L’abbandono del marxismo nel PSOE
- 17 Marzo 2021

L’abbandono del marxismo nel PSOE

Scritto da Alessandro Berti

11 minuti di lettura

Il 20 novembre 1975 morì Francisco Franco e Juan Carlos di Borbone ascese, secondo la legge franchista del 1969, al vertice dello Stato. Il 18 novembre 1976, con l’approvazione da parte delle Cortes della Ley para la reforma política proposta dal governo di Adolfo Suárez, si avviava in Spagna il processo di transizione dal regime dittatoriale alla democrazia.

La fine del monopartitismo stimolò un quadro partitico complesso. Mentre l’estrema destra non mostrava un’efficace vitalità, a destra l’Alianza Popular (AP) di Manuel Fraga raccoglieva uomini legati al vecchio regime in una sorta di “neofranchismo” apparentemente riformista. Al centro il panorama era dei più ramificati, finché nel maggio del 1977 Suárez diede vita all’Unión de Centro Democrático (UCD), una coalizione di una dozzina di partiti diversi di orientamento cattolico-democratico e moderato-riformista. A sinistra l’antifranchismo era dominato dai due storici soggetti politici. Il Partido Comunista de España (PCE) incarnava unanimemente l’opposizione al regime ma scontava i lunghi anni di repressione e clandestinità, nonché la tardiva legalizzazione, giunta al finire del 1977. I comunisti di Santiago Carrillo fecero due rinunce strategiche per partecipare attivamente al processo. Prima: abbandonarono, a malincuore, la bandiera repubblicana intuendo come la monarchia fosse l’unico solido pilastro istituzionale intorno al quale fosse possibile costruire in sicurezza la democrazia. Secondo: accantonarono l’idea, precedentemente cavalcata, di una “rottura democratica” con ogni forma di resistenza del franchismo e accettarono di dialogare con il governo di Suárez per ottenere una democratizzazione concessa dal potere. Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) di Felipe González e Alfonso Guerra uscì rafforzato dal XIII congresso del 1974 ma scontava le conseguenze strutturali e propagandistiche del lungo esilio franchista. González ritornò in Spagna proponendo, a differenza dei comunisti, una strategia radicale di chiara rottura con il regime, rifiutando i compromessi con il governo e un’alleanza tattica con il PCE[1].

 

L’iniziale radicalismo ideologico

Dal 1974 al 1977 il PSOE si preoccupò principalmente di riorganizzare la struttura partitica interna e di combattere politicamente il PCE per ottenere l’egemonia “a sinistra”. Il congresso del 1974 – l’ultimo in esilio – stabilì l’obiettivo di raggiungere lo stato di diritto e la democrazia attraverso una «ruptura democrática», ovvero lo «smantellamento delle istituzioni franchiste» e il divieto di negoziare la transizione con i settori politici collusi con il franchismo, anche se disposti a riformare democraticamente il regime[2]. Dal punto di vista ideologico si ribadiva il “repubblicanesimo”, l’ “operaismo” e il “socialismo rivoluzionario”; il partito si definiva antimperialista, internazionalista e marxista. Dal punto di vista politico il PSOE si impegnava a lottare per il riconoscimento delle libertà sindacali, politiche, di associazione e riunione, del diritto di sciopero. A livello teorico la pietra angolare della strategia socialista rimaneva la negazione del capitalismo e il rifiuto di qualunque forma di prospettiva riformista o correttiva dello stesso. Ma a livello pratico – e qui il primo germe di ambiguità – il PSOE ambiva ad un “socialismo autogestionario” distante tanto dallo statalismo sovietico quanto dalla socialdemocrazia: mirava alla democratizzazione della produzione come requisito essenziale per la diffusione della democrazia stessa a tutte le sfere della vita sociale e allo Stato di ispirazione keynesiana come valido strumento di pianificazione socialista, anche se non lo strumento esclusivo di trasformazione sociale[3].

I primi problemi nacquero quando dalla teoria congressuale si dovette passare alla prassi politica. Queste dichiarazioni dottrinali e strategiche si scontrarono con la linea operativa e tattica necessaria per vincere lo scontro a sinistra secondo le “regole del gioco” democratico, che si accettava e difendeva. Già nel 1976 era chiaro come fosse necessario un consenso elettorale per attuare tale strategia politica senza minare il processo democratico ancora vulnerabile. Il PSOE iniziò così a giocare la sua partita sul filo dell’ambiguità: da una parte mantenne una linea dura e radicale capace di capitalizzare i voti degli ambienti di sinistra, sia di quelli storicamente fedeli ai principi socialisti che di quelli spaesati per le scelte politiche del PCE, ritenute eccessivamente moderate e accondiscendenti verso il governo; d’altra parte, intavolò i primi dialoghi con i comunisti e con il governo. Alla “ruptura democrática” venne lentamente sostituita la “ruptura negociada”[4].

