“Cambiare la storia” di Adriano Prosperi
- 31 Ottobre 2025

“Cambiare la storia” di Adriano Prosperi

Recensione a: Adriano Prosperi, Cambiare la storia. Falsi, apocrifi, complotti, Einaudi, Torino 2025, pp. 160, 13 euro (scheda libro)

Scritto da Enrico Fantini, Costanza Larese

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Non si può che restare ammirati dal virtuosismo dimostrato da Adriano Prosperi nell’imbastire i saggi che compongono Cambiare la storia. Falsi, apocrifi, complotti, pubblicato nel febbraio 2025 per Einaudi. La compostezza accademica scherma solo in parte la vena polemica condotta nel volume contro il movimento noto come cancel culture[1], affermatosi negli Stati Uniti a partire dal 2017[2] e incarnazione contemporanea di una tendenza carsica nota come revisionismo iconoclasta. Per l’autore, la vandalizzazione di monumenti che celebrano figure controverse (perché legate ad esempio all’esperienza schiavile), o la riduzione della storia occidentale a coacervo di soprusi e violenze coloniali, rappresentano pratiche indebite di alterazione del passato. Sebbene l’analisi del fenomeno (per il vero anche la sua definizione) resti nel libro alquanto vaga e un poco riduttiva, l’autore segnala che la pratica di operare sul passato si afferma proprio quando gli spazi di modifica del futuro appaiono sempre più ristretti.

La ricerca di Prosperi ha il pregio di dichiarare i propri cardini teorici. Il primo è un’ovvia constatazione aristotelica: non si può alterare il passato, se non ricorrendo alla menzogna. Compito dello storico è smascherare tali menzogne attraverso l’impiego di strumenti razionali come l’indagine d’archivio e la critica del testo. Il secondo è un corollario all’affermazione di Marc Bloch secondo cui il falso attecchisce solo all’interno di un contesto sociale pronto ad accoglierlo. Se questi sono i modelli storiografici positivi, nel volume vengono additati anche i corrispettivi negativi: il volume Forgers and Critics di Anthony Grafton (1990) illustra bene, secondo Prosperi, la tendenza della storiografia postmoderna a ridurre il rapporto tra verso e falso a pratica intellettualistica priva di ogni implicazione morale.

Prosperi afferma un’interpretazione neopositivista dei fatti storici, che diventano oggetti misurabili al pari di fenomeni fisici. Come Prosperi sa meglio di chi scrive, però, la conoscenza del passato è coestesa all’insieme delle tracce che esso lascia e in particolare al sottoinsieme dei documenti preservati. Inoltre, tra fatti e documenti non vi è corrispondenza biunivoca. Nei saggi, tuttavia, l’autore procede a un’analisi più raffinata: da un lato impiega tecniche razionali (quella che abbiamo imparato a chiamare filologia) per riconoscere e denunciare il falso; dall’altro opera una paziente ricostruzione del sistema poliattoriale di credenze entro cui esso si diffonde.

Il primo saggio è dedicato al caso, notissimo, della Donatio Constantini. Falso elaborato nelle cancellerie papali attorno al 774, il documento avrebbe dovuto legittimare la donazione di terre al papa Adriano I in cambio dell’incoronazione di Carlo Magno a re dei Longobardi. Il secondo testo descrive la poderosa attività dello storico umanista Giovanni Nanni. Se nel 1493 seppellì diverse tracce greche, latine ed etrusche nel territorio di Viterbo da far rinvenire a papa Alessandro IV in visita alla città, al 1498 si data la sua invenzione degli Antiquitatum libri, attribuiti da Giovanni agli autori della cosiddetta “prisca teologia”. Nel terzo capitolo Prosperi ricostruisce con grande eleganza la storia dei falsi plomos del Sacromonte. Rinvenuti tra il 18 marzo 1588 e il maggio del 1599 alla periferia della città di Granada, tali reperti furono probabilmente forgiati da membri colti della locale minoranza moresca a seguito delle minacce di espulsione dalla Spagna. Chiude il volume il caso notissimo dei Protocolli dei sette savi di Sion. Nati nel contesto dell’antisemitismo russo e francese di fine Ottocento, furono impiegati per mobilitare una campagna di odio contro il ministro delle finanze russo Da Vitte prima di intraprendere un nefasto percorso globale.

