Bologna, Cile: storia degli esuli cileni in Emilia-Romagna
- 22 Aprile 2026

Bologna, Cile: storia degli esuli cileni in Emilia-Romagna

Scritto da Giorgio Romano

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Sul golpe in Cile del 1973 è stato scritto molto, storici e studiosi ne hanno sviscerato cause, retroscena e conseguenze, elementi utili ad arricchire un dibattito sempre acceso, che spazia dal coinvolgimento degli Stati Uniti nella nascita del regime fino alle riforme economiche dei Chicago Boys. C’è un aspetto però che – più di altri – ha portato questa storia nella vita di tutti, rendendo la vicenda cilena una questione umana e sociale, prima ancora che politica: l’esilio degli oppositori.

Nonostante non esistano fonti certe che attestino il numero esatto di esuli politici, sappiamo che furono tra le 2.000 e le 3.000 le persone che chiesero asilo all’Ambasciata italiana di Santiago del Cile[1] e che complessivamente circa un milione di cileni abbandonò il Paese durante la dittatura[2], tra questi vi è però un’ampia fetta di migranti economici che scelsero di partire nella prima metà degli anni Ottanta, quando iniziò a imperversare la crisi economica generata dalle politiche neoliberiste della Giunta militare. La storica Carmen Norambuena – che complessivamente riporta circa 408.000 esuli politici – ha provato a tracciare una mappa della diaspora cilena: il 50,8% degli esuli si sarebbe rifugiato in Argentina, il 7,8% negli Stati Uniti, il 6,2% in Venezuela, il 3,8% in Canada, il 3,7% in Francia, il 2,4% in Italia, il 2,4% in Svezia e il 2,2% in Australia[3]. Seguendo questa fonte, l’Italia avrebbe accolto circa 9.700 esuli, un dato credibile se si tiene in considerazione che – sempre secondo Norambuena[4] – il 66% dei condannati era di sesso maschile, il 79% aveva una famiglia composta da due, tre o quattro persone, e chi riceveva asilo, una volta arrivato nel Paese ospitante, poteva richiedere il ricongiungimento familiare: è facile credere che in questo modo il numero di richiedenti asilo si sia poi triplicato nel computo delle accoglienze effettive.

Al di là dei numeri, l’Italia giocò un ruolo di primo piano nei rapporti diplomatici e politici con la dittatura di Pinochet: Roma fu l’unica capitale occidentale a non riconoscere de facto la Giunta militare. Il giorno del golpe Norberto Behmann Dell’Elmo, l’Ambasciatore italiano a Santiago, si trovava in Italia per motivi personali e gli fu vietato di rientrare in Cile. La sede diplomatica fu quindi lasciata alla guida del suo secondo, l’Incaricato d’Affari Piero De Masi, con l’ordine esplicito di evitare contatti di qualsiasi genere con il nuovo Governo cileno[5]. I diplomatici italiani furono però presto costretti ad instaurare rapporti informali con le autorità cilene quando, a partire dal 14 settembre 1973, numerosi oppositori del regime – incoraggiati anche dalla posizione diplomatica italiana – scavalcarono clandestinamente il muro dell’Ambasciata per chiedere asilo. L’Italia non disponeva di uno strumento giuridico adatto a garantire l’accoglienza dei cileni; in quel periodo era infatti in vigore la cosiddetta “riserva geografica” italiana alla Convenzione di Ginevra, con la quale si limitava il riconoscimento dello status di rifugiato soltanto a coloro che provenivano dall’Europa. C’era solo un modo per uscire dal Cile: chiedere un salvacondotto ai militari. I persecutori erano quindi gli unici a poter liberare i perseguitati. Prese piede una lunga serie di trattative non ufficiali tra i due Paesi, che portò al lento rilascio dei salvacondotti, il lieto fine arrivò solo l’8 aprile 1975 quando gli ultimi esuli cileni lasciarono l’Ambasciata. Nel frattempo, le tensioni tra Italia e Cile si erano acuite, i militari avevano posto una serie di ultimatum – puntualmente disattesi – per il rilascio dei salvacondotti e la stampa cilena aveva attivato una dura campagna mediatica contro gli italiani. L’apice fu raggiunto quando i militari lanciarono nel cortile della sede diplomatica italiana il cadavere di Lumi Videla, una giovanissima militante del MIR – il movimento rivoluzionario della sinistra cilena – accusando dell’omicidio gli ospiti dell’Ambasciata[6]. I diplomatici italiani furono la vera e propria avanguardia della solidarietà: agendo sotto pressioni continue, in una situazione straordinaria, riuscirono a salvare le vite di 3.000 cileni senza riconoscere la legittimità della Giunta militare. È grazie a persone come Piero De Masi, Tomaso de Vergottini – che nel gennaio del 1974 subentrò nel ruolo di Incaricato d’Affari –, Roberto Toscano, Emilio Barbarani ed Enrico Calamai che è iniziata una delle più belle pagine di solidarietà del nostro Paese.

