“Addio Lugano bella” di Massimo Bucciantini
- 04 Febbraio 2021

“Addio Lugano bella” di Massimo Bucciantini

Recensione a: Massimo Bucciantini, Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Einaudi, Torino 2020, pp. XVIII – 310, 30 euro (scheda libro)

Scritto da Silvia Chiletti

6 minuti di lettura

 «Conquistare la ragione, la mente, non basta»

Potrebbe apparire curioso che uno storico della scienza qual è Massimo Bucciantini dedichi la propria ricerca a una tematica apparentemente lontana dal proprio ambito privilegiato di studio. Basta tuttavia la lettura di poche pagine di Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani per rendersi subito conto di come una figura poliedrica qual è Pietro Gori – di cui ricorrono ora i 160 anni dalla morte – protagonista di quest’opera che lo stesso autore definisce «una biografia», difficilmente possa essere restituita a pieno confinando la ricerca storiografica nei vincoli di un settore specifico, impermeabile alle ispirazioni di altre discipline e specialità.

La celebre canzone dell’anarchico toscano che presta il titolo al libro ci immerge subito in un racconto che, nonostante il finale triste preannunciato nel commiato del canto, lascia vivide tracce nella memoria del Novecento italiano. Ma come recita il sottotitolo, non è solo di Pietro Gori che si tratta tra le pagine di questo libro che si legge quasi come un romanzo, ma anche di «ribelli, anarchici e lombrosiani»: storie più ampie che prendono forma attraverso le sfaccettature del protagonista, restituendo attraverso una rigorosa ricerca storica la complessità di un periodo cruciale del passato del Paese – l’epoca a cavallo tra Otto e Novecento – e di un movimento politico da sempre considerato minoritario, velleitario e in fondo poco influente nella storia e nella politica italiane.

Il primo punto di interesse dell’opera sta certamente nel quadro completo che viene costruito intorno alla figura dell’anarchico toscano, «conferenziere di grido, dirigente politico ma anche poeta e drammaturgo, penalista e sociologo» (p. XIV), attraverso un’ampia documentazione che completa gli studi sinora comparsi sulla storia dell’anarchismo[1]. Accanto alla volontà di colmare un certo vuoto su una figura eccezionale ma tutto sommato poco conosciuta, Bucciantini non nasconde un altro obiettivo, ovvero quello di decostruire, con il metodo rigoroso dello storico, alcuni diffusi stereotipi che etichettano tanto Gori quanto lo stesso movimento anarchico, in particolare quel mito romantico che fa di lui il «cavaliere errante dell’anarchia», tralasciandone l’effettiva azione di organizzatore e agitatore rivoluzionario, all’epoca tutt’altro che marginale nello scenario politico italiano.

I capitoli del libro seguono un filo che percorre le tappe fondamentali della vita del suo protagonista, tracciando passo passo un quadro ben più ampio. La narrazione storica cala direttamente il lettore nelle vicende di questi personaggi ribelli: sono la generazione successiva a coloro che hanno fatto il Risorgimento, che vede tramontare i nobili ideali dell’Unità, soffocati dal trasformismo e dall’autoritarismo della politica liberale di fine Ottocento. Non più animati dal patriottismo ma dagli ideali internazionalisti e materialisti di giustizia sociale, i ribelli a cui Gori appartiene non sono degli eroi nazionali ma dei dannati, dei refrattari – per usare l’epiteto di Jules Vallès preso in prestito da Bucciantini – a qualunque regola del vivere civile. D’altronde sappiamo sin da subito quale sarà il loro destino: esuli o in prigione, diventeranno l’emblema di un ideale represso e della delusione politica.

Il filo del racconto corre, arricchito da un corredo di immagini che rendono ancor più vivi i luoghi, gli eventi e i personaggi della storia, e si dipana seguendo le tracce degli spostamenti e delle fughe del protagonista, intrecciandosi nelle vicende di coloro la cui battaglia politica si affianca o si scontra con quella dell’anarchico. Si parte dalla Toscana, in particolare da Pisa – «ribelle e intransigente» – dove Gori è un giovane studente già schedato dalla polizia come agitatore sociale; ci si sposta poi nell’industriale Milano, dove il racconto raggiunge il suo culmine e Gori, a seguito di tre anni e mezzo di intensa attività politica, diventa rapidamente la figura chiave dell’anarchismo italiano.