Se nella prefazione viene affermata la funzione etica dello storico che ha da smascherare il falso, nei saggi Prosperi pare più interessato all’analisi molecolare delle forze e degli attori che hanno gestito la menzogna a fini egemonici, analizzandone tecniche retoriche, pratiche politiche, scopi. Cambiare la storia, contrariamente alla sua intenzione esplicita, segnala dunque qualcosa di più profondo: il problema del vero e del falso è in vero un falso problema. Ciò che conta sono i soggetti e i loro scopi, le tecniche e le pratiche con cui le varie minoranze organizzate imbrigliano l’informazione e la piegano a fini politici. Nei casi analizzati il falso fornisce al più una proposizione addizionale spendibile in una controversia già in corso.

Non è difficile riconoscere qui ciò che gli esperti di comunicazione definiscono bias cognitivo, conferma del bias e bolle epistemiche. Si tratta in fondo di pratiche storiche di durata talmente vasta da sfumare nell’antropologia.

 

Tramonto dell’homo algoritmicus

Estendiamo per un attimo l’analisi a considerazioni che partono dalla lettura del volume. Prosperi, con la sua indagine sul falso, fornisce strumenti utili a porre in un’adeguata prospettiva di lungo periodo il fenomeno delle fake news. Permette non solo di storicizzarne l’emersione, ma di prendere atto di essere entrati in una fase storica nuova. Le fake news sono un tassello di un quadro epistemologico più vasto. Chiamiamo “homo algoritmicus” un’estremizzazione popolare di teorie solide e autorevoli (da Popper a Habermas). Elaborato teoricamente già dai tardi anni Sessanta, ma divenuto ideologia di massa tra tardi anni Novanta e Duemila, l’homo algoritmicus implica una peculiare antropologia del cittadino delle democrazie liberali.

Secondo tale quadro, questi 1) è in grado di disporre di tutte le informazioni relative a un fatto (l’ideale della transparency e il “diritto alla verità”)[3]; 2) è capace di dedurre correttamente tutte le implicazioni delle informazioni in suo possesso a partire da una profondità di calcolo computazionale illimitata; 3) esempla la descrizione dei fenomeni sociali su quella proposta dalle scienze dure: l’individuazione di un controesempio, l’inconsistenza interna, o la falsità di una sola proposizione decretano la non validità dell’intera teoria (ex falso quodlibet)[4]; 4) la totale accessibilità delle informazioni, unitamente ai protocolli di consistenza e all’infinita capacità di calcolo, permettono di dedurre un’immagine del mondo completa, corretta e univoca (sul modello data-driven)[5]; 5) definisce infine il processo decisionale in modo scientifico: dall’accumulo dell’informazione e l’analisi dei dati segue una deliberazione informata[6].

Tale quadro ingenuo, relativo al funzionamento della democrazia moderna[7], aveva assunto nei fatti lo status di scienza popolare: abbiamo assistito al moltiplicarsi dal basso di siti di debunking, l’esplosione del “fact-checking” e la diffusione di un’ampia retorica “dibattimentale” fondata sulla raccolta massiccia delle informazioni, la certificazione della veridicità del fatto e la denuncia delle fonti in presa diretta.

La pandemia di Covid-19, la guerra russo-ucraina e quanto accade a Gaza hanno tuttavia frustrato quel modello. Hanno certificato la riemersione degli arcana imperii[8], l’inattingibilità strutturale della completezza dell’informazione e la velleità del principio di transparency democratica (che si rivela al più un auspicio cui tendere). Hanno inoltre concorso ad allargare sempre più la forbice tra teoria e prassi, tra data dragging e deliberazione, ponendo in modo inedito la questione della preminenza del momento decidente su quello conoscitivo. I tempi lunghi della ricerca scientifica di fronte all’urgenza della crisi pandemica e le lacune informative imposte dal segreto di stato e dalla sempre più pervasiva operatività delle agenzie di intelligence hanno enfatizzato lo scollamento tra i tempi di raccolta e analisi delle informazioni e quelli della prassi decidente. Tutto ciò ha proiettato l’opinione pubblica in un nuovo scenario epistemologico. L’urgenza della decisione ha sfumato la certificazione del vero, lasciando riemergere le categorie fondamentali del politico[9]. Il mito dell’ “homo algoritmicus” si sgretola.

