Recensione a: Lea Ypi, Dignità, traduzione di Elena Cantoni, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 368, 19 euro (scheda libro)
Scritto da Stefano Dal Canto
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Quando ripensiamo a un episodio del nostro passato, ci sembra di entrare in un universo di ricordi compatto e cristallino, oppure dobbiamo ricostruirne i contorni sfumati con l’aiuto dell’immaginazione? E, nella seconda opzione, come possiamo districare i dettagli effettivamente vissuti da quelli prodotti dalla nostra fantasia e mescolati ai primi come intrusi?
Il romanzo Dignità della filosofa e saggista albanese Lea Ypi, pubblicato nel 2025 con il titolo Indignity. A Life Reimagined ed edito in Italia da Feltrinelli nel 2026, perlustra il poroso confine tra memoria e immaginazione. Al tempo stesso, ci consegna uno spaccato suggestivo su uno dei capitoli di storia novecentesca meno noti al grande pubblico: le conseguenze prodotte nella regione balcanica e nel Mediterraneo orientale dai grandi traumi del secolo scorso, che normalmente siamo abituati a considerare da una prospettiva più centro e nord-europea. In tale contesto, la riflessione sulla memoria si lega a doppio filo con le possibilità di immaginare un futuro migliore, diventandone in un certo senso la premessa logica.
L’autrice, docente di teoria politica presso la London School of Economics, è anche la narratrice in prima persona. Dopo aver visto comparire sui social media una misteriosa fotografia della nonna defunta cui era stata molto legata, raffigurante un episodio della vita passata di cui era completamente all’oscuro, decide di lanciarsi nell’attività che andrà a costituire l’impianto narrativo del libro: la ricerca spasmodica di risposte tra gli archivi storici, polizieschi e anagrafici di mezza Europa, alla maniera di una quest cavalleresca, per scoprire la verità sul passato della propria famiglia, che poi è anche il passato dell’Albania.
Tra Salonicco e Tirana, tra realtà e finzione
In questo caso, il motivo dell’analogia tra la storia di una famiglia e la storia di un Paese o di una comunità risiede nel fatto che gli antenati di Ypi hanno effettivamente ricoperto incarichi di primo piano nelle entità politico-amministrative che si sono succedute nella regione, quindi, tanto l’Impero ottomano, quanto il giovane Stato albanese che sarebbe nato dalla sua disgregazione.
La nonna Leman era discendente di una potente famiglia di etnia albanese insediata a Salonicco (poi annessa al Regno di Grecia come Tessalonica), dove il capofamiglia deteneva il ruolo di pasha, un potente funzionario alle dipendenze dirette del Sultano turco; il nonno Aslan, marito di Leman, era invece figlio del Primo ministro Xhafer Ypi, figura pubblica di primo piano della politica albanese e facilitatore dell’annessione al Regno d’Italia durante il fascismo. Queste radici così illustri furono la ragione per cui la famiglia venne invece ridotta in rovina dopo la sconfitta del nazifascismo e l’affermazione di una dittatura comunista sotto la guida di Enver Hoxha.
Sul piano narrativo, questi eventi non vengono riportati in modo lineare, ma attraverso una temporalità ricorsiva e frammentata. Inoltre, a livello puramente formale, l’opera si presenta come un mosaico di elementi eterogenei che alterna documenti storici riportati dagli archivi nella loro interezza (come lettere private e rapporti di spionaggio prodotti sotto il regime) a parti narrative tipiche di un romanzo realistico di finzione, come L’educazione sentimentale di Flaubert o I promessi sposi di Manzoni. Tuttavia, queste parti non possono essere considerate completamente frutto dell’invenzione, dal momento che riguardano episodi tratti dalla vita quotidiana degli antenati dell’autrice e, al contempo, contengono una quantità di dettagli circa la loro vita privata ed emotiva da risultare non così inverosimili.
La ricerca dell’autrice funge da cornice entro cui queste scene si innestano come schegge provenienti dal passato, con un effetto quasi cinematografico. Il risultato è un certo disorientamento: proprio perché alternate a documenti scritti provenienti dagli archivi, non è dato sapere se queste scene siano state inventate dall’autrice, se le stia ricostruendo sulla base delle fonti consultate, o se si stia limitando a riportare in forma narrativa storie ascoltate da bambina. In altre parole, non sappiamo se stia riempiendo i vuoti della documentazione archivistica con la propria immaginazione o con fatti realmente accaduti.
