“1948. Gli italiani nell’anno della svolta” di M. Avagliano e M. Palmieri
- 10 Settembre 2018

“1948. Gli italiani nell’anno della svolta” di M. Avagliano e M. Palmieri

Recensione a: Mario Avagliano e Marco Palmieri, 1948. Gli italiani nell’anno della svolta, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 452, 25 euro (scheda libro)

Scritto da Marcello Reggiani

7 minuti di lettura

Le campagne elettorali sono sempre momenti centrali nella vita politica di uno stato democratico: le varie opzioni di governo del Paese si confrontano davanti alla popolazione, con il loro corollario di programmi in campo politico, economico, sociale e internazionale. La competizione si sposta dalle aule del Parlamento ai comizi nelle piazze, e vengono al pettine molti nodi che definiranno gli equilibri di una legislatura e, in alcuni casi, anche ben oltre.

Il libro di Avagliano e Palmieri ricostruisce dettagliatamente il percorso e le caratteristiche del cosiddetto «anno della svolta», il 1948, caratterizzato principalmente da quel voto del 18 aprile che contribuì in maniera sostanziale a delineare gli equilibri politici, gli attori principali e il posizionamento nella realtà internazionale di tutto il secondo dopoguerra italiano.

Riguardo a quel periodo fondamentale la storiografia è ormai abbastanza consolidata nei suoi elementi principali: la parte del leone la gioca indubbiamente il convitato di pietra di queste elezioni, la neonata «guerra fredda» che costruisce i due blocchi contrapposti ed obbliga ad una scelta di campo, sotto l’orbita statunitense o sovietica. Strettamente connessa a questo macro-tema, risalta anche una dimensione più specifica e concreta, cioè il problema dell’accettazione o meno gli aiuti del piano Marshall – in un’ottica di ricostruzione capitalistica «a guida, immagine e somiglianza dell’economia statunitense» (p. 151). A questo bisogna anche aggiungere il trauma del colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia, che rende più concreti i timori, già espressi dalla propaganda anticomunista, che una vittoria delle sinistre porti ad una sovietizzazione del Paese e un suo asservimento all’Urss.

Al di sotto ed accanto a questo elemento troviamo caratteristiche più specificatamente legate al contesto nazionale: la netta contrapposizione politica ed ideologica tra i due grandi partiti di massa italiani, la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi ed il Partito comunista di Palmiro Togliatti – unito insieme al Partito socialista nel Fronte democratico popolare, dopo l’esperienza dei governi di unità nazionale e il compromesso costituzionale; l’attiva iniziativa, dalle grandi disponibilità organizzative e materiali, della Chiesa cattolica a supporto della Dc; l’influenza dello scontro politico sul neonato sindacato unitario, che porterà alla scissione delle componenti cattoliche e socialdemocratiche di CISL e UIL; l’irrisolta questione di Trieste, centro di un contenzioso diplomatico tra l’Italia e la Jugoslavia di Tito, così come il problema dei prigionieri militari ancora in mano dell’URSS.

Il volume ripercorre tutti questi elementi, sistematizzandoli entro un’unica narrazione compatta. Suo merito essenziale non riguarda pertanto l’acquisizione di nuovi schemi interpretativi (su cui torneremo) quanto più sul focus che si sposta da una visione ex post – in cui il senso comune è generalmente abituato a confrontarsi con l’inevitabilità di un fatto storico – ad una cronaca che segue passo per passo gli sviluppi: come ogni evento infa48tti, il risultato elettorale non poteva assolutamente dirsi scontato: esso fu il frutto di tutta la serie sopra richiamata di circostanze esterne ed interne al panorama nazionale in cui l’elemento che più salta agli occhi di un lettore di oggi sembra essere un sentimento di fibrillazione e attesa partecipata diffuso in maniera trasversale in tutta la penisola, richiamato grazie al numeroso e variegato repertorio di fonti utilizzate:

«L’intensità – dicono gli autori nella breve introduzione – con cui gli italiani seguirono le vicende politiche del 1948 si spiega anche alla luce della radicale mobilitazione politica degli anni precedenti, dapprima sotto il regime fascista […] e successivamente nella lotta per la liberazione e la guerra civile. In questa fase, tra l’altro, la militanza e la mobilitazione politica avevano coinvolto irreversibilmente anche ambiti fino ad allora pressoché esclusi, come i giovanissimi e le donne, innescando un processo di emancipazione politica che troverà poi riscontro nell’introduzione del suffragio universale» (p. 9).

