“Andalusia” di Franco Cardini
- 25 Aprile 2020

“Andalusia” di Franco Cardini

Recensione a: Franco Cardini, Andalusia. Viaggio nella terra della luce, il Mulino, Bologna 2018, pp. 320, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Filippo Vaccaro

8 minuti di lettura

Da qualche parte nell’infinito, al Guadalquivir delle stelle[1], lungo un cammino forse diurno e rovente come il deserto di Almería in luglio, forse notturno e gelido come i picchi della Sierra Nevada in febbraio, sette personaggi si incontrano e dibattono fra loro. Essi sono il rabbino Mosè Maimonide, il filosofo Ahmad Muhammad ibn Rushd – noto al nostro mondo con il nome Averroè –, l’emiro granadino Boabdil, il falangista Josè Antonio Primo de Rivera, il poeta Federico García Lorca, il celeberrimo romanziere Miguel de Cervantes e, per ultimo, Miguel de Unamuno, intellettuale spagnolo del Novecento; la variopinta compagnia – circondata da altri personaggi del calibro di Diego Velázquez e Pablo Picasso, che però non entrano nel vivo della conversazione – diventa un espediente letterario usato da Franco Cardini per illuminare e colorare il “Prologo in cielo”, mediante gli occhi e le voci dei disparati protagonisti spagnoli[2]. L’autore, noto storico delle crociate ed esperto dei rapporti tra mondo cristiano e islamico nel Medioevo, riesamina la storia e, più in generale, la cultura andalusa, chiarendo sin dall’introduzione un caposaldo della sua interpretazione: l’incontro di civiltà distanti – non solo nel tempo, ma anche nella mentalità e nella religione – può essere considerevolmente fruttuoso. L’Andalusia, da sempre luogo di confronti interculturali, si configura in questo senso come una terra fertile e prolifica.

È così che Mosè di Cordova e Averroè, assorti in una serrata sfida a scacchi, all’improvviso, indotti dalle chiacchiere delle “vittime del ‘36” – García Lorca, Primo de Rivera e de Unamuno – sulle disgrazie subite, ripercorrono le angherie cui anch’essi furono sottoposti – l’ebreo messo in fuga insieme alla famiglia dagli almohadi, il filosofo arabo costretto per un certo periodo a rifugiarsi in Marocco; al grido di dolore si unisce anche Boabdil, l’ultimo emiro di Granada, incapace di difendere la sua gente dalla conquista dei Re cattolici[3]; è così che Miguel de Cervantes ha la possibilità di confrontarsi con de Unamuno, suo inguaribile estimatore, tanto da ritenere che – «Dio Onnipotente sarà onorato […] di […] definirsi […] collega»[4] di Cervantes, in quanto entrambi creatori, l’uno del mondo, l’altro dell’immagine di sé stesso veicolata dalle tragicomiche sfaccettature di Don Chisciotte.

 

Le tappe di un viaggio nel tempo

Le vicende evocate e i giudizi espressi dai personaggi, che in questo non-luogo sono così suggestivamente riuniti da Cardini, storicizzano le mille immagini che sempre pervadono l’animo di chi scrive, pensa o parla di Andalusia, danno cioè colore agli infiniti stereotipi in bianco e nero di cui si è vittime nel momento in cui ci si accinge alla descrizione del mondo andaluso. Illuminare in tal modo la storia della civiltà della “terra del sole” diventa essenziale per non lasciarci in balìa di un falso immaginario, un vero e proprio velo da squarciare per iniziare il nostro cammino: questo l’invito dell’autore, accompagnato da un monitum che recita: «Anda-luz» (va’ con la luce).

