Recensione a: Dan Wang, Breakneck. China’s Quest to Engineer the Future, Penguin – Allen Lane, Londra 2025, pp. 288, 25 sterline (scheda libro)
Scritto da Gianmarco Scollo
7 minuti di lettura
Cina e Stati Uniti sono due Stati peculiari per pensiero e impianto ideologico, accomunati dalla capacità unica di influenzare il sistema internazionale, seppure con modalità radicalmente differenti. Nel dibattito critico, gli Stati Uniti vengono spesso letti come un Paese che ha privilegiato una strategia di realpolitik e di impronta neocoloniale, soprattutto con Donald Trump; la Cina, dal canto suo, è frequentemente interpretata come un attore che trae vantaggio dalla cosiddetta wolf diplomacy e dalla “trappola del debito”. Dunque, perché un libro come quello di Dan Wang, Breakneck. China’s Quest to Engineer the Future, diventa oggi necessario da leggere, comprendere e analizzare? Research Fellow all’Università di Stanford, Wang presenta una traiettoria biografica che attraversa più mondi: nato in Cina, formatosi tra Stati Uniti e Canada, tornato poi a lungo nel suo Paese d’origine prima di rientrare in Occidente. Questo è uno degli aspetti intriganti di un libro che, scritto da un esperto in technology analysis e Cina contemporanea, appare come un ibrido tra memoir e analisi sociale, economica e politica di quello che la Cina rappresenta in un contesto geopolitico sempre più multipolare, ma ancora definito dal confronto, non privo di analogie, con la superpotenza statunitense.
Wang delinea un quadro chiaro della Cina attuale: ipertecnologica, pragmatica, efficiente e contraddittoria. Inizialmente, l’autore sembra mettere un po’ fuori strada il lettore. Sin dalle prime pagine si ha infatti l’impressione che si tratti del classico libro dove si enunciano e delineano le differenze tra Stati Uniti e Cina, concludendo che entrambi i Paesi hanno grandi similarità e obiettivi comuni. Il testo, invece, sorprende innanzitutto perché non pone gli Stati Uniti al centro del discorso, né li assume come metro principale di analisi. Piuttosto, focalizza il discorso sulla Cina in funzione di quello che gli Stati Uniti possono rappresentare nel rapporto tra i due Stati. Inoltre, presenta una distinzione chiara tra due modi di approcciare la vita politica, sociale ed economica: tra engineering state e lawyerly society. Da un lato emerge lo Stato degli Ingegneri, definiti dall’autore come coloro che pongono nella costruzione e nello sviluppo infrastrutturale le basi dell’evoluzione dello Stato e della società; dall’altro, la Società degli Avvocati, dove tutto è norma e dove tutto, in virtù dello Stato di diritto e della possibilità di appellarsi alle leggi, può essere bloccato e immobilizzato. Quello che in passato era un Paese costruttore, gli Stati Uniti, viene oggi definito da Wang un Paese dove la necessità di sviluppare città, idee e innovazioni in termini infrastrutturali e collettivi appare meno centrale, poiché il progresso ha dato la possibilità di focalizzarsi su una condizione di benessere che intrappola l’evoluzione di uno Stato. Al contrario, la Cina post-maoista ha intrapreso una traiettoria radicalmente diversa, abbandonando l’eredità ambivalente del Grande Timoniere. Se è vero che Mao fornì alla Cina una forte identità politica e un ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale, è altrettanto vero che le sue politiche iconoclaste durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976), volte alla distruzione dei “Quattro Vecchi” – idee, cultura, usanze e abitudini tradizionali – unite a una profonda incomprensione delle dinamiche economiche, condussero il Paese a una condizione di estrema povertà.