Questo metodo ricorda l’autofiction, un genere letterario estremamente diffuso nella narrativa contemporanea e da molti considerato emblematico della nostra condizione postmoderna. Una categoria di opere in cui l’autore dichiara di raccontare la propria vita come in un’autobiografia, alterando però dei dettagli fondamentali e rompendo il patto di fiducia con il lettore che tradizionalmente distingue le opere di finzione da quelle a impianto realistico. Anche qui ci troviamo di fronte a una commistione tra scrittura biografica e fiction, con la differenza cruciale che nel romanzo di Ypi la biografia non riguarda (soltanto) l’autrice in sé, quanto soprattutto la sua famiglia.

La fotografia dei nonni di Lea Ypi che ha dato il via alla ricerca.
A livello geografico, i fatti narrati si svolgono attraverso uno spazio estremamente ampio che arriva a comprendere anche Roma, dove l’autrice stessa ha vissuto in qualità di studente della Facoltà di filosofia dell’Università la Sapienza. Tra l’altro, il libro sviscera in modo analitico il rapporto osmotico tra l’Italia e l’Albania fin dalla nascita del “Paese delle Aquile”, calato nella sfera di soft power del Regno d’Italia prima e della Repubblica italiana poi. In questo modo, Ypi smantella ogni pretesa di linearità preferendo una complessa architettura di balzi nel tempo e nello spazio. Infine, il complesso gioco di rimandi e stratificazioni si estende anche al piano linguistico, con l’inserimento di termini e frasi in molteplici lingue, dall’albanese al greco antico e moderno, e poi l’italiano e il francese.
Una pluralità linguistica che riflette sul piano formale la pluralità culturale rappresentata, ma che deve anche aver dato non poco filo da torcere alla traduttrice Elena Cantoni, che gestisce tale ricchezza con generale disinvoltura. Solo la scelta del titolo lascia aperto qualche interrogativo, dal momento che non riesce a comunicare lo spessore della negazione che l’autrice aveva anteposto al sostantivo dignità nella versione in lingua inglese, e che apre la strada a un interrogativo cruciale: la dignità può essere negata?
Un’altra espressione della temporalità labirintica trova poi concretizzazione nella descrizione suggestiva dei processi di modernizzazione che coinvolgono la capitale Tirana, intesi come simbolo della modernità tecnologica e istituzionale che invade l’Albania rurale di inizio Novecento. Le vie del centro con i primi palazzi a più piani, tra i quali passano gli allevatori di bestiame, i primi burocrati e i ricchi turisti occidentali, ricordano per la vividezza certi passaggi di Cent’anni di solitudine di García Márquez e in generale tutte quelle opere che, a prescindere dalle specificità del genere letterario di riferimento, si confrontano con il tema della modernizzazione e dell’occidentalizzazione del proprio Paese.
La peregrinazione come anello di congiunzione tra registro biografico-personale e storico-collettivo
Ed è così che il lettore viene messo di fronte a passaggi storici strazianti, sicuramente noti, osservati da una prospettiva decentrata rispetto a quella tradizionale centro e nordeuropea: il crollo dell’Impero ottomano e l’ascesa del paradigma dello Stato-nazione in una regione che aveva sempre seguito altre logiche di organizzazione politica e culturale, da cui lo sradicamento e ricollocamento di interi popoli; poi le due Guerre mondiali e la Shoah, che coinvolge anche la comunità sefardita di Salonicco che fino ad allora era stata una vibrante realtà cosmopolita, per questo soprannominata Salonique la magnifique; infine, si fa accenno ai disordini nei Balcani del secondo dopoguerra e all’assorbimento dell’Albania in quel blocco geopolitico che sarà contrapposto all’Alleanza atlantica durante la Guerra Fredda.
La coppia Lea-Leman (l’autrice e sua nonna) produce un fitto gioco di echi e rispondenze che guidano il lettore come un fil rouge attraverso il labirinto di una memoria storica così tortuosa. Da ciò consegue che l’impianto narrativo, costruito sulle peregrinazioni di Ypi tra le sponde delle informazioni disponibili attraverso i mari di silenzi che caratterizzano gli archivi storici, salda il dato biografico e quello collettivo in una cornice unitaria.