Sono quegli stessi anni in cui si inaugura la strategia di lotta da parte dello Stato contro i «nuovi barbari»: la repressione senza sconti che troverà definitiva realizzazione nelle leggi eccezionali emanate da Francesco Crispi nel 1894; ed è esattamente in questo frangente che prende forma quello stereotipo dell’anarchico-delinquente, nutrito dalle teorie pseudoscientifiche di Lombroso e dei lombrosiani, efficace nell’alimentare la diffidenza verso le varie forme di lotta sociale, ma anche, in virtù delle profezie che si autoavverano, nello spingere la ribellione ad esprimersi attraverso il terrorismo e la violenza individuale. Eppure Gori continua il suo lavoro di organizzazione e di proselitismo prendendo le nette distanze dal fanatismo degli attentati e dalla logica della dinamite, dalla violenza individualista à la Ravachol. Figura popolarissima grazie ad un’eccezionale abilità retorica capace di commuovere e riscaldare gli animi del popolo, Gori è ormai preso di mira da tutte le forze di polizia più che mai determinate ad incastrare l’anarchico più pericoloso d’Italia.

Tappa (quasi)finale è quindi la «tollerante Lugano» dove l’avvocato-poeta è costretto a fuggire e rifugiarsi, per un lasso di tempo tuttavia breve, fino al 5 febbraio 1895, quando, insieme ad altri anarchici, sale sul treno che lo porterà verso l’esilio e che ispira le parole della celebre canzone che dà il titolo al libro.

Nel filo del racconto non mancano nodi importanti da districare. Un primo nodo riguarda certamente il rapporto tra politica e scienza, terreno privilegiato degli studi di Bucciantini, in virtù del quale l’autore riesce ancora una volta a smontare magistralmente lo stereotipo del Gori romantico, facendo emergere un quadro ben più complesso in cui il fulcro è proprio l’intreccio tra gli ideali politici e l’uso della scienza per fini sociali. Non è un caso che tra gli attori preannunciati dal sottotitolo del libro vi siano anche i lombrosiani, coloro che, in modo ancor più radicale rispetto alle teorie pseudoscientifiche del loro maestro, portano avanti il tentativo di utilizzare la scienza per reprimere e dominare il dissenso dei ribelli, asservendo l’antropologia all’imperativo repressivo di Crispi. Come in un gioco di rispecchiamenti e rovesciamenti il positivista Gori mobilita la forza rivoluzionaria della scienza al servizio della giustizia sociale, nella sua capacità di non restare pura teoria ma trovare applicazione nel mondo reale per migliorarlo.

Da qui si può facilmente evincere un secondo nodo che riguarda i rapporti tra il movimento anarchico e il socialismo, molto più stretti di quanto si pensi, in quanto l’anarchismo fu di fatto una fetta importante dell’intero movimento per le lotte sociali. Curiose e ben documentate sono le pagine del libro che ci ricordano che la prima traduzione italiana in volume del Manifesto del partito comunista fu fatta proprio dalla penna di Gori nel 1891. Certo trattavasi di un’operazione ben poco rigorosa, e, come lo stesso Bucciantini sottolinea, insensibile alla filologia, pertanto non stupisce l’ostilità che gli riservò l’intellighenzia socialista, tra cui quella dello stesso Turati, che pure all’inizio aveva supportato Gori nella carriera di avvocato. Il tentativo raffazzonato e dilettantesco dell’avvocato-poeta, mosso più che altro dall’urgenza di mettere in campo strumenti di propaganda per il popolo, non poteva andare d’accordo con le esigenze intellettuali dei socialisti italiani.