Considerare la linea del tempo della civiltà andalusa, per quanto possa apparire un’operazione sommaria e semplicistica, può permettere di dedurre alcune riflessioni generali, mediante le quali non si deve avere la presunzione di interpretare l’intera storia della regione – questo è ben chiarito dall’autore – ma che possono rendere un’idea complessiva della pluralità di società e culture che hanno avuto legami con questa terra. Il più interessante di questi sintetici compendi riguarda proprio l’enumerazione delle fasi di civiltà avvicendatesi sullo scenario andaluso. Dalla civiltà romano-barbarica dei vandali – da cui è stata dedotta la teoria più accreditata per la derivazione del nome di questo luogo (da Vandalicia, «terra di Vandali») – fino a quella berbera e mozarabica, con la crescita dei due massimi centri di potere della Spagna araba, prima Cordova e poi Granada[5]; viene dunque il Sefarad, la comunità ebraica della judería cordovana, perseguitata da almoravidi e almohadi e coercitivamente convertita alla religione della civiltà successiva, quella dei castigliani[6]. Con le ultime due civiltà lasciamo lo spazio geografico e ci addentriamo in luoghi che dell’Andalusia sono riproduzioni ideali, immaginate, sognate: ecco la Mesoamerica, con città che ebbero la parvenza di essere “Nuove Cordove e Nuove Granade” e soprattutto con i medesimi scenari desertici e gli stessi protagonisti a popolarli; ecco, infine, l’Andalusia che nasce dall’ascolto della Puerta del vino di Debussy o dalla lettura dei Racconti dell’Alhambra di Washington Irving: Qui ne fait – come recita la morale di una delle Favole di Jean de la Fontaine – château en Espagne?

 

Andalusia: la terra del confronto

Ciò che rende oggi l’Andalusia un luogo mistico e incantevole, una regione europea che di europeo ha ben poco, l’estremo Occidente continentale che, al contrario, ci appare estremamente orientale, è l’aver ospitato una serie di incontri tra genti e storie di diversa provenienza. Dopo esser stata, con la denominazione di Baetica (da Baetis, come era allora chiamato il Guadalquivir) una ricca provincia romana da cui erano importati vino e olio, essa fu occupata dai visigoti che, scacciati da Tolosa nel 507, ne fecero capitale la semiomonima Toledo; dopo due secoli di accentramento politico e religioso, con la conversione al cattolicesimo ad opera di re Recaredo[7], i visigoti si trovarono a difendere il loro regno dall’avanzata degli arabo-berberi. Berber, sicuramente dalla stessa radice di barbarus in latino e βάρβαρος in greco, identificava gli abitanti dell’Africa settentrionale di recente e parziale cristianizzazione, che dunque con facilità accettarono la conversione all’islam, inasprendone peraltro molti dei dettami confessionali. Essi, uniti alla marineria musulmana proveniente da Egitto e Siria, dilagarono nell’Africa nord-occidentale dei vandali, il popolo messo in fuga dalla Spagna dai goti. Da questi probabilmente gli arabi appresero di una terra prospera, che pertanto chiamarono al-Andalus, oltre le colonne d’Ercole, le quali, dal nome del loro comandante Tariq ibn-Ziyad, furono ribattezzate Jabal al-Tariq (Gibilterra); gli arabi le superarono nel 711. L’islam insidiava ora persino l’Europa, confinando la cristianità, passo dopo passo, aldilà dei Pirenei.

Un confronto, questo, che si sviluppò nei secoli centrali del Medioevo e fu animato da momenti di ostilità come anche da altri di buona convivenza; è esemplificativo come all’interno della secolare guerra di Reconquista si sia diffuso il fenomeno delle leghe miste cristiano-musulmane[8], del quale il Cid Campeador è figura rappresentativa[9]. Una rivalità accesa sul piano dottrinale, principalmente in merito a questioni trinitarie e cristologiche, ma riversata anche nella più popolare percezione del proprio antagonista: il riferimento è, in questo caso, alle non rare attestazioni di vilipendi reciprocamente perpetrati e alle comuni, spesso infondate, stigmatizzazioni, come nell’esempio della vocazione islamica alla lascivia; un paradigma conflittuale, questo, che tuttavia lasciò spazio a tentativi di pacifica comprensione della cultura del nemico, di cui è massimo esempio la traduzione del Corano di Pietro il Venerabile, abate di Cluny dal 1122 al 1156. Difatti lo stesso motto degli arabes molles, enfatizzato, tra i tanti, da san Tommaso e Dante, era senz’altro alimentato da letture superficiali della poesia erotica cordovana, di cui fu massimo esemplare Il collare della colomba di Abu Muhammad ibn Hazm.