 

Il “momento Corradini”

Cancellare la storia può dunque essere letto come il sintomo della chiusura di un ciclo: ma ora cosa si apre? Se da un lato vi è il ritorno a un’immagine della politica come atto decidente, per molti versi simile alle esperienze e alle elaborazioni teoriche degli anni Venti (Schmitt, Weber, Lukács)[10], dall’altro viviamo una condizione inedita.

In assenza di soggetti sociali autocoscienti credibili dentro le nostre società occidentali[11], in una cornice cioè di sostanziale stabilità interna (in Francia, o negli Stati Uniti prevalgono al più scenari ribellistici, non certo rivoluzionari) gli azionisti di maggioranza di una politica decidente tornano a essere gli Stati. In un presente in cui le strutture del diritto internazionale vengono apertamente screditate, la globalizzazione cede il posto all’aggiustamento strategico delle catene logistiche e si moltiplicano le limitazioni al commercio, allo scambio tecnologico[12] e persino a quello informativo, gli Stati e i loro apparati emergono come le uniche soggettività in grado di promuovere una competizione orientata all’interesse nazionale[13]. A seguito della crescita economica, demografica e militare di attori in grado di mettere in discussione il sistema egemonico stabilito nel 1945 e confermato nel 1991, il concetto di verità e falsità torna a farsi dialettico: il confronto tra nazioni sovrane è irriducibile alla razionalità comune del diritto internazionale.

Sebbene i paralleli storici andrebbero banditi dal dibattito pubblico, resta che vi siano forti similarità tra quanto accade oggi nello scenario globale e la riflessione che Enrico Corradini svolgeva tra anni Dieci e anni Venti del secolo scorso. Ora come allora, grandi aggregati nazionali competono per la conquista di una posizione egemonica al tramonto di un’era di globalizzazione, avocando di fatto a sé una forma di lotta di classe internazionale[14] (questo, ad esempio, è quanto paventa oggi la retorica dei BRICS e ciò è quanto paventava allora la retorica delle “nazioni proletarie” di Corradini). Se dunque è possibile parlare per l’oggi di un “momento Corradini”, permane tuttavia una differenza significativa: allora la conflittualità interna al corpo sociale era altissima e ritagliata su grandi attori di massa (che perseguivano finalità persino eversive rispetto agli assetti istituzionali); oggi, al più, troviamo una tribalizzazione del confronto tra settarismi identitari[15]. Se in Corradini il nazionalismo costituiva in parte uno sfogatoio per le conflittualità interne, oggi lo scontro si pone eminentemente tra apparati globali[16].

In tale quadro di crisi, discernere la verità dalla falsità delle proposizioni non solo è sempre più complesso, ma persino meno cogente. La messa in questione delle premesse stesse che sostenevano l’ordinamento internazionale rende le pratiche di riduzione della controversia alla ragione strumentale del diritto sempre più debole. Si tratta, a nostro avviso, di una condizione persino più drammatica di quella rappresentata dall’intelligenza artificiale e del pericolo di informazioni manipolate. Tutto ciò interroga, sulla scia di Prosperi, il ruolo della storiografia e della filologia nel presente.

In anni recenti è documentabile uno slittamento del discorso pubblico, soprattutto su internet, dal fact-checking (che in fondo è pratica filologica) alla cosiddetta debate culture dei Charlie Kirk, Ben Shapiro, Piers Morgan, Jordan Peterson e Mehdi Hasan. In tale contesto riproporre, come fa Prosperi, il modello dello storico come giudice imparziale potrebbe risultare anacronistico. Sarebbe forse meglio ricordare (come fa Grafton) che la filologia nasce anzitutto come pratica ancillare, in grado di fornire argomenti ulteriori alla controversia e al dibattito civile. La difesa avanzata da Adriano Prosperi allo storico-giudice suona in fondo come una difesa corporativa: l’accertamento della verità passa attraverso il riconoscimento di un insieme di procedure standardizzate che la comunità scientifica di riferimento condivide. Ma quando, per raggiunti limiti oggettivi e drammatiche evoluzioni sociali, quelle procedure razionali vacillano, che fare?


[1] Per quanto possa legittimamente ritenersi un movimento dalle finalità stigmatizzabili, esso riposa su fondamenta concettuali habermasiane per cui il dibattito pubblico deve puntare a coinvolgere tutte le soggettività comunitari marginali in un processo di rinegoziazione del concetto di identità collettiva e nazionale. Inoltre, la sussunzione di tali punti di vista da parte di settori dell’establishment politico e dell’informazione ha la funzione di ridurre il grado di conflittualità interna. Si veda Dimitri De Rada, Cancel Culture e diritto all’accesso all’informazione, «Nomos. Le attualità nel diritto», 2-2021, p. 1.