Emerge infine una questione che sta chiaramente a cuore all’autore e che non può non affascinare chi legge, in quest’epoca presente di disinnamoramento politico e di uso strumentale e populistico della «pancia» delle persone: quella del modo tutto eccezionale di fare politica dell’anarchico-avvocato-poeta, incentrato sulle emozioni e sui sentimenti. Bucciantini ci fa immaginare i teatri in cui Gori tiene le sue lunghissime conferenze-spettacolo, strapieni e risonanti di applausi scroscianti, evoca l’esplosione emotiva che si scatena nei suoi ascoltatori, grazie alle sue abilità teatrali, poetiche e musicali, e al sapiente uso della sua arma più potente: la parola. La scrittura elegante dell’autore fa da cassa di risonanza ai «modi gentili» del protagonista del libro, sbugiardando in modo del tutto naturale lo stereotipo dell’anarchico violento. Un giovane simpatico che parla non solo alla mente ma anche al cuore, che, sebbene privo dell’originalità teorica di un Malatesta, risulta popolarissimo e proprio per questo è considerato ancora più pericoloso da carabinieri, polizia, questori e prefetti. Lo stesso Gramsci gli riserva un giudizio ambiguo: certo non elogia quel che definisce come un misto «di sagrestia e eroismo di cartone»[2], eppure rende tributo alla sua eccezionale capacità di parlare al popolo, facendo vibrare il cuore con il suo entusiasmo contagioso.

Tra questi nodi da approfondire, il filo della biografia di Pietro Gori corre e continua ad intrecciarsi nelle storie di lotta per la libertà anche dopo la morte del protagonista. L’accenno al legame con un ciabattino anarchico con cui Gori stringe amicizia durante l’esilio a Buenos Aires ci porta sorprendentemente fino a Salvador Allende, che proprio a quel ciabattino deve la sua formazione politica. Infine ci lascia stupiti di fronte al murales Pietro non torna indietro, realizzato nel 2012 proprio a Lugano, dove un Gori che fugge in bicicletta, con «un’aria simpatica e un po’ sbarazzina» (p. 218), traduce in immagine i tratti del personaggio del libro. Massimo Bucciantini è abilissimo nel seguire questo filo e accompagnarlo, come autore presente nel proprio racconto che però non cede mai alla tentazione di coprire i fatti storici con la propria interpretazione o con lo sguardo retrospettivo, ma arricchisce la narrazione con una straordinaria capacità di mettere in risalto dialettico gli eventi del passato, intessendoli con le inevitabili domande del presente.

D’altronde il libro Addio Lugano bella è esso stesso parte di un filo, una trilogia in cui Bucciantini, collega diverse battaglie per la libertà, a volte vittoriose, a volte perdenti, ma tutte accomunate dalla riflessione sull’uso politico della scienza e ciascuna significativa nella storia di un’Italia «laica e civile» (p. 251): dalle vicissitudini della statua di Giordano Bruno eretta a fine Ottocento a Campo de’ Fiori, alla mise en scène della celebre opera brechtiana Vita di Galileo al Piccolo Teatro di Milano nel 1963, fino a quell’«idea esagerata di libertà» che Gori e gli anarchici italiani hanno strenuamente difeso e diffuso, parlando «sia alla mente che al cuore».


[1]La bibliografia dell’opera è certamente ampia, qui si segnalano solamente due titoli particolarmente significativi: Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani. Da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Rizzoli, Milano 1969; M. Antonioli, F. Bertolucci e R. Giulianelli. (a cura di), Nostra patria è il mondo intero. Pietro Gori nel movimento operaio e libertario italiano e internazionale, BFS edizioni, Pisa 2012.

[2]Ne parla Bucciantini a p. 235 del libro citando A. Gramsci, Quaderni dal carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 2007, vol. II, pp. 777-78.

Scritto da
Silvia Chiletti

Dottore di ricerca in filosofia, mantiene l’interesse di ricerca nell’ambito della storia della scienza. Vive a Pisa dove insegna Filosofia e Storia presso la scuola secondaria di secondo grado.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]