Arrivati a Roma i cileni furono accolti dal Ministero dell’Interno che li ospitò per sei mesi all’interno di alcuni hotel del centro, le famiglie con bambini furono invece trasferite in alcuni Comuni limitrofi alla capitale che garantivano maggiori spazi all’aperto[7]. Si trattava della prima esperienza di accoglienza per l’Italia, un Paese che fino a quel momento aveva conosciuto solo l’emigrazione. Le difficoltà si notarono da subito, dopo i primi sei mesi i rifugiati dovevano cavarsela da soli, cercando un lavoro senza aver ricevuto alcun tipo di supporto, a partire dall’insegnamento della lingua[8]. Molti esuli si trovarono così a svolgere lavori completamente diversi – e spesso meno qualificati – rispetto a quelli che svolgevano o per i quali avevano studiato in patria[9]. Ciononostante, non si crearono situazioni di malessere diffuso, principalmente per due motivi: il primo riguarda l’accoglienza, che non generò una ghettizzazione, vi fu un’integrazione reale e i cileni entrarono a far parte della società e della comunità italiana; il secondo riguarda l’approccio che gli esuli ebbero nei confronti del lavoro, qualsiasi proposta era vista come un punto d’inizio, un’opportunità per mantenere la famiglia e progredire nel tempo. Presto gli esuli lasciarono Roma, nella capitale rimasero solo gli esponenti politici di alto rango, tra questi: Benjamín Teplisky del Partido Radical; Luis Guastavino, Clara Szczaranski e Antonio Leal del Partido Comunista; Luis Badilla della Izquierda Cristiana; José Antonio Viera-Gallo del  Movimiento de Acción Popular Unitaria; Bernardo Leighton ed Esteban Tomic del Partido Demócrata Cristiano; Jorge Arrate del Partido Socialista. Molti di loro erano leader nazionali della coalizione di Unidad Popular e della Democrazia Cristiana cilena, a conferma dell’importanza politica dell’Italia nella lotta contro la dittatura.

Tutti gli altri partirono – in prevalenza verso il Nord Italia – per cercare lavoro, anche grazie al supporto dei Comitati Italia-Cile, che in Emilia-Romagna videro la partecipazione diretta e proattiva delle istituzioni locali e dei principali partiti di massa. La presidenza collegiale del Comitato bolognese – che fece anche da centro di coordinamento regionale per gli altri Comitati locali – fu affidata al sindaco Renato Zangheri, al futuro presidente della Provincia Ghino Rimondini, all’ex partigiano Francesco Berti Arnoaldi, allo storico Cesare Gnudi, al deputato democristiano Angelo Salizzoni e all’incaricato Esteri del PCI provinciale Rudi Conti[10]. Proprio quest’ultimo ha descritto il funzionamento del Comitato: «Il Comitato operava su due principali livelli: in primo luogo quello dell’informazione e sensibilizzazione della cittadinanza sugli sviluppi della situazione cilena attraverso una vivace e continuativa attività di organizzazione di incontri, dibattiti e discussioni […]. Parallelamente, il Comitato agiva anche come coordinatore dell’accoglienza concreta degli esuli, circa un’ottantina, adoperandosi sia per metterli in contatto con le istituzioni e i servizi cittadini, sia per aiutarli a risolvere questioni logistiche di ricerca di un alloggio, gli arredi basilari per le abitazioni, l’inserimento nelle scuole di bambini o ragazzi e possibilmente un lavoro per gli adulti»[11]. In particolare, il Comitato si rivolgeva all’Istituto Autonomo Case Popolari – l’odierna ACER – per la ricerca della casa e alle cooperative del territorio per il lavoro[12]. Sul tema del lavoro è molto interessante la testimonianza di David Muñoz, militante del Partito Socialista cileno, che arrivò in Emilia-Romagna nel 1979: «Ho trovato lavoro attraverso una compagna socialista che lavorava alla Lega delle Cooperative. Lei si fece carico di trovarmi il lavoro. Nel frattempo, trovai un lavoro nella costruzione dei vagoni dei treni. Il capo del personale mi disse che non c’era nulla che io sapessi fare di quello che si faceva lì, ma era disposto a prendermi data la situazione, il caso, il colpo di Stato… io dovevo andare all’ufficio del lavoro con un funzionario per formalizzare l’assunzione, quando mi telefonano dalla Lega delle Cooperative e mi dicono di andare al Consorzio ortofrutticolo bolognese che sta a San Donato per lavorare […] Allora io vado dal capo del personale che mi dice: “Allora quando vuoi cominciare a lavorare?”. Senza chiedermi cosa sapessi fare o altro… lui era un compagno comunista. Io non sapevo come arrivare da Corticella al mercato. Bisogna attraversare tutta la campagna e non avevo auto, motorino, bicicletta… nulla. Allora mi dice “Facciamo che vieni a lavorare al pomeriggio, così puoi arrivare con il bus. Alla sera troviamo qualcuno che ti porta fino a Corticella”. Il giorno dopo ho cominciato a lavorare, il 9 maggio del 1980. Questo è stato straordinario, perché ho cominciato subito. Quando mi chiama il capo del personale e mi dice: “Da quanto non lavori?”. Gli dico che era un po’, che avevo lavorato a Palermo, che i compagni ogni tanto mi facevano della solidarietà. E allora mi ha detto: “Vieni qua”, e mi ha dato un po’ di soldi. Allora quando mi è arrivato il primo stipendio sono andato lì per restituire i soldi, ma mi ha detto: “Sei matto? Quello è un contributo dei compagni” […] Poi c’è stato il 2 agosto e ci sono state assemblee e riunioni ovunque […] Ho chiesto la parola e sono intervenuto. Dopo due settimane, i compagni mi hanno chiesto se volessi fare il delegato sindacale»[13].