[2] Hailey Roos, With(Stan)ding Cancel Culture: Stan Twitter and Reactionary Fandoms, Muhlenberg College Special Collections & Archives, 2020.

[3] Sul tema e sui correlativi diritti aleteici si veda l’essenziale riflessione di Stefano Rodotà: «La democrazia non è soltanto governo “del popolo”, ma anche governo “in pubblico”. Per questo la democrazia deve essere il regime della verità, nel senso della piena possibilità della conoscenza dei fatti da parte di tutti. Perché solo così i cittadini sono messi in condizione di controllare e giudicare i loro rappresentanti, e di partecipare al governo della cosa pubblica. Perché qui si colloca una delle sostanziali differenze tra la democrazia e gli altri regimi politici, quelli totalitari in particolare, dove l’oscurità avvolge l’intera vita politica e sono i governi a definire quale sia la verità», cit. in Dimitri De Rada, art. cit., p. 7. Naturalmente per la prima formulazione del tema di veda Jeremy Bentham, Essay on Political Tactics. Per critiche recenti: Archon Fung, Mary Graham, David Weil, Full Disclosure: The Perils and Promise of Transparency, Cambridge University Press, Cambridge 2007; David Heald, Varieties of Transparency, in Transparency: The Key to Better Governance?, a cura di Christopher Hood e David Heald, Oxford University Press, Oxford 2006; Christopher Hood, The Blame Game: Spin, Bureaucracy, and Self-Preservation in Government, Princeton University Press, Princeton 2011; Sull’irriducibilità del concetto di fiduca alla disponibilità dell’informazione si veda, Onora O’Neill, A Question of Trust, Cambridge University Press, Cambridge 2002.

[4] Andrea Saltelli e Monica Di Fiore (a cura di), The Politics of Modelling: Numbers Between Science and Policy, Oxford University Press, Oxford 2023.

[5] Su una critica nell’uso dei dati per la formulazione di una risposta univoca a questioni politiche si veda Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here, Public Affairs, 2013.

[6] Sui processi razionali di deliberazione si vedano: Jon Elster, Deliberative Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1998; Simone Chambers, Reasonable Democracy: Jürgen Habermas and the Politics of Discourse, Cornell University Press, Ithaca 1996; Amy Gutmann e Dennis Thompson, Democracy and Disagreement, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1996. Per una critica fattiva Giandomenico Majone, Evidence, Argument, and Persuasion in the Policy Process, Yale University Press, Yale 1989.

[7] Jürgen Habermas, Faktizität und Geltung (1992); trad. it. Fatti e norme, Guerini, Milano 1996; Id., Strukturwandel der Öffentlichkeit (1962); trad. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 1971; John Rawls, Political Liberalism, Columbia University Press, New York 1993; James S. Fishkin, When the People Speak: Deliberative Democracy and Public Consultation, Oxford University Press, Oxford 2009; Joshua Cohen, Deliberation and Democratic Legitimacy” in Alan Hamlin e Philip Pettit (a cura di), The Good Polity. Normative Analysis of the State, Basil Blackwell, Oxford 1989. In realtà già dagli anni Sessanta si criticò il modello ingenuo della razionalità perfetta con un approccio “incrementalista”. Numerosi e notevoli furono anche i tentativi di salvare il modello razionalista con l’introduzione del concetto di optimal rationality. Cfr. Yehezkel Dror, Public Policymaking Reexamined (1968).

[8] Per un’ampia riflessione sul tema rimando al classico Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1986. Se per Bobbio «la democrazia è governo del potere pubblico in pubblico», la segretezza è in essa ammessa solo come eccezione. Un abuso produce l’opacizzazione delle pratiche decisionali e il rafforzamento di un’oligarchia amministrativa.

[9] L’idea della politica come prassi decidente e del sovrano come decisore di ultima istanza è esemplificata dal caso del riarmo europeo: decidere di riarmarsi (al di là di vincoli internazionali) in conseguenza dell’assunto per cui “a breve la Russia attaccherà un Paese membro” è l’esemplificazione del “contingente futuro” aristotelico (che grado di decidibilità ha una proposizione come: “domani ci sarà una battaglia navale”?).

