area di frontiera tra Mali e Niger, segue un modello diverso, ispirato a quello applicato in Iraq tra il 2014 e il 2016, con poca concessione all’integrazione di norme consuetudinarie locali .

 

In meno di un mese, in Siria, tra il 27 novembre e l’8 dicembre 2024, l’offensiva guidata da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ex gruppo d’opposizione armata di orientamento islamista, condusse al rapido sfaldamento del regime di Bashar al-Assad e consegnò il Paese a un governo di transizione – tuttora al potere – guidato proprio dalla formazione ex-jihadista. Ritiene verosimile che i gruppi attivi nel Sahel puntino a un percorso di progressiva istituzionalizzazione, sul modello di quanto attuato da HTS?

Edoardo Baldaro: Non siamo in grado di stabilire cosa accadrà, ma i recenti stravolgimenti in Mali hanno spinto alcuni osservatori a tracciare parallelismi tra il caso siriano e il Sahel. Un elemento di continuità effettivamente c’è: tra i gruppi fondamentalisti esiste uno scambio frequente all’interno di un network piuttosto lasco, in cui si osservano e imparano l’uno dall’altro sul piano politico, strategico e militare, come dimostra la diffusione dei droni, ormai utilizzati trasversalmente dalle fazioni jihadiste. L’esperienza siriana, in questo senso, offre uno spunto specifico: con un repentino cambio d’immagine, attori che fino al giorno prima erano considerati dalla Casa Bianca dei pericolosi terroristi, sono stati facilmente accolti dalle istituzioni occidentali. La parabola di HTS ha spostato l’orizzonte del possibile e questo riguarda in qualche modo anche i gruppi armati africani.

Nel Sahel, tuttavia, la situazione varia da Paese a Paese. Il Mali è lo scenario più significativo. Iyad ag Ghali, leader del JNIM, combatte da anni per l’indipendenza dell’Azawad, l’area a nord del Paese, e ha mantenuto una certa coerenza nei propri obiettivi. La nuova alleanza stipulata dai jihadisti di JNIM e dal Fronte di Liberazione dell’Azawad – quest’ultimo composto da tuareg laici – unisce strutture comunitarie, sociali e politiche diverse e rappresenta la base per una coalizione più ampia. L’offensiva del 25 aprile 2026 è un chiaro tentativo di abbattere la giunta militare che governa il Paese dal 2021. Ma poiché il gruppo non è abbastanza consolidato per controllare la capitale Bamako, la strategia scelta è quella del caos. Difatti, i ribelli intendono sfruttare le spaccature esistenti per provocare un sollevamento popolare più ampio e creare un vuoto politico in cui inserirsi come interlocutore legittimo. A questo scopo, però, servirebbe il riconoscimento politico di altri Stati: una volta ottenuto, tutte le possibilità si aprirebbero davvero, senza il rischio di un nuovo intervento internazionale.

 

L’analogia con la Siria ci consente di analizzare un altro aspetto di grande rilevanza per il contesto saheliano: il peso – militare ma non solo – esercitato dagli attori esterni. Dalla Cina alle monarchie arabe del Golfo, dalla Turchia fino ai reparti paramilitari russi dell’Africa Corps (ex Gruppo Wagner), le potenze che influenzano gli Stati del Sahel sono molteplici. Qual è il loro ruolo effettivo e come si inseriscono nelle dinamiche di scontro regionale? 

Edoardo Baldaro: Da oltre quindici anni, l’Europa – in particolare la Francia – è tra i principali partner economici della regione, ma non è l’unica. La Federazione Russa si è affacciata nel Sahel già nel 2016 e il Mali è stato il primo Paese a introdurre gli Africa Corps nella regione. Prima del 25 aprile 2026 si ipotizzavano divisioni sempre più marcate all’interno della giunta nei confronti dei combattenti russi, che chiedono compensi molto elevati per i propri servizi. Essendo stati probabilmente loro, però, ad aver salvato la vita al Presidente Assimi Goïta, bloccando l’avanzata dei ribelli jihadisti nel Nord, i rapporti si sono subito ricomposti. Il Mali, nel frattempo, sta lanciando segnali chiari durante gli incontri informali con gli altri attori internazionali, in particolare verso i diplomatici europei, per offrire loro una finestra di opportunità per rientrare con maggiore stabilità nel Paese – non a caso l’iniziativa EUCAP Sahel, un insieme di missioni civili dell’Unione Europea nate per formare, consigliare e rafforzare le forze di sicurezza interna nella regione del Sahel africano, restano attive. Gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia, invece, si sono insediati soprattutto attraverso le forniture di armi a sostegno dei governi locali. Il modello più interessante, in questo momento, è probabilmente quello turco: i droni Bayraktar, ambiti da tutte le giunte africane, offrono la possibilità di proiettare la propria capacità militare sull’intero territorio nazionale, cosa che normalmente i governi da soli non riescono a fare.