Fino al 1975 in Emilia-Romagna e – più in generale – in Italia la causa cilena era entrata nella vita politica e nel dibattito pubblico attraverso le risoluzioni nelle istituzioni, i dibattiti in Parlamento e le manifestazioni in piazza, basti pensare che in breve tempo Salvador Allende divenne la personalità non italiana più presente nella toponomastica del nostro Paese[14]. Tanti militanti e politici di sinistra avevano guardato con speranza all’esperienza socialista e democratica dell’Unidad Popular, in molti avevano rimarcato le similitudini tra i due Paesi dove le forze di sinistra e i democristiani erano largamente maggioritari alle elezioni. L’11 settembre fu uno shock anche per gli italiani che – nel bel mezzo degli Anni di Piombo – videro nella deriva autoritaria cilena un possibile e tragico esito della giovane democrazia italiana. Enrico Berlinguer – segretario del Partito comunista italiano – fece riferimento diretto al golpe cileno per esporre e rafforzare la tesi del Compromesso Storico, mentre Bettino Craxi – vicesegretario con delega ai rapporti internazionali del Partito Socialista Italiano – usò le stesse cause per giustificare una soluzione politica alternativa: il Centro-Sinistra. Entrambi vedevano queste scelte come valide soluzioni al rischio di una deriva autoritaria guidata dalla destra.

Nel 1975, con l’arrivo degli esuli, la solidarietà politica divenne però solidarietà umana: il democratico cileno non era più una persona che combatteva, per gli stessi ideali, a 12.000 chilometri di distanza, ma era ora il vicino di casa, il cliente del bar di quartiere, il compagno di scuola o il collega di lavoro. Si arrivò così ad una concretizzazione dell’ideale politico; gli italiani avevano l’opportunità di entrare in contatto diretto con chi fuggiva da una brutale dittatura militare e dimostrare con i fatti il proprio supporto. In Emilia-Romagna, questo sentimento si andò ulteriormente ad amplificare – come testimoniato in svariate occasioni dagli esuli – per il fermento politico e culturale delle sue comunità. Ne ha parlato anche Leonardo Lizana Barcelò, esule cileno divenuto consigliere comunale a Bologna nei primi anni Duemila: «Sapevo che era una regione di sinistra e questo mi incoraggiava a venire, ma quello che effettivamente era questa regione: la vita politica e il fermento culturale, no. Quello lo conobbi quando sono arrivato e ho avuto la possibilità di non essere più soltanto un oggetto della questione, ma un soggetto a tutti gli effetti. Di tornare ad essere un cittadino che poteva esprimersi sulla situazione politica senza nessuna difficoltà ed inserirmi con gli anni nella vita pubblica ed amministrativa»[15]. Gli esuli cileni si innamorarono dell’Emilia-Romagna, arrivando così ad un alto livello di integrazione, alcuni rividero a Bologna il socialismo che avevano perso a Santiago, come ha raccontato David Muñoz: «In Emilia c’era il socialismo. Ad esempio, arrivavi qui e già al Comune si notava la differenza, quando siamo andati all’anagrafe a Palermo, dato che non eravamo sposati, c’era molta più burocrazia. Quando siamo arrivati qui, siamo andati all’anagrafe e ci dissero: “Non vi preoccupate, provvediamo noi”. Bene, ci siamo segnati nelle liste comunali e dopo due giorni vennero gli assistenti sociali del Comune e, viste le condizioni dell’appartamento, si mobilitarono per far inserire madri e figlie nel programma estivo per andare al mare. Questo è socialismo. Poi, il quartiere era polifunzionale, c’era tutto, teatro, farmacia, pediatra… la scuola, pazzesca!»[16].