 

Un itinerario circolare

Non come farebbe, in pochi giorni, una scolaresca in gita, ma con tutta calma, prendendosi possibilmente un paio di settimane e senza troppe pianificazioni, percorrendo in senso orario, come si vedrà, lo sviluppo “circolare” che assume il nostro viaggio: così Cardini suggerisce di visitare l’Andalusia.

La partenza non può essere che Siviglia, «la figlia dell’Ammiraglio e della sua scoperta»[10], che un uomo del XVI secolo avrebbe potuto descrivere come un piccolo foro in un muro, attraverso il quale osservare i nuovi orizzonti geografici spalancatisi, e che presenta esempi – ben radicati nel tessuto urbano – di questo cruciale ruolo svolto per i commerci europei; come non constatare ciò osservando la Casa de Contratación, la Casa de Pilatos e la Manifattura dei Tabacchi? Dopo alcuni interessanti “piccoli pellegrinaggi” che si consigliano di effettuare nella regione sivigliana, si giunge a Cordova, la città lejana y sola di una cavalcata notturna immaginata da García Lorca; si consiglia di visitarla durante la colorata e profumata Feria de Mayo. Nonostante il suo effettivo abbandono, ben riflesso nel celebre componimento dedicatole dal poeta granadino, resta per più motivi un momento centrale del nostro percorso. Ci si presenta poi Granada, alla quale grande torto si farebbe nel ricordarla unicamente per l’Alhambra o l’Albaicín, quando meriterebbero menzione molti altri monumenti cittadini: tra tutti il quartiere del Realejo e la Carrera del Darro, cui vanno senz’altro aggiunti il monastero de los Jerónimos, la Cartuja e la Capilla Real. Il viaggio deve proseguire verso sud-est, per non tralasciare Almería e i deserti che hanno acceso la creatività di registi western del calibro di Sergio Leone; da qui si procede verso Malaga, nota per il vino – invidiato e agognato da tutt’Europa, che fa impallidire anche il più superbo marsala – e per la sal, che insaporisce non solo gli alimenti, ma anche le chiacchierate in compagnia di malagueños, se lo si traduce come “senso dell’umorismo”, per cui gli abitanti sono rinomati[11]. Da lì il perimetro del cerchio, dopo una visita a Ronda – famosa per gli ottimi spettacoli di flamenco e per essere una città-santuario della corrida –, ci guida lungo le spiagge della Costa del Sol: Torremolinos, Benalmádena, Fuengirola, Estepona, Gibilterra, Algeciras e, imboccando la A-381, Cadice – la Tacita de Plata –, Jerez, Sanlúcar de Barrameda e Huelva[12]. Ogni cerchio si chiude, ogni viaggio ha una precisa terminazione, che nel nostro caso coincide con la partenza, infatti al Rocío – non lontano da Siviglia – yo quiero volver[13]; qui, la notte di Pentecoste, ha inizio la Romeria: i fedeli vi si riversano da ogni parte della regione e si lanciano in festeggiamenti sfrenati, la religiosità andalusa prende vita con scene di nevrastenia che culminano all’alba con la processione della Blanca Paloma, ossia l’immagine della Nuestra Señora.

Condurre il lettore per un “sentiero intimo” comporta di certo enormi rischi: sia la segnaletica, dettata da scelte e interessi personali, può non essere compresa, sia, nel senso opposto, possono essere travisati, come tentativi di captatio benevolentiae, i ripetuti incoraggiamenti a non cambiare rotta. In uno spazio che non è soltanto geografico, ma anche storico e mitico, Cardini non lascia mai indietro il suo “compagno di viaggio”, proponendo alcuni puntuali riferimenti, che fungono da appiglio per meglio chiarire determinati passaggi di questo viaggio in un «finis terrae» europeo cuore di molte culture, e rendono inoltre la lettura scorrevole e completa.


[1] «junto al Guadalquivir del las Estrellas» è un celebre verso de La sangre derramada di Federico García Lorca, in F. García Lorca, Obras completas, VIII ed., Valencia, 1965, p. 541, cit. in F. Cardini, Andalusia. Viaggio nella terra della luce, Bologna, il Mulino, 2018, p. 7.