Nonostante la presenza significativa di attori esterni, non credo si possa parlare di un nuovo scramble for Africa, quanto piuttosto di una marketization dei partenariati internazionali – definizione che, al contrario della prima, pone l’accento sull’effettiva agency degli Stati africani: esiste una dinamica di moltiplicazione dell’offerta che gli attori locali hanno imparato a gestire a proprio vantaggio. Le influenze in Sahel non sono un gioco a somma zero, perché i governi non hanno interesse a scegliere tra i diversi interlocutori, ma preferiscono l’alternanza e la diversificazione: più partner ci sono, più possibilità emergono, più risorse si possono generare. In questo senso gli Stati saheliani sono i veri vincitori. Questa logica di mercato, del resto, non riguarda solo l’Africa, ma è subentrata nei partenariati politici, diplomatici e securitari globali, il che rende sbagliato ridurre il continente a un terreno di competizione tra imperi. La Repubblica Centrafricana ne è un esempio chiaro, avendo diversificato le proprie relazioni internazionali: i russi fanno da guardia pretoriana del presidente, mentre i francesi ne addestrano le forze armate. Il Ciad è un altro caso interessante: per riuscire a controllare interamente il proprio territorio, lo Stato ha accettato di ospitare basi aeree militari francesi.

 

Lo spazio informativo riservato agli sviluppi politici africani all’interno dei media italiani si è progressivamente ridotto, con l’effetto diretto di appiattirne le complessità e di ridurre l’Africa talvolta a un “serbatoio di migranti” diretti verso le coste europee, talvolta a un “gigante in ascesa”. Nel corso della seconda metà del Novecento, la maggiore esposizione politica ed economica italiana nel Mediterraneo consentiva un confronto più diretto con gli sviluppi politici e sociali dei Paesi africani, in una concezione di “Mediterraneo allargato”. Come è evoluto questo stesso concetto e, più in generale, il racconto del continente africano nel nostro sistema informativo?

Edoardo Baldaro: Di questo tema mi sono occupato recentemente insieme al collega Luca Raineri in un lavoro pubblicato sulla rivista Geopolitics, con una prospettiva critica. Il concetto di “Mediterraneo allargato” nasce negli anni Ottanta all’interno della Marina Militare e inizia ad affermarsi a partire dagli anni Dieci del Duemila, prima nelle strategie del Libro bianco del Ministero della Difesa del 2015 e successivamente nelle linee programmatiche del Ministero degli Affari Esteri. Nel dibattito pubblico e politico, tuttavia, il termine entra nel linguaggio comune soprattutto come strumento per allontanare il problema migratorio attraverso l’esternalizzazione delle frontiere, in concomitanza con la chiusura dell’operazione Mare Nostrum nel 2014. Questa lettura si è poi consolidata nel 2017, quando l’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti sigla gli accordi con la Libia, aprendo la strada all’istituzione dei centri di detenzione sulle coste nordafricane. Ciò che emerge è che il “Mediterraneo allargato” rappresenta un immaginario geopolitico piuttosto vago, poiché dotato di significati differenti a seconda del periodo storico. Un’ambiguità che ha raggiunto il culmine con la proposta del governo Meloni di superare l’espressione a favore di un ancor più indefinito “Mediterraneo globale”.

Questa stessa indeterminatezza si ritrova nel modo in cui l’interesse italiano per l’Africa è cambiato nel tempo, tornando ad esempio a crescere tra il 2008 e il 2011, per due ragioni principali: la prima, economica, legata alla ricerca di nuovi mercati di sbocco; la seconda, migratoria, focalizzata sul contenimento di quella che sarebbe stata poi ribattezzata, in senso emergenziale e spregiativo, “crisi dei migranti”. Con lo scoppio della guerra su larga scala in Ucraina e la conseguente rottura dei legami energetici con la Russia, l’Africa è diventata anche un nodo strategico per l’approvvigionamento di risorse, ma la sicurezza migratoria rimane il vero baricentro della proiezione italiana ed europea verso Sud. È proprio questa logica di contenimento avanzato a spiegare, ad esempio, la missione militare italiana in Niger. Non potendo arrestare strutturalmente i flussi migratori, l’azione politica si limita a respingerli sempre più lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica nazionale. Una narrazione incentrata sulla minaccia securitaria che si presta a essere capitalizzata a fini di consenso interno. Si dice spesso che la politica estera di Roma sia guidata dalla “teoria dei tre cerchi”, mutuata dalla visione di Winston Churchill della politica estera britannica: il cerchio europeo, quello atlantico e quello mediterraneo. In questo schema, il mare nostrum resta l’unico spazio di autonomia strategica per l’Italia. È all’interno di questo perimetro che si spiegava, in passato, la scelta dei governi di coltivare relazioni privilegiate con il popolo palestinese e, più in generale, con il mondo arabo e la Libia. Oggi l’Italia rivendica una rinnovata centralità geopolitica nell’area, proiettandovi anche le proprie ambizioni di snodo per il commercio internazionale.

Scritto da
Antonio Francesco Di Lauro

Redattore di «Pandora Rivista», laureato in Scienze Politiche – ramo Relazioni internazionali all’Università di Bologna. Ha partecipato al corso 2024 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Luca Oggionni

Studia Scienze politiche alla Scuola Normale Superiore a Firenze. Laureato in Sviluppo e cooperazione internazionale all’Università di Bologna, si interessa di economia politica e studi sull’Africa. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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