[10] Nel noto saggio Politik als Beruf (rielaborazione di una conferenza tenuta nello stesso anno), Weber ricordava come non si possa attingere al significato del mondo dai risultati delle sue analisi, «per quanto esatte possano essere». Per Weber il significato ha sempre un valore posizionale: Cit in Jan-Werner Müller, L’enigma della democrazia. Le idee politiche nell’Europa del Novecento, Einaudi, Torino 2012, p. 36. Costituisce cioè una presa di posizione più o meno arbitraria dei soggetti all’interno di una rete sociale. Weber parlava nel gennaio del 1919, mentre il suo testo sarebbe stato pubblicato nel luglio di quell’anno. La prolusione e il processo di edizione si collocano in un contesto ricco di eventi formidabili: coincise con la rivolta spartachista e la Repubblica dei Consigli di Baviera, mentre cadde a pochi mesi dalla firma dell’armistizio tedesco (11 novembre 1918), precedendo di soli quattro la Rivoluzione di Novembre. In quel contesto Weber ebbe modo di elaborare la differenza tra Gesinnungsethik e Verantwortungsethik. Il suo tempo apparteneva alla prima, l’etica della convinzione: la prassi politica è l’esclusivo derivato di credenze. Pochi anni dopo, nel 1923, György Lukács pubblica Geschichte und Klassenbewusstsein. Qui si affronta la differenza tra metodo delle scienze naturali, che non conosce la contraddizione se non sottoforma di errore, e metodo delle scienze sociali in cui la contraddizione riemerge nella forma del conflitto. Per Lukács la verità nella storia si dispiega unicamente come esito di una prassi dialettica e antagonistica. Tale approdo matura a seguito della rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917 che scompaginò la teoria politica marxista con l’evidenza di un colpo di mano politico. In una prima versione del breve scritto Che cos’è il marxismo ortodosso (elaborato proprio nel 1919) Lukács sostenne senza mezzi termini che «la decisione precede i fatti». In un’indagine retrospettiva sugli anni che prepararono l’avvento del nazismo, in Distruzione della ragione (1954), parlerà proprio di gnoseologia aristocratica e di soggettivazione della storia. Sempre nei primi anni Venti si colloca infine la riflessione di Schmitt sulle categorie del politico come prassi decidente, elaborate anche in opposizione al formalismo giuridico di Kelsen. I tardi anni Dieci e i primi anni Venti del secolo passato ricadono nel segno di una precedenza della prassi sulla teoria: dalla rivoluzione bolscevica come superamento della teoria marxiana alla marcia su Roma esito, come ebbe a dire Mussolini, di teoria socialista e blanquismo.

[11] Parlare in questi termini dei WASP o della comunità LGBTQ+ è quantomeno prematuro, sebbene non sia detto che i futuri assetti sociali non passino anche per crismi di genere o “etnici” trasversali alle più tradizionali classi sociali.

[12] Alessandro Aresu, Le potenze del capitalism politico, La Nave di Teseo, Milano 2020.

[13] Walter Russell Mead, The Return of Geopolitics. The Revenge of the Revisionist Powers, «Foreign Affairs», maggio/giugno 2014

[14] P. Bond, East-West/North-South – or Imperial-Subimperial? The BRICS, Global Governance and Capital Accumulation, «Human Geography» (United Kingdom), 11(2) 2018, 1-18.

[15] Mark Lilla, The Once and Future Liberal: After Identity Politics (2017).

[16] Non senza un certo supporto popolare: si veda il sondaggio del marzo 2025: Baromètre de l’opinion publique européenne: “Quelle défense pour l’Europe?”, «Le Grand Continent».

Scritto da
Enrico Fantini

Ha studiato Letteratura italiana all’Università di Siena (BA) e alla Scuola Normale Superiore di Pisa (MA, PHD). Attualmente è Wallace Fellow presso Villa I Tatti - Harvard University. Si occupa di letteratura, di storia delle idee, di politica.

Scritto da
Costanza Larese

Ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore. È attualmente ricercatrice in logica presso il LUCI Lab dell’Università degli Studi di Milano Statale. È coautrice del volume “Depth-bounded Reasoning. Classical Propositional Logic” (College Publications 2024) e co-curatrice della traduzione italiana della “Ricerche aritmetiche” di Carl Friedrich Gauss per le Edizioni della Normale (2023).

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