[2] Mosè Maimonide (1135-1204): rabbino e filosofo della judería cordovana. Averroè (1126-1198): filosofo e matematico cordovano, conosciuto soprattutto per i commentari di Aristotele, la cui traduzione latina avrebbe permesso la riscoperta dell’antico filosofo di Stagira. Boabdil (1459-1528): l’ultimo emiro della dinastia nasride, resse Granada dal 1487 al 1492. José Antonio Primo de Rivera (1903-1936): fondò la Falange Española (FE), partito spagnolo di ispirazione nazifascista nato nel 1933.

[3] Isabella di Castiglia e Fernando d’Aragona completarono la Reconquista, la secolare cruzada spagnola, il giorno di Epifania del 1492, entrando a Granada dopo la resa di Boabdil.

[4] F. Cardini, Andalusia cit., p. 22.

[5] Un confuso accorpamento di arabi e berberi (i nordafricani recentemente convertiti all’islam) invase la Spagna dopo la battaglia del Guadalete del 711 e, dal 756, Cordova divenne capitale del nuovo califfato; mozarabi furono i cristiani che risiedevano nei domini musulmani. Nell’XI secolo, a seguito delle incursioni almoravidi e almohadi, Cordova divenne un centro secondario; venne poi conquistata nel 1236 dai cristiani del regno d’Aragona. Granada invece, dopo esser stata una città commerciale nel primo periodo islamico, divenne capitale dell’emirato nasride, instaurato nel XIII secolo da Muhammad bin Yusuf ibn Nasr e destinato a perdurare fino al fatidico 1492.

[6] Il termine Sefarad deriverebbe dall’equivalente ebraico di Hispania. Gli ebrei che si convertirono furono definiti marranos e la loro convivenza con i cattolici non fu affatto pacifica, com’è noto dalle rivolte – soprattutto a Cordova – nelle quali il popolo infierì su di essi. Altri, non avendo intenzione di cedere al cattolicesimo neanche formalmente, riuscirono a rifugiarsi in altre città europee: così sorsero le “nuove Andalusie” ebraiche di Livorno, Ferrara, Venezia e Salonicco: cf. F. Cardini, Andalusia cit., p. 29.

[7] Recaredo I regnò dal 586 al 601; a lui è attribuita una politica di avvicinamento al vescovo di Roma, culminata proprio con l’abbandono della dottrina ariana.

[8] Molti furono i casi di alleanze miste; del resto fu grazie all’aiuto del malik di Badajoz e del ricco compenso a lui promesso – ossia la città di Valenza – che lo stesso Alfonso VI riuscì a conquistare Toledo: cf. F. Cardini, Andalusia cit., pp. 84-85.

[9] El Cid Campeador, epiteto di Rodrigo Díaz de Bivar, sostenne per anni il regno di Alfonso VI (1065-1109), che aiutò nell’opera di unificazione dei regni cristiani di León, Castiglia e Galizia. Dopo esser entrato in conflitto con il sovrano, fu nei ranghi militari del rey moro di Saragozza, a sua volta alleato con Sancho d’Aragona e Raimondo Berengario di Barcellona: cf. Ibidem.

[10] Ibid., p. 236.

[11] Cardini ricorda a tal proposito una canzone di Ernesto Lecuona y Casado per una malagueña salerosa, della quale il compositore cubano celebra lo sguardo luminoso e il “sale” nello spirito: cf. ibid., p. 249.

[12] Di quest’ultima città vanno menzionate due attrazioni su tutte: il Parco Nazionale della Doñana, patrimonio dell’UNESCO risalente al XVI secolo, e la marisma (palude) alla foce del Guadalquivir: cf. ibid., p. 254.

[13] Questo il canto dei pellegrini che si recavano al santuario mariano andaluso.

Scritto da
Filippo Vaccaro

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia. Nel 2019 ha conseguito il diploma di Archivistica, Paleografia, Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Roma e si è laureato in Storia, Antropologia, Religioni (curriculum medievistico) presso l’università “La Sapienza”, con una tesi in Civiltà bizantina. Prosegue tuttora gli studi medievistici presso il medesimo ateneo.

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