La differenza nell’accoglienza la fece però la partecipazione. Tanti esuli e testimoni l’hanno definita un’accoglienza “di popolo”, le manifestazioni erano organizzate dalle realtà – politiche, sindacali e associative – di sinistra, ma a partecipare erano tutti. Particolarmente significativi da questo punto di vista sono i racconti di due esuli cilene, arrivate da bambine in Emilia-Romagna. La prima è Gladys Torneria Usen che a cinque anni fu ospitata a Parma insieme alla sua famiglia: «Sono venuti a prenderci in aeroporto con le macchine del Comune, ci hanno portati in albergo e dopo pochi mesi avevamo già una casa, addirittura ci hanno ammobiliato la casa: c’era tutto. È impressionante confrontarlo con quello che sta succedendo adesso, che è l’opposto, ora le persone si girano dall’altra parte mentre allora ti volevano accogliere e conoscere. Persino le vicine di casa ci portavano da mangiare e ci chiedevano se avessimo bisogno di una mano con le pulizie»[17]. La seconda testimonianza è di Aida Viveros, che fu ospitata nel quartiere Bussecchio di Forlì: «Tutti arrivavano: chi arrivava con la minestra, chi arrivava con la salsa, con un dolce, col gelato. Perché dovevano andare dai cileni. Il barbiere non si è mai voluto far pagare, ha sempre fatto i capelli a mio padre e i miei fratelli gratis, guai se lo pagavi, lo offendevi! Alla Casa del Popolo il gelato o il caffè non si poteva pagare, perché era un modo per dire “Io sono qui con te, sono qui con te, fino alla fine”»[18].

Quando si parla di Emilia-Romagna è sempre difficile uscire dalla retorica. Poche Regioni italiane hanno alimentato – e in alcuni casi subito – una così lunga serie di miti e credenze sul proprio conto. Locuzioni come “Modello emiliano” ed “Emilia rossa” hanno creato attorno a questo territorio un’aura di invincibilità, di fiera e laboriosa concretezza che – allo stesso tempo – è naturalmente vocata alla solidarietà, alla difesa degli ultimi e dei più deboli. Ecco perché dobbiamo porre un’attenzione ancora maggiore quando proviamo a definire qualitativamente l’accoglienza emiliano-romagnola. Se un’accoglienza è definibile in base alla percezione di colui che la riceve – dell’accolto – allora è facile evidenziare tutta una serie di aspetti che sicuramente avranno influenzato la sensibilità dei cileni e per i quali l’Emilia-Romagna ha un’innegabile predisposizione. Possiamo quindi fare riferimento alla partecipazione e all’appartenenza politica, al fermento culturale, alla strutturazione della società, alla centralità del welfare, al ruolo proattivo delle istituzioni locali, alla cultura diffusa dell’associazionismo e dell’attivismo, alla tendenza alla convivenza e alla convivialità, al forte tessuto economico-produttivo e, quindi, alla grande mobilità sociale. Sono tutti fattori che hanno influito positivamente sull’esperienza, sulla felicità e sull’integrazione dei cileni in Emilia-Romagna, rendendola una storia peculiare.