L’engineering state si configura invece come un modello capace di produrre crescita ed efficienza straordinarie, sebbene al prezzo di una compressione sistematica dei diritti individuali, ritenuti subordinati agli interessi supremi dello Stato. Come afferma Wang, «lo Stato ingegneristico è più dell’autocrazia o dell’alto modernismo tecnocratico: la Cina è riuscita, più di qualsiasi altro Paese autoritario nella storia, a combinare la crescita economica con il controllo politico». I risultati di questo modello sono evidenti: un miglioramento impressionante delle condizioni materiali di vita, una crescita economica sostenuta e la nascita di imprese globali leader nei rispettivi settori. Tuttavia, tale sviluppo si accompagna a un controllo capillare esercitato dallo Stato sugli imprenditori, sulle élite economiche e sull’intera società, come dimostra emblematicamente il caso di Jack Ma, fondatore di Alibaba. In questo senso, il modello cinese appare come una sintesi peculiare di dinamismo economico e rigidità politica, difficilmente replicabile nei contesti liberaldemocratici occidentali. Un’efficienza che produce crescita, ma rende il sistema strutturalmente intollerante all’autonomia.
L’analisi proposta dall’autore è illuminante sotto molti aspetti, perché pone le differenze tra queste due superpotenze sotto una nuova lente interpretativa. La contrapposizione tra l’engineering state e la lawyerly society non è banale, soprattutto poiché mette in luce quegli elementi che solo un osservatore interno a entrambi i sistemi può vedere e comprendere nel suo complesso. Inoltre, nonostante l’elogio dell’infrastruttura cinese a discapito di quella statunitense ormai ancorata al benessere, orientata al blocco amministrativo-burocratico e a uno sviluppo stagnante, nell’analisi dei due contesti emerge una chiara consapevolezza delle differenti fasi di progresso storico che i due Paesi stanno vivendo. I concetti esposti da Wang risultano inoltre ampiamente trasponibili a molte economie mature in fase di declino, dove la tendenza alla burocratizzazione si è progressivamente trasformata in un vero e proprio mantra amministrativo. In questa prospettiva, è possibile applicare la medesima distinzione, consapevoli della presenza di zone grigie, anche a un confronto tra diverse tendenze presenti in India e in Europa: da un lato, un Paese in piena fase di crescita, caratterizzato da un modello fortemente ingegneristico e orientato alla produzione, anche ad alto contenuto tecnologico; dall’altro, un continente segnato da una condizione di stallo produttivo, sempre più incline a privilegiare un approccio normativo e regolatorio. Tale orientamento, fondato sulla proliferazione di nuove policy, finisce spesso per ostacolare l’ingresso nel mercato di nuovi attori economici, contribuendo a delineare un modello di sviluppo non più centrato sulla produzione e una società progressivamente più appiattita. Ed è proprio sul concetto di scalabilità che si sviluppa il prosieguo del libro, offrendo una prospettiva innovativa all’analisi sociopolitica dei due modelli, anche in funzione di un contesto globale in grande evoluzione.
Il libro, come già anticipato, pone maggiore attenzione alla condizione attuale della Cina, anche e soprattutto in funzione di ciò che ha vissuto negli anni di Mao e delle sue politiche, fino alla trasformazione definitiva in engineering state con Deng Xiaoping e Zhou Enlai, attori principali del processo che introduce la Cina al “capitalismo con caratteristiche cinesi”, concetto anche questo rivoluzionato dalla nuova ideologia imposta da Xi Jinping. Ciò che, tuttavia, può attrarre un pubblico ampio nella lettura del libro risiede nella capacità di Wang di dare al suo lavoro di natura tecnica e storica una vena narrativa, con racconti sulla sua vita personale, su sua moglie, sui vari spostamenti interni alla Cina, vivendo condizioni diverse tra loro; sulla vita in Cina, a Shanghai nello specifico, durante la zero-covid policy e ancor di più descrivendo gli effetti sociali di uno Stato che ha imposto una politica iper-restrittiva come la one-child policy. Tutti effetti e politiche di un Paese che Wang definisce come affascinante per tutto ciò che realizza e ha realizzato, pur con tutte le criticità e difficoltà annesse, e che presenta ancora prospettive di crescita impressionanti.
