“Ascesa e declino dell’Europa nel mondo” di Emilio Gentile
- 07 Settembre 2020

“Ascesa e declino dell’Europa nel mondo” di Emilio Gentile

Recensione a: Emilio Gentile, Ascesa e declino dell’Europa nel mondo. 1898 – 1918, Garzanti, Milano 2020, pp. 464, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Davide Di Legge

7 minuti di lettura

Nell’epoca in cui il vecchio continente sembra essere in fase di “declino”, chiuso in una visione tutta economica dell’agire politico, minacciato internamente dal populismo anti-comunitario e dalle tendenze illiberali, esternamente dall’assertività cinese, russa e finanche turca, imbarazzato dall’ondivago atteggiamento di Trump, Ascesa e declino dell’Europa nel mondo. 1898 – 1918 dello storico Emilio Gentile è quantomai coraggioso perché sembra quasi ricercare nell’epoca della «mondialità europea», quando l’Europa era incontestabilmente il «centro del mondo», le motivazioni prime di quel “declino” che campeggia nel titolo. Un tempo che, per quanto contraddistinto da peculiarità storiche e da contraddizioni rilevanti, sembra però stridere profondamente con l’attualità di un continente che complessivamente guarda al mondo con timore e sembra avvertire le sfide della contemporaneità come minacce esistenziali. Ecco perché appare tanto più interessante come Gentile, uno dei più riconosciuti e apprezzati storici del fascismo a livello mondiale, abbia deciso di soffermarsi nel suo saggio sul periodo a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: nel breve arco di due decenni l’Europa “dall’Atlantico agli Urali” passa da centro del mondo e da dominatrice assoluta della politica internazionale a epicentro del disastro, polverizzando nel primo conflitto mondiale quel suo primato imperiale che sembrava inscalfibile.

Gli anni dal 1898 al 1918 sono stati gli anni della mondialità europea, il momento in cui le principali potenze d’Europa arrivarono a controllare circa l’85% delle terre emerse grazie alla supremazia militare, politica, economica, culturale che la collettività umana europea esercitò su altre popolazioni del pianeta nella «convinzione di essere una civiltà universale, destinata a modellare e a guidare l’intera umanità». Gentile individua in un processo di più lungo periodo la matrice di tale supremazia e cioè quel «fenomeno grandioso e straordinario» che fu la modernizzazione industriale. Questa ha permesso alle potenze imperiali europee non solo di incrementare la produzione standardizzata in serie ma anche di assoggettare uno sviluppo sempre più centralizzato alle necessità economiche derivanti dall’espansione imperialista[1]. Senza il processo progressivo della rivoluzione industriale «ci sarebbe stata una Europa imperiale, ma non una Europa mondiale» (p. 9). Incremento produttivo e sviluppo tecnologico che inevitabilmente portarono ad accrescere le capacità militari, che di lì a qualche anno avrebbero mostrato tutta la loro distruttività nella prima guerra mondiale.

La manifestazione più lampante della superiorità delle potenze europee dell’epoca si manifestò nell’espansione imperialista. L’epoca della «mondialità europea» fu l’epoca dell’imperialismo, di cui furono protagoniste: Gran Bretagna, Francia, Russia zarista, Germania ma anche realtà apparentemente minori come Belgio, Portogallo e Olanda. Non sfuggì alla tentazione imperialista neppure l’Italia, che dopo il disastro di Adua nel 1896 tentò nuovamente, questa volta con successo, l’espansione coloniale in Libia nel 1911. Un successo reso possibile anche dalla concomitante guerra che l’impero ottomano, “il malato d’Europa”, si trovava a combattere nei Balcani[2] (1912-1913) contro le nazionalità che anelavano l’indipendenza dalla “Sublime porta”.

Il XIX secolo termina quindi con l’impronta che l’imperialismo delle potenze europee impone al mondo. Una capacità di produrre ed esercitare supremazia che si manifesta, secondo Gentile, anche in quelle aree del pianeta riconosciute come sovrane o che avevano da poco raggiunto l’indipendenza dagli stessi imperi europei: è il caso dell’Impero ottomano, che dovette accettare de facto l’amministrazione esterna delle proprie finanze quando Costantinopoli si ritrovò in sostanziale bancarotta, ma il discorso si può allargare anche ai Paesi che avevano raggiunto l’indipendenza in America centrale e meridionale, impossibilitati ad avviarsi verso uno sviluppo realmente autonomo, costretti a subire la penetrazione dei capitali europei, soprattutto britannici e tedeschi, e ulteriormente “sorvegliati” dagli Stati Uniti che, con la “dottrina Monroe” prima e il “corollario Roosevelt” poi, avevano ormai dispiegato la loro egemonia sull’intero continente.