Ma non solo, la collaborazione è stata reciproca: non era solo l’Emilia-Romagna ad essere un ottimo punto di arrivo per gli esuli, erano anche gli esuli ad essere facilmente adattabili al contesto emiliano-romagnolo. Le loro idee politiche e la loro dedizione per il lavoro li avvicinarono immediatamente alla comunità ospitante e da questo punto di vista l’accoglienza fu incondizionata perché incondizionata era stata la lotta dei cileni che – per quelle comuni idee politiche – ora pagavano con l’esilio. In un certo senso fu una reazione commisurata al dolore di chi si ritrovava senza una casa, senza un lavoro e senza una cittadinanza. Il dovere di ognuno era fare in modo che anche chi arrivava in condizioni disastrate avesse la possibilità – attraverso lo studio e il lavoro – di emanciparsi dalla propria condizione. Guardando l’accoglienza da questa prospettiva, è chiaro che questo meccanismo fu una prova decisiva per lo stesso sistema emiliano-romagnolo, dal punto di vista politico, sociale e istituzionale: il tanto celebrato “Modello emiliano” aveva l’occasione di dimostrare di essere realmente un formidabile ascensore sociale, anche per chi partiva da zero.


[1] Maria Loreto Rebolledo González, L’esilio cileno in Italia, in Raffaele Nocera e Claudio Rolle Cruz (a cura di), Settantatré: Cile e Italia, destini incrociati, Think Thanks, Napoli 2010, p. 123.

[2] Alfredo Mignini, Dalla Moneda a Modena. Per una storia orale dell’esilio cileno e dell’accoglienza in Emilia-Romagna, «E-Review», n. 6 (2018), p. 2.

[3] Claudia Rojas Mira e Alessandro Santoni, Geografía política del exilio chileno: los diferentes rostros de la solidaridad, «Perfiles latinoamericanos», vol. 1 n. 41 (2013), p. 124.

[4] Maria Loreto Rebolledo González, Exilios y Retornos Chilenos, «Revista Anales», vol. 7 n. 3 (2012), p. 180.

[5] Giuseppe D’Angelo, Un diplomatico italiano nel Cile della dittatura, in Giulia Nuzzo (a cura di), Scritture e riscritture nelle letterature ispanoamericane, Officine Pindariche Editore, Salerno 2023, p. 223.

[6] Raffale Nocera, Le Ripercussioni del golpe sulle relazioni italo-cilene, 1973-1975, in Raffaele Nocera e Claudio Rolle Cruz (a cura di), Settantatré: Cile e Italia, destini incrociati, Think Thanks, Napoli 2010, p. 72.

[7] Maria Loreto Rebolledo González, L’esilio cileno in Italia, in Raffaele Nocera e Claudio Rolle Cruz (a cura di), Settantatré: Cile e Italia, destini incrociati, Think Thanks, Napoli 2010, p. 124.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, pp. 125-127.

[10] Marica Tolomelli, Dal Cile alla Polonia: solidarietà internazionale e democrazia nella cultura politica de Pci tra anni Settanta e Ottanta, in Luca Baldissara e Paolo Capuzzo (a cura di), Il comunismo in una regione sola? Prospettive di storia del PCI in Emilia-Romagna, il Mulino, Bologna 2023, p. 468.

[11] Ivi, p. 469.

[12] Nadia Baiesi et al., Tempo d’esilio. L’Emilia-Romagna al fianco del popolo cileno, 1973-1988, Regione Emilia-Romagna Assemblea Legislativa, Bologna 2018.

[13] Andrea Caira e Antonio Canovi, Geomemory 1973. Una storia tra il golpe in Cile e Modena, Mimesis edizioni, Milano 2023, pp. 135-137.

[14] Alessandro Santoni, Comunistas y socialistas italianos frente a la causa chilena: Solidaridad y Renovación (1973-1989), «Revista Izquierdas», vol. 8 n. 19 (2014), p. 116.

[15] Andrea Caira e Antonio Canovi, Geomemory 1973. Una storia tra il golpe in Cile e Modena, Mimesis edizioni, Milano 2023, pp. 120-121.

[16] Ivi, pp. 137-138.

[17] Andrea Cossu et al., Una questione di solidarietà. Storie di esuli cileni, Centro Studi Movimenti, Parma 2023.

[18] Nadia Baiesi et al., Tempo d’esilio. L’Emilia-Romagna al fianco del popolo cileno, 1973-1988, Regione Emilia-Romagna Assemblea Legislativa, Bologna 2018.

Scritto da
Giorgio Romano

Ha conseguito una Laurea magistrale in Politica, amministrazione e organizzazione all’Università di Bologna con una tesi in Relazioni internazionali e sviluppo in America Latina. Si occupa di storia, geopolitica e attualità. Lavora nella comunicazione istituzionale e politica.

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