La Cina dopo la crisi globale: il “New Normal” di Xi Jinping

Cina

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La Cina e la crisi globale

Quando la crisi finanziaria globale è scoppiata, l’allora bassa finanziarizzazione dell’economia, testimoniata da un rapporto tra il valore delle azioni scambiate e il PIL del 42% nel 2006 (quello USA era del 220%), ha fatto sì che Pechino non sperimentasse alcun crollo. Similmente, come risultato del suo ridotto rapporto tra debito pubblico e PIL (25,4% nel 2006 mentre quello italiano era del 102,6% e quello statunitense del 63,6%), Pechino non ha conosciuto il rischio di default corso invece da alcuni paesi europei.

Eppure, nel 2008, l’economia cinese ha vacillato registrando una crescita del 9,5%, significativamente inferiore rispetto a quella del 14,2% del 2007 (il tasso più alto dal 1992 e arrivato dopo un quinquennio di incremento costante). Due vincoli principali sembravano compromettere la tenuta dell’economia della Repubblica Popolare: l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni e, quindi, dalle altre economie e il basso livello di consumi interni.

La tesi di questo articolo è che la combinazione di questi due fattori abbia spinto la leadership cinese ad imprimere una svolta alla propria politica economica, culminata con l’elaborazione del “New Normal” e l’approvazione del tredicesimo piano quinquennale (2016-2020) nel 2015. La comprensione di queste due dinamiche può chiarire una parte degli obiettivi della politica economica cinese post-2008.

La dinamica dei consumi

Il trentennio di crescita precedente al 2008 aveva fatto aumentare il PIL cinese con una media di circa 10 punti annui. La crescita produttiva non è stata però accompagnata da una crescita proporzionale dei consumi tanto che la dinamica di consumi ridotti può essere considerata una costante della storia economica cinese almeno dal 1978 in poi. Seguendo un modello di crescita intensiva in cui la priorità era data agli investimenti e all’accumulazione di capitale, la RPC aveva sperimentato un tasso di risparmio incredibilmente più alto rispetto alle altre economie. Come dimostrano chiaramente i dati, più aumentava la ricchezza del paese, più i cittadini risparmiavano. Tra il 2000 e il 2008, il tasso di risparmio in Cina è aumentato di 15 punti facendo toccare il livello più alto degli ultimi 30 anni.

Alcune teorie sono state elaborate per spiegare questa particolarità e in questa sede se ne menzioneranno tre: la teoria precauzionale, la teoria delle “distorsioni del mercato” e un adattamento della teoria del “ciclo vitale”. La prima cerca di spiegare la peculiare dinamica cinese alla luce della poca sicurezza sociale garantita dalla RPC ai consumatori che indurrebbe a risparmi più alti per far fronte ad eventuali shock, la seconda invece si rifà ad una combinazione specifica di tassi di interesse alti e moneta deprezzata mentre la terza, proposta da Bonham e Wiemer[8], riprende l’ipotesi del “ciclo vitale” di Modigliani, sostenendo che in Cina ad un aumento considerevole del PIL segua per ragioni demografiche un aumento del tasso di risparmio, come risultato della politica familiare condotta da Pechino nell’ultimo trentennio che avrebbe ridotto le coorti più giovani, stocasticamente associate a tassi di risparmio più bassi. Qualsiasi spiegazione si dia a questo fenomeno, è importante capire che ha avuto un ruolo.

Già nel 2008, la leadership economica cinese approvava un massiccio piano per stimolare i consumi interni e ridurre i risparmi. Dal 2010 (e ancora più drasticamente dal 2014) il tasso di risparmio ha iniziato a calare, attestandosi secondo le stime del FMI al 44,5% nel 2018 e riducendosi in 10 anni di quasi 8 punti percentuali.

La dinamica delle esportazioni

La crisi finanziaria del 2007 e la crisi dei debiti sovrani hanno incrinato la solidità del modello export-led cinese. Nel 2009, il crollo dell’export cinese di beni e servizi è verticale: -11,3 %. Il ruolo delle esportazioni nel prodotto nazionale è andato progressivamente diminuendo, passando da circa il 37,2 % del 2006 al 24,3 % del 2009 e annullando completamente gli incrementi del quinquennio 2002-2006.

Come dimostrato da Lu Bai et al.[9], il deterioramento delle posizioni economiche e finanziarie dei primi 10 paesi destinatari dell’export cinese è la principale causa del declino delle esportazioni cinesi e, in seconda battuta, del rallentamento del tasso di crescita. Parallelamente, alcuni fattori secondari determinavano lo stesso risultato, per esempio l’innalzamento dei costi del lavoro in seguito alle riforme di Hu Jintao aveva aumentato i prezzi di molte delle merci esportate e l’effetto positivo sull’export cinese dell’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio era andato stabilizzandosi[10]

A partire dal 2009, il peso delle esportazioni nel PIL cinese è andato sempre diminuendo (fatta eccezione per un irrilevante iniziale incremento) fino al 2016[11] in cui contavano per il 19,6%, il dato più basso degli ultimi 20 anni. Il combinato disposto di questo declino e della dinamica dei consumi rischiava di generare una massiccia crisi da sovrapproduzione.

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Classe 1994, si è laureato in triennale con una tesi sulla politica economica della Repubblica Popolare Cinese e sta proseguendo gli studi magistrali in Relazioni Internazionali a Roma. I suoi ambiti di interesse sono la Teoria delle Relazioni Internazionali e gli Studi Strategici. Le sue analisi si concentrano sulla crisi dell'ordine unipolare con particolare attenzione alla politica estera e di difesa della Repubblica Popolare Cinese. È Junior Fellow presso Geopolitica.info, centro studi di geopolitica e relazioni internazionali.

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