I racconti sul periodo della zero-covid policy a Shanghai prima e nell’entroterra cinese negli anni successivi, delineano il quadro di uno Stato che, nella confusione generale del momento, prende decisioni basate sul pragmatismo e sull’efficienza (anche se non sempre efficaci), mettendo spesso da parte le libertà individuali dei cittadini. L’interesse della Cina e dell’intero Politburo era quello di dare un messaggio all’esterno: la Cina riesce a combattere e a battere la pandemia, agendo nel minor tempo possibile, limitando i diritti sociali e civili al minimo, senza dover fronteggiare proteste. In realtà, come spiegato dallo stesso Wang, così non è stato. La mancanza di cibo, i problemi di logistica e della catena di approvvigionamento, i suicidi e le proteste (che sì, ci sono state), mostrano come politiche di questa natura non siano esenti dal giudizio della popolazione e come, anche in uno Stato di Ingegneri, non tutto possa essere messo in stand-by. Così come è stato per la one-child policy, altro punto dolente raccontato perfettamente da Wang, che lo affronta dal punto di vista del popolo e delle ripercussioni che ha avuto sulla società di oggi e sulla politica, che si è ritrovata a dover fare passi indietro e che, norma ormai consolidata dell’economia, con il progresso della società e del mondo femminile, ha compreso come il tasso di natalità si sarebbe comunque bloccato. Infatti, oggi il Partito si è ritrovato, come delineato dall’autore, a dover limitare e ridefinire il ruolo della donna nella comunità cinese, ritornando a un modello di “angelo del focolare” in una visione più cinica che romantica.
Come affermato in apertura, il libro non presenta una tesi nettamente a favore di una o dell’altra visione del mondo, né una preferenza esplicita sul modello cinese o americano. Wang riesce brillantemente ad analizzare i due contesti, separandoli e sezionandoli con precisione chirurgica. Se da un lato critica gli Stati Uniti su alcuni aspetti, dall’altro ne riconosce i punti di forza, e lo stesso fa con il modello cinese. Emblematico, in questo senso, è il caso del tech power, dove la Cina è considerata come un “nuovo” attore fondamentale nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia potenzialmente in vantaggio sugli altri attori globali. Gli immensi investimenti fatti sul settore tech, soprattutto sotto l’amministrazione di Xi Jinping, hanno portato la Cina a essere non solo un competitor ma, piuttosto, un innovatore e catalizzatore di nuove tecnologie e trend globali. Sono molto significativi gli esempi di contesti come quello di Shenzhen, dove Steve Jobs, nel 2007, si appoggiò all’ecosistema manifatturiero per la produzione di massa di smartphone, diventata il principale sito di produzione per Apple e mantenuto poi dal Ceo Tim Cook, che ha definito questa produzione uno scambio e una partnership reale tra due Paesi che generano innovazione. Shenzhen è l’esempio cardine di ciò che gli Stati Uniti vorrebbero fare, ricreando il successo avuto dalla Cina con questo modello. Ma dal quale, almeno per ora, restano ancora lontani.
Ad ogni modo, Breakneck non è un libro di storia né di economia politica, tantomeno qualcosa che vuole protendere verso una parte o l’altra. Anzi, è affascinante il modo in cui emerge una Cina forse poco conosciuta. È il caso della campagna cinese, dell’entroterra e di province come lo Yunnan, definita da Wang come «un buon posto per riflettere perché è possibilmente la provincia più libera della Cina». Si racconta, inoltre, di un popolo cinese più attivo di quanto comunemente si pensi, con molti che si spostano, in un fenomeno definito rùn, che pur non essendo il termine inglese per “correre”, in Cina assume il significato di fuga e allontanamento da un contesto di mancanza di libertà. Tanti libri raccontano della Cina contemporanea, in pochi però lo fanno come Dan Wang, partendo dalle contraddizioni della storia del Novecento, continuando con quelle più contemporanee, ma delineando il quadro di un Paese che è troppo variegato per essere considerato come un blocco unico. Una realtà fatta di molteplici sfaccettature e antinomie, i cui aspetti possono essere realmente compresi forse solo da chi li ha vissuti quotidianamente, nella loro interezza e complessità.