Inoltre, l’autrice ha l’occasione di sottolineare una nota metodologica fondamentale che in questo caso è anche sostanza, ossia il principio che la realtà non è quasi mai accessibile in quanto tale, ma solo attraverso le informazioni di cui disponiamo. Il portato epistemico di ciò, ossia relativo al modo in cui conosciamo il mondo, si lega a ovvie conseguenze di ordine ontologico ed etico: se non è mai possibile conoscere la realtà in quanto tale, ma solo ciò che appare come tale, ne consegue l’esigenza di evitare di cristallizzarsi all’interno di una visione del mondo univoca che impedisce di dialogare con altre persone che abitano il presente.
È un contesto in cui i facili giudizi morali formulati da una prospettiva privilegiata lasciano il posto a una riflessione sulla responsabilità individuale e sulla difficoltà di compiere le proprie scelte in circostanze che ne limitano la libertà. Una difficoltà che riguarda tutti, da chi ricopre le più alte cariche dello Stato a chi, sotto un regime dittatoriale, cerca faticosamente di portare avanti la propria esistenza senza rinunciare alla propria dignità. È proprio a questa tensione che rimanda il titolo del libro.
Alla luce di tale contesto prende forma la domanda fondamentale dell’opera: se ricordare e immaginare sono processi inestricabili, gettare nuove prospettive sul passato può contribuire ad aprire possibilità di futuro? In altre parole, imparare a ricordare può servire a tracciare nuovi percorsi di speranza, anche nel caso di un’eredità così dolorosa? Il tema del ricordare nel tempo presente può essere concepito come una responsabilità di cui una comunità è attivamente investita, al di là delle facili rivendicazioni e della memoria statica che paralizza?
Il ruolo della memoria nella società contemporanea e la risposta etica di Lea Ypi
La nostra società intrattiene nei confronti della memoria un rapporto contraddittorio. Da una parte, siamo circondati da analisi sull’importanza di coltivare la memoria di certi eventi e processi storici, date del calendario associate alla celebrazione o commemorazioni di determinate ricorrenze, ma anche da tentativi di alterare la percezione di certi capitoli del passato per produrre un cambiamento nel presente; a ciò si aggiungono i moderni dispositivi di archiviazione, che rendono possibile un rapporto con il passato caratterizzato da una precisione e un’abbondanza di fonti disponibili che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate impensabili. Dall’altra, come rilevato dal filosofo statunitense Edward S. Casey in Remembering (Indiana University Press 1987), con particolare riferimento alla prefazione contenuta nella seconda edizione del 2000, non siamo mai stati così digiuni di quelle che potremmo definire pratiche collettive di memorizzazione: sempre più raramente impariamo poesie a scuola o seguiamo l’esempio dei nostri genitori nell’apprendimento di un mestiere, secondo saperi e gesti tramandati di generazione in generazione. Pratiche che per giunta risultano spesso cruciali nella trasmissione della cosiddetta memoria culturale (si vedano, a questo proposito, gli studi di Astrid Erll) e nella formazione dell’identità collettiva di una certa comunità.
La nostra percezione del presente dipende dunque dalla definizione di memoria che adottiamo: se la concepiamo come il richiamo mentale di eventi passati, confinato a una dimensione virtuale e cognitiva, oppure come un’esperienza pratica e incarnata, alimentata nel tempo dalle relazioni e dagli scambi interpersonali. A seconda della prospettiva adottata, potremo dunque sostenere, da un lato, che non siamo mai stati così digiuni di memoria e, dall’altro, che non ne abbiamo mai avuta così tanta.
Negli ultimi decenni alcuni processi socioculturali sono stati caratterizzati da una forte accelerazione che ha prodotto profondi mutamenti nel rapporto con gli altri e con la memoria collettiva rispetto alle culture contraddistinte da una forte tradizione orale. Come abbiamo visto, anche le strategie narrative adottate dall’autrice dimostrano di partecipare al clima del proprio tempo, proponendo una storia accessibile soltanto attraverso frammenti e che non può mai essere ricomposta nel suo disegno originario. Al tempo stesso, però, l’autrice sembra guardare a questa condizione con un atteggiamento sorprendentemente positivo. Il romanzo suggerisce infatti che la ricostruzione integrale della storia a partire dagli elementi disponibili non costituisca un obiettivo prioritario, né tantomeno il suo fulcro tematico. Ypi sembra piuttosto riporre un’enorme fiducia nella possibilità che l’immaginazione contribuisca a colmare i vuoti e a sanare le ferite della memoria storica. Questa fiducia si traduce infine in una spiccata inclinazione alla solidarietà e all’aiuto reciproco, esemplificata con particolare efficacia nelle pagine finali del libro.