Nel 1977 la direzione del PSOE persegue sostanzialmente una linea di riforma, ma all’interno del partito è ancora dominante il radicalismo ideologico. A giugno si celebrarono le prime elezioni democratiche dal 1936 in un clima costituente e liberale, ma segnato dall’estrema rivalità fra i due partiti di sinistra. Entrambi abbracciano una propaganda che li allontana dalla propria figura storica per diverse ragioni: adombrare il ricordo traumatico del ’36 esorcizzando le paure di una nuova conflittualità sociale, mostrarsi moderati e modernizzatori, affrancarsi al panorama europeo, avere un profilo utile al dialogo con il governo.[5] In generale, i protagonisti della classe politica condividono due convinzioni che motivano l’impiego di una retorica capace di mostrarsi moderata e al tempo stesso fedele ai propri principi storici. La prima nasce dalla consapevolezza che la riproposizione di istanze ideologiche intransigenti avrebbe condotto a un nuovo fallimento democratico. La seconda si fonda sull’intuizione, profondamente corretta, che gli spagnoli avessero maggiormente a cuore il mantenimento della pace e del benessere rispetto alla difesa di ideali partitici[6]. Percependo con lungimiranza tali aspetti, il PSOE si presentò alle elezioni combinando il programma “massimo”, radicale e rivoluzionario, ad uno “minimo”, riformista e socialdemocratico[7]. Le elezioni del giugno 1977 premiarono le scelte operative dei socialisti: l’UCD ottiene il 35% e così la titolarità del nuovo governo, il PSOE il 29,2%, il PCE il 9%, l’AP l’8%. Gli spagnoli si dichiaravano sia antifranchisti che anticomunisti. Si configurava così un bipolarismo imperfetto fra UCD e PSOE, con due partiti minori a destra e sinistra[8].

 

La svolta moderata

Divenuto una forza di opposizione nazionale, potendo contare su una grande legittimazione e avendo trionfato sull’alternativa comunista, il PSOE iniziò a riflettere su un nuovo piano d’azione per affrontare l’UCD e cooperare al processo di democratizzazione alla luce del nuovo contesto interno. Da una parte, si comprese come la concordia interna fosse tanto un desiderio sociale quanto una necessità istituzionale verso la quale il partito doveva mostrarsi ora pienamente responsabile agli occhi degli elettori. Nel 1977 il processo di transizione non era affatto al sicuro da minacce reazionarie, la crisi economica creava alti tassi di inflazione e disoccupazione, la violenza politica e il terrorismo basco alimentavano il timore collettivo e l’incertezza politica. Il PSOE si dimostrò in questa circostanza disposto a collaborare con il governo Suarez e il PCE, anche se parallelamente non rinunciò allo scontro dialettico ritenuto ancora utile per compattare il proprio elettorato. I principali risultati di tale dialogo furono due: i “patti della Moncloa” dell’ottobre del ’77 permisero un largo programma di riforme per il risanamento della struttura economica; la Costituzione redatta e approvata con referendum nel ’78 rese la Spagna istituzionalmente una democrazia[9].

Se fra governo e opposizioni si aprì già nel 1977 un dialogo dall’alto valore simbolico, il quale vide allo stesso tavolo PSOE, PCE e AP, ossia forze politiche che in passato si erano duramente combattute, lo stesso non avvenne a livello sindacale. Mentre il sindacato comunista Comisiones Obreras (CCOO) dichiarava l’appoggio alla linea moderata e di apertura del PCE, la Unión General de Trabajadores (UGT), storicamente vicina al PSOE, dichiarava pubblicamente il dissenso verso la linea intrapresa dal proprio partito di riferimento, arroccandosi in posizioni ideologicamente radicali e accusando quest’ultimo di “collaborazionismo” e di perseguire una «politica anticlasse, più che interclassista»[10]. In particolare, le misure stabilite dai «patti della Moncloa» – in particolare il blocco del meccanismo di scala mobile dei salari rispetto ai prezzi, l’ampliamento della flessibilità del mercato del lavoro – vennero fortemente criticate dalla base militante e politica dell’UGT, tanto da suscitare delle divisioni fra militanza partitica e sindacale[11]. Tuttavia, nonostante il persistere delle tensioni fra i dirigenti sindacali e partitici, nei primi mesi del 1978 si registrò un riavvicinamento fra l’UGT e il PSOE. A motivare tale ricucitura furono le elezioni sindacali dello stesso anno. Infatti, l’UGT decise di affrontare la sfida elettorale in pieno spirito di rivalità con il sindacato comunista CCOO, una strategia che richiedeva l’appoggio logistico e propagandistico del PSOE[12].

