“Algoritmi di libertà” di Michele Mezza
- 08 Maggio 2018

“Algoritmi di libertà” di Michele Mezza

Scritto da Luca Picotti

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Dal ’68 al dominio degli algoritmi

Mezza scorge le radici del Big Bang che generò la Silicon Valley nella «rivoluzione del sole», movimento dei giovani pacifisti delle università della baia che iniziò a farsi sentire nel 1967 e che esplose, in senso globale e con varie sfumature e tonalità, in quello che chiamiamo il ’68. Il digitale, sottolinea l’Autore, è figlio di una radicale trasformazione sociale e antropologica: «Il conflitto fra singolarità e collettività esplose proprio in quello snodo socio-politico della seconda metà degli anni sessanta, con l’affiorare di una domanda di massa di individualismo […] La figura sociale che emergeva dalle brume omologanti della società fordista era un giovane ambizioso, individualista evoluto, globale e assetato di successo. Si frantuma lo specchio delle affinità, delle identità di massa, e comincia ad agitare le scene culturali prima, tecnologiche poi, e politico-istituzionali infine, lo spettro di un individuo intraprendente che trova improvvisamente strumenti e linguaggi per praticare la sua ambizione di successo e di competizione» (pp.73-74-75). Il thymòs, concetto ripreso da Alexandre Kojève e traducibile con «energia ambiziosa e narcisistica», è, secondo l’Autore, la chiave per comprendere la svolta antropologica qui accennata; la Silicon Valley nasce da questi terremoti sociali, dal passaggio dal free speech al free software, in una logica di costante privatizzazione dell’esistente, contro un’autorità pubblica considerata pervasiva e mortificante.

In questo contesto germoglia, come unico linguaggio dell’agire umano, la potenza del calcolo. Come funziona? «La teoria del calcolo non fa che rappresentare un algoritmo come diagramma di flusso, codificandone le informazioni relative all’insieme dei dati del problema, dette anche “entrate”, oggi in gergo input, in relazione alla sequenza delle operazioni da effettuare (descritte nella struttura dell’algoritmo da funzioni matematiche definite per quei dati) e infine la nuova informazione fornita dalle soluzioni, dette “uscite”, o meglio output» (pp.79-80). L’algoritmo si presenta come potenza e dominio per la sua velocità e pervasività, nonché per la difficoltà ad inserirlo all’interno dei processi democratici. La sua idoneità a risolvere problemi, con soluzione unica e definitiva, lo rende opposto e preferibile al mare di imperfezioni del genere umano. La scienza del calcolo è sempre più una tecnologia sociale in grado di definire e modificare le nostre relazioni ed è per questo che Mezza sottolinea l’urgenza di un patto sociale: l’algoritmo è un potere troppo grande per rimanere nelle mani di pochi e in condizione di pericolosa autonomia, intesa nel suo significato etimologico di autòs-nomòs, libertà da ogni groviglio legislativo e, quindi, dal controllo pubblico o quantomeno condiviso.

L’Autore affronta temi caldi e di cronaca recente come le ultime elezioni italiane e americane, svoltesi in rete con l’intervento di società – pensiamo a Cambridge Analytica – capaci di profilare e selezionare determinate categorie di individui per fomentarne la rabbia e la frustrazione. Il fenomeno cui stiamo assistendo viene descritto da Mezza come una sorta di «ribellismo molecolare», un connubio tra la rete e l’iper-individualismo del ventunesimo secolo. La rete dà voce, coinvolge e influenza una micro-massa, «costituita dalla convergenza occasionale di stati d’animo di individui» (p.10) al punto che l’Autore parla di un partito momentaneo del «ribellismo molecolare», potenzialmente capace di sostituire la tradizione partitica e rappresentativa del Novecento.

I giornali, sotto costante ricatto di Facebook e Google – il duopolio della pubblicità – dovrebbero, secondo l’Autore, pretendere, per riequilibrare le reciproche posizioni, di accedere agli algoritmi degli OTT (Over-The-Top)[2], dato che questi dispongono delle notizie dei giornali. Mezza auspica un patto tra le community di giornali e i grandi service provider, affinché vengano ricontrattate le logiche distributive e identificative dei contenuti – a partire dalla cronologia, sinonimo di trasparenza, sempre più trascurata dagli algoritmi dei social media a favore della pertinenza dei contenuti, con l’effetto di svincolare l’utente dalle coordinate temporali per rinchiuderlo nel proprio immaginario.

Il problema della rete diviene poi più ampio andando a considerare il potere dei monopoli in sé, a prescindere dall’impatto sulle elezioni politiche: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft nel 2005 fatturavano complessivamente 28.7 miliardi di dollari, undici anni dopo, nel 2016, 350 miliardi. Senza che questo, sottolinea Mezza, abbia portato innovazione; secondo uno studio di Eurostat, infatti, negli ultimi anni l’indice di innovazione industriale è sceso al 48.9%. Il corretto funzionamento dell’economia è minacciato da questi monopoli, sempre più onniscienti grazie agli algoritmi e sempre più svincolati da ogni radice giuridica: «I cosiddetti Over-The-Top, ossia il vertice dell’economia 2.0, dispongono di un potere pressoché totale, sia nei confronti dei singoli utenti, che vengono avvolti e risucchiati nel gorgo delle commodities della rete, sia delle istituzioni politiche e amministrative nazionali, scavalcate dall’inafferrabilità delle nuove società geo-virtuali, che non hanno radici in nessun luogo, se non nella globo-sfera»(p.184-185).

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Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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