Gentile individua nella pretesa missionaria un elemento che ha caratterizzato la mondialità e l’imperialismo di matrice europea. Le potenze non hanno solo cercato di accaparrarsi territori, colonie e risorse in ogni parte del mondo, ma hanno raccontato e propagandato questa politica imperialista come una vera e propria missione civilizzatrice. La narrazione dell’Europa universale e della civiltà bianca come “superiore” ha lungamente accompagnato la politica estera dei Paesi europei. La supremazia militare, tecnologica, politica, produttiva e culturale veniva utilizzata come dimostrazione della superiorità del modello europeo e della legittimità del momento coloniale: le teorie darwiniane iniziarono ad essere impiegate per giustificare la sottomissione di razze giudicate inferiori da parte della superiore razza bianca, europea e cristiana, anche in virtù di pubblicazioni come il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane del filosofo francese Arthur de Gobineau. Il razzismo ha pervaso l’Ottocento europeo, retaggio di un continuum che si estende sin dalla “atlantizzazione” del XVI secolo. Ecco quindi che l’epoca in questione si configura nella visione di Gentile come un periodo di contraddizioni in cui «l’imperialismo, il razzismo, lo sfruttamento delle popolazioni asservite, persino il genocidio, furono componenti della mondialità europea: ma lo furono, allo stesso modo, il pensiero critico, la libertà di ricerca, la scienza sperimentale, la laicità della cultura e della politica […] i diritti del cittadino, la sovranità del popolo, lo Stato nazionale, il governo parlamentare, il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il comunismo, i partiti, i sindacati » (p. 10) e altri processi trasformativi su vasta scala.

Uno di questi processi di trasformazione della società viene individuato dallo storico nel passaggio dal liberalismo alla democrazia: elemento decisivo in questo senso fu l’adozione, quantunque limitata e differente da Paese a Paese, del suffragio universale maschile. Ma più in generale il più importante fenomeno nel passaggio tra Ottocento e Novecento fu quello della massificazione della politica, l’entrata sulla scena della partecipazione attiva alla vita politica delle masse: ciò fu reso possibile da un generale processo di urbanizzazione (connesso allo sviluppo industriale), dalla costituzione di associazioni e organizzazioni di vario tipo, in particolare nelle città, e da un lento sradicamento dell’analfabetismo con conseguente avvicinamento alla politica anche delle masse di nuovo inurbamento. Eppure “l’era delle folle” assume in sé di nuovo le contraddizioni dell’epoca: la massificazione della vita pubblica, sindacale e partitica, unitamente all’affermazione sempre più solida dello Stato nazione, portò al trionfo del nazionalismo, un’altra di quelle forze che avrebbero caratterizzato e plasmato il destino della futura Europa. Per allargare il quadro e fare un leggero passo indietro, già nel grande Congresso internazionale della pace che si tenne a Ginevra nel 1867, i promotori, tra cui l’europeista e federalista francese Charles Lemonnier (che parlava di Stati Uniti d’Europa centocinquanta anni fa)[3], avevano messo in guardia circa la saldatura tra il nazionalismo e il crescente militarismo. Queste due tendenze generali promettevano di trasformare la guerra in uno scontro di popoli e di distruggere la fragilissima stabilità costruita dopo il Congresso di Vienna (1814-1815).

Le avvisaglie di Sadowa (1866, guerra austro-prussiana) e Sedan (guerra franco-prussiana) erano già, secondo gli animatori del Congresso di Ginevra, i prodromi verso il cammino della “guerra di popolo” e della guerra totale. L’Europa all’inizio del XX secolo si è quindi ritrovata, quasi inconsapevolmente, all’interno di un quadro generale di progressivo perfezionamento tecnico del settore militare. Questo avrebbe mostrato tutte le sue disumane potenzialità con lo scoppio della Grande Guerra, «la prima volta nella storia che immense collettività furono coinvolte in una guerra totale» (p. 355). Gentile individua in diversi eventi della politica internazionale i tasselli che sembrano anticipare la futura conflagrazione: prima l’invasione italiana della Libia, poi lo scontro franco-tedesco sfiorato per le due “crisi marocchine” e infine le due guerre balcaniche: e non è un caso che siano stati i Balcani ad accendere il conflitto. Le contraddizioni all’interno dell’Impero austro-ungarico tra le diverse nazionalità non erano più sanabili. Eppure, l’innesco di Sarajevo non bastava di per sé a produrre ciò che sarebbe venuto. Gentile chiarisce infatti come ci fu bisogno di un mese esatto prima della dichiarazione di guerra austriaca alla Serbia. Ciò che si mise in moto, in una concatenazione inarrestabile, furono le rigide alleanze che erano state costruite nel corso dei decenni precedenti anche per plasmare la stessa “mondialità europea”. La collaborazione tra le potenze europee che aveva permesso di superare le crisi in Marocco e le guerre balcaniche in questo caso abdicò di fronte ai due campi contrapposti di alleanze.