Nel 1979 si riapriva la competizione elettorale, ponendo il PSOE di fronte a nuove scelte operative. Per vincere era necessario non soltanto combattere a sinistra il PCE, ma anche al centro l’UCD. E non solo: perseverare con una linea teorico-strategica marxista radicale addolcita da una moderazione pratico-tattica poteva rivelarsi controproducente di fronte alla domanda elettorale di benessere e concordia. In tal senso, il partito di González, ancora incapace di ristrutturarsi ideologicamente al suo interno, si presenta al nuovo appuntamento con un programma pienamente socialdemocratico, privo di proposte “sovversive”, ma propagandato da una retorica “militante”[13]. I risultati elettorali sono positivi, ma non sanciscono la vittoria auspicata dalla dirigenza: l’UCD raggiunse il 35%, il PSOE il 30,5%, il PCE l’11%, l’AP scivolò al 6%. Aver intavolato fitti dialoghi con il governo centrista e moderato il linguaggio politico non fu sufficiente. A penalizzare i socialisti fu quell’ambiguità fra programma e retorica che dal 1974 non erano ancora riusciti ad eliminare, e che fu sfruttato dagli ambienti centristi e conservatori per dipingerli pubblicamente come un potenziale fattore di disordine politico e sociale[14].

 

Abbandono del marxismo

González e Guerra compresero come tale ambiguità fosse il principale ostacolo al loro trionfo politico. Inoltre, nel 1979 le ragioni per dichiararsi marxisti perdevano forza in favore delle pretese dichiarazioni socialdemocratiche e progressiste. In primo luogo, l’ondata di ottimismo ed euforia internazionale proveniente dalle nuove generazioni si infrangevano contro la svolta conservatrice e neoliberista. In secondo luogo, non si rivelava più utile per combattere il franchismo reazionario e rivaleggiare con l’alternativa comunista. Infine, nel 1974 il marxismo aveva offerto un facile filtro di analisi strategico a un partito destrutturato, ma ora il PSOE richiedeva esattamente il suo abbandono per raggiungere gli obiettivi posti dalla sua dirigenza. Dopo una lotta interna protrattasi per l’intera estate del 1979, con il congresso straordinario di settembre il PSOE otteneva la sua “Bad Godesberg”[15].

La rifondazione ideologica si muoveva da tre premesse di carattere empirico. In primo luogo, il capitalismo aveva permesso uno sviluppo incontestabile nel corso dei “trenta gloriosi”, in termini di produttività e pieno impiego. Tuttavia, l’avanzamento tecnologico e la diffusione del benessere non impedirono il protrarsi della povertà, ingiustizia, fame e analfabetismo in grandi regioni del pianeta. La crisi capitalistica degli anni Settanta venne letta come la possibilità di fondare un capitalismo «màs organizado», capace di superare le sue contraddizioni e anarchie. In secondo luogo, in Europa lo “stato del benessere” era nato in seno alle istituzioni democratiche, le quali avevano accolto le iniziative della socialdemocrazia e pertanto andavano difese come un bene pubblico essenziale. Infine, in Spagna come altrove, la società civile si era economicamente e culturalmente omogeneizzata mentre il mercato del lavoro si era particolareggiato creando nuovi settori e interessi distintivi. La logica classista si rivelava inapplicabile in un contesto simile: il pluralismo democratico era incompatibile con la logica egualitaria del socialismo ortodosso[16].

L’obiettivo, ora pubblicamente annunciato dalla dirigenza, era risolvere il sovraccarico ideologico che rendeva il PSOE ancora inviso ai ceti medi produttivi, agli ambienti cattolici e militari. Per far ciò le «tematiche ideologiche del socialismo storico, dell’economia attuale, della società civile e dello Stato spagnolo» vennero affrontate con un approccio «critico, né dogmatico, né monolitico», aperto «a tutte le prospettive inesplorate in grado di apportare un arricchimento reale per il dibattito socialista». Dall’ortodossia del marxismo “dogmatico” si giunse così ad un marxismo “metodologico” capace di «situare la lotta nel presente» e permettere al PSOE di agire da socialista all’interno delle frontiere democratiche[17]. Su queste basi si definì la «via democratica al socialismo», ovvero la costruzione di uno Stato socialdemocratico fondato sulla difesa della cultura libera e sulla possibilità dell’individuo di determinarsi spontaneamente. In altre parole, si sanciva il primato della prassi sulla teoria e la subordinazione dell’ideologia al programma politico necessari per attuare la «revolución de la mayoria»: il raggiungimento dell’egemonia politica attraverso la conquista del cosiddetto “centro sociologico” in cui si collocava l’elettore mediano, rivolgendosi ad un blocco sociale ampio e “pluriclassista”, aggregato dalla nascente narrazione individualista e competitiva, dalla primazia del desiderio di benessere e prosperità[18].