Il 1948 e la Repubblica dei partiti

Quello che le elezioni del 1948 confermano e consolidano è il sistema della cosiddetta «Repubblica dei partiti» (secondo la fortunata definizione di Pietro Scoppola), in cui i grandi partiti di massa iniziano ad affermarsi sul territorio e a porsi come organizzazioni onnipresenti e tentacolari che mediano il rapporto tra la società civile e le sedi del potere politico: la Democrazia cristiana, con il 48,5% dei suffragi, supera di 13 punti percentuali il risultato di due anni prima; il Fronte popolare, con il 31%, perde invece ben 8 punti rispetto alla somma dei voti ottenuti separatamente dal Partito socialista e dal Partito comunista, ma registra un miglioramento di quest’ultimo. I due partiti principali schiacciano agli estremi della competizione le altre ali dello schieramento politico, aiutati in questo non soltanto dalla maggiore forza organizzativa, ma anche dalle strategie stesse dei partiti in gioco (dalla confluenza dei voti della destra sulla DC in funzione anticomunista allo spostamento dei voti dal PSI al partito scissionista di Giuseppe Saragat) e soprattutto dalla martellante propaganda.

Lo studio della propaganda presentato da Avagliano e Palmieri evidenzia infatti l’acquisizione di consapevolezza dei protagonisti della campagna elettorale a proposito della necessità di una comunicazione politica efficace e rispondente ad un clima di forte tensione politica e di decisioni capitali sul futuro del paese: esempio più chiaro è fornito dalla Spes, il centro di propaganda della Dc, che produce alcuni dei manifesti più famosi della storia della competizione elettorale in Italia, riportati anche all’interno del libro, e che costringe di conseguenza gli organi del Fronte popolare – inizialmente più propensi ad una campagna per cercare coinvolgimento sul piano razionale più che su quello emotivo – a rincorrere l’agguerrita compagine anticomunista sulla via dello slogan, della semplificazione, della demonizzazione dell’avversario, che caratterizza a chiare lettere questa campagna.

A soffiare sul fuoco della divisione concorre la Chiesa cattolica, unica istituzione nel panorama italiano ad essere uscita senza pesanti scossoni dalla passata connivenza con il fascismo. Facendo ricorso a tutto il suo potere organizzativo e simbolico (dal Radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1947, in cui si afferma «Per Cristo o contro Cristo», passando per le omelie di vescovi e sacerdoti, fino all’utilizzo in chiave politica della Peregrinatio Mariae), essa entra a pieno titolo nella competizione elettorale, grazie soprattutto all’iniziativa – ufficialmente separata ma con obiettivi coincidenti con la DC – dei Comitati Civici fondati dal dirigente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda. Un’iniziativa tanto efficace da essere considerata dai due autori uno degli elementi principali che concorsero all’inaspettato trionfo della Democrazia cristiana al conteggio dei voti.

Anche gli USA di Truman hanno un occhio di riguardo sulla competizione in Italia, e si schierano apertamente per una vittoria della Democrazia cristiana, minacciando per bocca dello stesso segretario di Stato George Marshall l’interruzione degli aiuti statunitensi in caso di risultato contrario. Le fonti attentamente riportate dagli autori, che vanno dalle lettere della comunità italo-americana ai report riservati dell’ambasciata e del National Security Council che indicano le diverse prospettive (tra cui soluzioni autoritarie) in caso di vittoria del PCI alle elezioni rappresentano il primo manifestarsi di quel nesso nazionale-internazionale che tanta centralità avrà nella storia politica successiva, dal dibattito sull’integrazione europea agli anni del «compromesso storico» e della «solidarietà nazionale».

Democrazia bloccata

Questo fondamentale aspetto della guerra fredda in Italia, cioè la messa in equilibrio tra uno schieramento dell’Italia nel blocco atlantico (che verrà ribadito con l’ingresso nella NATO l’anno successivo) e la presenza “legittima” del più grande partito comunista d’Europa, dà vita a quella particolare caratteristica del sistema politico italiano che ha assunto molti nomi nella pubblicistica (dal bipartitismo imperfetto di Giorgio Galli al multipartitismo polarizzato di Giovanni Sartori) e che i due autori del volume chiamano «democrazia bloccata»: elemento che accomuna tutte queste definizioni – salvo differenze anche notevoli su altri punti – è l’impossibilità per il PCI (ma, come si vedrà nel corso delle manifestazioni contro il governo Tambroni del luglio 1960, anche per il MSI) di condividere le responsabilità di governo del Paese e di dare vita ad un’alternanza democratica del potere.

Questa conventio ad excludendum trova la sua prima e importante manifestazione in occasione di un evento raccontato con dovizia di particolari da Avagliano e Palmieri, cioè l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948.

Come non dimenticano di ricordare i due autori, l’infelice coincidenza di un articolo del direttore de «L’Umanità», Carlo Andreoni che chiede al governo di «inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici, e per inchiodarveli non metaforicamente» e il tentato omicidio operato da Antonio Pallante il 14 luglio, se ovviamente non implica assolutamente l’esistenza di un piano preordinato di eliminazione del leader del PCI, evidenzia comunque la presenza di tendenze violente ancora non sopite nell’Italia uscita dalla guerra civile, fomentate dall’aggressività dei toni della campagna elettorale appena conclusa.