Gentile individua un’altra delle matrici della Grande Guerra nella straordinaria retorica nazionalista e militarista che ha largamente pervaso i Paesi europei durante l’Ottocento (si pensi allo chauvinisme in Francia o ad un movimento come il futurismo italiano d’inizio secolo). Attivato questo carnaio infernale, l’Europa si ritrovò vittima della sua stessa supremazia tecnico-militare. La guerra era ormai totale e colpiva come mai in passato le popolazioni civili. Le ipotesi di un conflitto breve, limitato e magari confinato all’area balcanica, furono ben presto spazzate via dalla realtà delle trincee. L’utilizzo di nuovi mezzi come l’aviazione militare e i gas tossici rese la guerra un “Ade” difficilmente pronosticabile alla vigilia. Ed è questo l’aspetto su cui Gentile si sofferma maggiormente: perché la Grande Guerra, forse ancor più della seconda, fu una carneficina che i governanti e soprattutto i cittadini europei non credevano possibile. La cruda realtà della guerra di trincea; le inutili offensive che si concludevano con centinaia di migliaia di vittime; le malattie, le distruzioni su larga scala; i traumi psicologici e fisici, determinarono uno sconvolgimento non soltanto geopolitico ma anche e primariamente umano. Senza voler ulteriormente indugiare sulle motivazioni dell’intervento degli Stati Uniti nel 1917 e sulle fasi conclusive dello scontro fino alla “pace” di Versailles, è però interessante sottolineare come l’autore inquadri il primo conflitto mondiale: una guerra che doveva «decidere quali delle grande potenze imperiali avrebbe conquistato, con la vittoria, il privilegio di imprimere il sigillo della propria civiltà nazionale sulla civiltà universale dell’Europa mondiale, ciascuna pretendendo di essere espressione della cultura più universale».

Appare quindi inevitabile che Emilio Gentile abbia deciso come data “periodizzante” a conclusione del suo saggio l’anno che chiude la Grande Guerra. Perché, come emerge chiaramente dalle pagine dello storico, la Prima guerra mondiale segnò una svolta epocale della storia europea e mondiale. Nel breve volgere di alcuni anni caddero l’Impero tedesco e quello austro-ungarico, l’Impero ottomano e quello zarista, con l’affermazione della rivoluzione bolscevica, un’alternativa che Gentile definisce «mondialità bolscevica». Parallelamente l’Europa cessava di essere il centro del mondo, affiancata e superata dagli Stati Uniti verso cui molti Paesi europei avevano contratto onerosi debiti. Una superiorità globale costruita in diversi secoli che si autodistrugge in pochi anni. Il saggio di Gentile delinea questo quadro complessivo con un andamento che tiene insieme il racconto storico più complessivo e l’attenzione verso le matrici fondamentali dei grandi mutamenti. Un testo di storia globale europea che riesce a far comprendere anche ai non specialisti l’incredibile mole di avvenimenti, trasformazioni e mutamenti, nei più disparati campi dell’agire umano, che si concretizzarono nel passaggio al XX secolo.


[1]Per una visione più ampia dell’epoca dell’imperialismo europeo: Eric J. Hobsbawm, L’età degli imperi. 1875-1914, Laterza, Roma-Bari 1976.

[2]In merito: Egidio Ivetic, Le guerre balcaniche, il Mulino, Bologna 2016.

[3]In merito è stato pubblicato il primo volume italiano dedicato al pensiero di Charles Lemonnier: Francesco Gui (a cura di), Charles Lemonnier. Gli Stati Uniti d’Europa. Parigi 1872, Bulzoni, Roma 2018.

Scritto da
Davide Di Legge

Studente magistrale in Scienze storiche all’Università “La Sapienza” di Roma. Laureato in Storia, Antropologia e Religioni con una tesi dal titolo “Iran, il colpo di stato del 1953. Motivazioni economiche e geopolitiche sullo sfondo della Guerra fredda”.

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