Sul piano delle relazioni con il sindacato, González maturò la consapevolezza che l’immagine del PSOE come «partito di governo» richiedesse uno speculare atteggiamento di maturità riformista della UGT. In tal senso, nei primi anni Ottanta le due organizzazioni socialisti ricercarono una strategia unitaria. A motivarlo vi erano reciproci vantaggi tattici: il PSOE poteva contare sull’appoggio di un potente sindacato nazionale in sede di contrattazione politica con il governo e le forze sociali, nonché rafforzare la propria immagine di partito socialista riformista; l’UGT, come già detto, poteva sfruttare la solida struttura del partito per combattere le CCOO[19].

 

Vittoria elettorale ed elementi critici

Svincolandosi dal marxismo e vincolandosi ai principi della democrazia e del pluralismo il PSOE aveva ufficializzato la propria vocazione maggioritaria e interclassista, evitato la scissione interna e promesso moderazione e stabilità. Il tentato colpo di stato del 23F e la crisi dell’UCD del 1981 accelerarono l’affermazione socialista. Alle elezioni del 1982 González vinse presentandosi come l’unica valida alternativa alla destra: con il motto “gobierno por el pueblo” e “por el cambio” raggiunse la maggioranza assoluta dei seggi, mentre l’AP balzò al 30%, l’UCD cadde al 3% e il PCE non superò l’1%[20]. In sei anni il PSOE era passato dalla clandestinità alla presidenza intuendo i cambiamenti sociali e adattandosi alle contingenze politiche e istituzionali. In definitiva, l’ideologia nel PSOE operò come uno strumento flessibile in funzione degli interessi elettorali: se al principio dichiararsi marxisti risultò utile per ottenere il primato nelle opposizioni franchiste, più tardi risultò vantaggioso rinunciarvi per ottenere quello del grande centro moderato[21].

Il nuovo PSOE al governo raggiunse con successo gli obiettivi di modernizzazione e consolidamento della democrazia in Spagna, attuando un programma socialdemocratico esattamente negli anni in cui la socialdemocrazia entrava in crisi. Negli anni Ottanta e Novanta González dovette confrontarsi con la svolta conservatrice affermatasi internazionalmente, la parallela offensiva neoliberista e il conflitto che quest’ultima ingaggiava con la socialdemocrazia europea. Tale conflitto giunse improvvisamente in Spagna, sull’onda dei dibattiti generati dalle riforme economiche necessarie per adeguare gli standard spagnoli a quelli europei e integrarsi nella CEE. Non a caso il governo socialista dal 1982 al 1996, mentre predisponeva il primo vero Welfare State nazionale negli anni esatti in cui questo soffriva una forte crisi di legittimazione internazionale, approvò politiche di deregolamentazione, ristrutturazione industriale, flessibilità nel mercato del lavoro e contrasto ai sindacati, mentre predisponeva il primo vero Welfare State nazionale negli anni esatti in cui questo soffriva una forte crisi di legittimazione internazionale. Tali misure socio-economiche introdotte dal primo governo González riaccesero il conflitto con l’UGT, il quale dichiarò come il PSOE fosse insensibile alle istanze sindacali e incapace di gestire la crisi economica e sociale ancora in atto. Dopo vari mesi di confronti e scontri, nel 1983 arrivò la definitiva rottura sul tema delle flessibilizzazioni del mercato del lavoro e delle pensioni. Nonostante ciò, nel 1984 lo Estatuto de los Trabajadores formulato dal governo venne promulgato e accettato anche dall’UGT, seppur con diverse riserve, rendendo il mercato del lavoro spagnolo uno fra i più flessibili e liberalizzati d’Europa[22].