Le giornate di luglio, con scioperi, manifestazioni e scontri a fuoco, mettono in luce l’esistenza, se non di un vero e proprio «Piano K» (che i due autori giustamente non possono dimostrare alla luce dei documenti ad oggi disponibili), quantomeno di una frangia radicale piuttosto influente del gruppo dirigente comunista, guidata dal responsabile organizzativo Pietro Secchia, non pienamente convinta della linea adottata da Togliatti per un mantenimento del partito all’interno delle regole del gioco democratico. E allo stesso modo questi eventi denotano la consapevole ed implicita accettazione della logica dei blocchi da parte del vertice del PCI, nel momento in cui senza esitazioni questo cerca di disinnescare la rivolta; una logica che solo più diversi anni dopo si proverà, senza successo, a superare.

Dall’altra parte però, a dare un valore concreto alla conventio ad excludendum, troviamo Scelba che nelle sue memorie afferma: «E io, che a quel piano non ho mai creduto, mi comportai come se effettivamente ci fosse. Perciò adottai le mie contromisure, sulle quali ritengo di dover mantenere ancora il riserbo» (cit. p. 223). L’epurazione preventiva della polizia di ex partigiani comunisti, la creazione dei reparti mobili della Celere, l’utilizzo consapevole e a tratti spregiudicato della legislazione fascista in materia di arresto e detenzione, nonché la costruzione della rete di superprefetti, danno nel corso del 1948 la prima dimostrazione di forza degli organi dello Stato per costituire poi, negli anni successivi, il principale strumento di repressione del conflitto politico e sociale, in quelli che nella memorialistica comunista verranno ricordati poi come i «duri anni Cinquanta», per non parlare della costruzione di reti clandestine di controinsurrezione delle Forze Armate che sullo «sblocco» della democrazia non mancheranno di mettere serie ipoteche.

Prima di concludere, è doverosa una considerazione di metodo. Il tipo di fonte cui i due autori ricorrono maggiormente nel corso della loro esposizione è costituto dai rapporti che periodicamente i prefetti inviano al Ministero dell’Interno, all’interno dei quali viene dato un quadro delle opinioni diffuse nel territorio. Strumenti di controllo dell’epoca liberale, poi sistematizzate negli anni del fascismo, le relazioni prefettizie vengono qui utilizzate per dare una voce ai «senza voce» per antonomasia: la cosiddetta “maggioranza silenziosa”, disinteressata della politica, non militante, tendenzialmente moderata. Avagliano e Palmieri intendono enfatizzare il clima di attesa e di attenzione che si respira in tutto questo anno centrale per la storia italiana, mostrando il riflesso della martellante propaganda sulle aspettative e preoccupazioni della popolazione attraverso il metro di queste relazioni.

Il problema legato a questo tipo di fonti, che in alcune circostanze non viene abbastanza tematizzato, è che sia spesso assai difficile discriminare l’attendibilità delle relazioni: quando i prefetti descrivono una popolazione preoccupata, colpita da un fatto d’opinione, incerta, etc., come hanno reperito le loro informazioni? Che tipo di indagine hanno fatto per capire lo stato d’animo della gente? Sono sempre disinteressate le loro relazioni o finiscono per affermare le loro personali credenze o, ancora, quello che si aspettano che voglia essere letto al Ministero? Quindi forse, più che uno specchio dell’opinione pubblica italiana, questi documenti ci danno più un’idea della cultura delle organizzazioni periferiche dello Stato: il che certo non vuol dire che non possano dare un contributo alla conoscenza della situazione del Paese, ma certo deve essere ricordato come elemento di complicazione della lettura del quadro generale che rimane, in questo modo, forse più sfuggente.

La ricostruzione degli eventi del 1948 fornita da questo volume consente di cogliere le caratteristiche che fanno da sfondo a un periodo lungo e complicato della storia recente del nostro Paese: i nodi non sciolti, le occasioni mancate, i confini stessi entro i quali l’Italia potrà muoversi si delineano proprio nel corso dell’«anno svolta». Un anno in cui, come sempre accade nella storia ma anche nel nostro presente, tutto un insieme di questioni interne, esterne, contingenti e di lunga durata finiscono per concentrarsi in alcuni momenti significativi, come possono essere quelli elettorali, in cui l’unica questione veramente ineludibile è la scelta democratica e popolare, da cui occorre partire per fare i conti con le proprie attese, prospettive e responsabilità.

Scritto da
Marcello Reggiani

Nato a Modena nel 1993. Ha frequentato il corso ordinario in Storia Contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove attualmente svolge un dottorato. Si interessa principalmente della storia del movimento cattolico e di storia sindacale del secondo Novecento.

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