In conclusione, il governo González strutturò una politica sociale ed economica a metà fra la ricetta keynesiana e quella neo-classica, impegnandosi, da un lato, a evitare sia un «rigore estremo» che una «politica di promozione della domanda», e, dall’altro, a promuovere l’attrazione di ingenti capitali stranieri, l’efficientamento del settore pubblico e dei processi redistributivi delle rendite e delle ricchezze[23]. Agli occhi del PSOE l’intervento razionale e controllato dello Stato e del welfare rendeva il capitalismo il miglior modo di produzione possibile. L’obiettivo era riproporre lo spirito distributivo della socialdemocrazia senza conferire allo Stato un ruolo economico preponderante. Il consumismo, l’arricchimento personale, la competitività divenivano indicatori di benessere e libertà. Le disuguaglianze erano accettate come stimolo per un “sano confronto” e per il dinamismo individuale, alimentando così, al contrario di quanto promesso, il conflitto sociale in una veste nuova[24]. È importante sottolineare come la deideologizzazione privò il PSOE della capacità di formulare programmi politici ed economici di lungo periodo idonei a rispondere all’offensiva neoliberale, adagiandosi sul crescente benessere economico e assecondando le necessità imposte internazionalmente dalla finanziarizzazione e globalizzazione. Una lezione valida per tutte le socialdemocrazie europee.


[1] C. Adagio e A. Botti, 2006, Storia della Spagna democratica. Da Franco a Zapatero, Milano, Bruno Mondadori, pp. 27-33; oppure G. Hermet, 1999, Storia della Spagna nel Novecento, trad. di A. De Ritis, Bologna, il Mulino, pp. 236-239.

[2] Declaración política del Partido Socialista Obrero Español, 1-9-1974, Archivo Histórico Fundación Pablo Iglesias (AHFPI), Fondo Carmen García Bloise, sig. 1016-9.

[3] J. B. A. Andrade, 2007, “Del socialismo autogestionario a la OTAN: notas sobre el cambio ideológico en el PSOE durante la transición a la democracia”, in «Historia Actual Online», n. 14, pp. 97-106.

[4] S. Donald, 2010 (ed. or. 1998), One Hundred Years of Socialism. The West European Left in the Twentieth Century, London: I.B. Tauris, pp. 616-618.

[5] S. Donald, op. cit., pp. 619-620.

[6] H. Guy, op. cit., p. 239.

[7] J. A. B. Andrade, 2007, “Del socialismo autogestionario a la OTAN: notas sobre el cambio ideológico en el PSOE durante la transición a la democracia”, cit.

[8] C. Adagio e A. Botti, op. cit., pp. 34-35.

[9] S. Donald, op. cit., pp. 621-623.

[10] P. Castellano, Politica anticlase, ni siquiera interclasista, in «El Socialista», 23-10-1977.

[11] Cfr. M. Cabrera, Los pactos de la Moncloa: acuerdos polìticos frente a la crìsis, in «Historia e Polìtica», n. 26 (2001), pp. 81-109.

[12] A. Mateos, 2017, Historia del PSOE en transición. De la renovación a la crisis, 1970-1988, Madrid: Silex, pp. 81-93.

[13] J. A. B. Andrade, 2005, “Renuncias y abandonos en la evolución ideológica durante la transición a la democracia: una propuesta para el estudio del IX congreso del PCE y el congreso extraordinario del PSOE”, Historia Actual Online, n. 8, pp. 43-50.

[14] C. Adagio e A. Botti, op. cit., p. 40.

[15] S. Donald, op. cit., pp. 623-625.

[16] Resolución politica del Congreso Extraordinario del PSOE, Madrid 28-29 settembre 1979, AHFFLC, Fondo Pérez García, sig. 4006-6.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] A. Mateos, op. cit., pp. 81-93.

[20] S. Donald, op. cit., pp. 623-625.

[21] J. Santos, 1997, Los socialistas en la política española, 1879-1982, Madrid: Taurus, cap. XII.

[22] F. L. Dùran, La significaciòn del Estatuto de los Trabajadores en el sistema jurìdico laboral, in «Temas Laborales», n. 57 (2000), pp. 3-15.

[23] 30° Congreso. Ponencia de sintesis, 29 settembre 1984, in AHFFLC, Fondo Pérez Garcìa, sig. 4006-8.

[24] J. A. B. Andrade, 2007, “Del socialismo autogestionario a la OTAN: notas sobre el cambio ideológico en el PSOE durante la transición a la democracia”, cit.

Scritto da
Alessandro Berti

Nato nel 1996, si è laureato presso l’Università “la Sapienza” in Scienze economiche con una tesi sull’evoluzione contemporanea dell’OPEC e lo shale oil. Attualmente si sta laureando in Scienze storiche presso l’Università Roma Tre. I suoi interessi si rivolgono ai cambiamenti culturali e politici degli anni Settanta e Ottanta.

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