“La nostra classe media non esiste più”. Stratificazione sociale in Iran
- 02 Agosto 2018

“La nostra classe media non esiste più”. Stratificazione sociale in Iran

Scritto da Rassa Ghaffari

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Protagonista attiva delle vicende politiche e sociali degli ultimi anni, come è raro che accada in molti altri paesi della regione, la società civile rappresenta per l’Iran un attore tutt’altro che immobile ed omogeneo.

Se le notizie relative alla politica estera, agli altalenanti rapporti con gli Stati Uniti ed il precario accordo nucleare sembrano offrire l’immagine di una popolazione esclusa dai processi politici (l’Iran viene chiamato spesso “il paese degli Ayatollah”, sminuendo di fatto la sua complessa costituzione interna), non bisogna dimenticare il ruolo e il coinvolgimento diretto delle persone comuni e delle diverse realtà sociali.

Per riuscire a comprendere la dinamica ed il funzionamento del Paese, è necessario soffermarsi sulla composizione della società stessa, dei rapporti tra le diverse classi sociali e tra queste e lo Stato. Un modo per farlo, è analizzare quattro avvenimenti degli ultimi quarant’anni della storia del Paese ed i suoi principali protagonisti: la Rivoluzione Islamica del 1979, il movimento dell’Onda Verde del 2009, le manifestazioni di protesta di gennaio 2018 e i recenti scontri al bazar di Tehran dello scorso giugno.

Esaminare questi eventi è significativo in quanto, a eccezione della Rivoluzione del ’79, che è stato un fenomeno trasversale, hanno visto mobilitarsi una particolare fetta della società iraniana, portatrice di istanze, bisogni e caratteristiche peculiari.

 

Iran classe media

 

È necessario iniziare con una doverosa premessa: qualsiasi rigida e categorica suddivisione della società iraniana si rivela inevitabilmente problematica e parziale. È errato, infatti, applicare sterilmente le categorie concettuali formulate per i contesti occidentali ad una società con un percorso così peculiare; Zahirinejad (2014), ad esempio, sottolinea come i criteri del salario e dei consumi siano inefficaci in una società soggetta a drammatici tassi di inflazione.

Nel biennio 2010-2012, ad esempio, si stimava che il reddito tipico della classe media potesse oscillare, all’incirca, tra 487 e 993 $. Nel 2013, però, mentre il prezzo del dollaro è aumentato di quasi tre volte, non è avvenuto lo stesso con i salari. E ancora: secondo l’Iranian Urban and Rural Household Income and Expenditure Survey del 2014, le famiglie iraniane avrebbero speso mediamente il 25.4% in più rispetto all’anno precedente: se si tiene conto del tasso di inflazione, aumentato del 32.1%, tuttavia, emerge in realtà una diminuzione del potere di acquisto reale. Harris suggerisce dunque come criteri alternativi di classificazione l’occupazione e il titolo di studio.

Per semplicità, si può affermare che la maggior parte degli autori riconosce l’esistenza di almeno tre classi: upper class, middle class, divisa comunemente in “nuova” (emersa nel periodo post-rivoluzionario) e “tradizionale”, e lower class, in cui la classe lavoratrice viene inclusa. Si tratta evidentemente di una semplificazione necessaria per dipingere a grandi linee la composizione attuale della società.

 

Gli ultimi quarant’anni della storia dell’Iran

Il fronte delle proteste che ha portato alla rivoluzione del 1979 è stato eterogeneo e molto complesso, con al suo interno comunisti, intellettuali, mercanti, studenti, religiosi e laici, spinti da istanze diverse ma accomunati dal desiderio di porre fine al regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi.

Sebbene non vi siano stime accurate del sistema di classi dell’epoca, la letteratura ha sottolineato l’esistenza di diversi gruppi sociali: il primo, composto da non più di un migliaio di individui negli anni Sessanta, è quello dell’alta borghesia dipendente dal governo ed a capo dei settori chiave dell’economia, strettamente connesso e dominato dal capitale internazionale. Si trattava di famiglie aristocratiche di diversa provenienza, industriali, politici, ufficiali di alto rango, imprenditori, che detenevano nel complesso più dell’80% del capitale.

Vi era in secondo luogo la classe media formata da mercanti, proprietari terrieri – che avevano sostituito la vecchia classe feudale con la riforma agraria – e dalla piccola borghesia impegnata nel commercio, artigianato, lavorazione del legno e nella costruzione, che, prima della Rivoluzione, ammontava a circa un milione di famiglie. Vi era infine una nuova classe media di lavoratori cresciuta in seguito allo sviluppo industriale ed alla espansione della burocrazia statale, formata principalmente da insegnanti, ingegneri, colletti bianchi e impiegati statali. Un ruolo importante lo ha giocato la cosiddetta classe dei bazarì, un termine generico per indicare l’eterogenea classe commerciale dei bazar, colpita negativamente dalle politiche economiche degli anni Sessanta e Settanta a quasi esclusivo beneficio della ricca classe borghese che contribuirono ad esacerbare il conflitto e la diseguaglianza sociale. I bazarì saranno difatti tra i protagonisti della ricostruzione post-bellica e, come si vedrà, torneranno a far sentire la propria voce a quasi quarant’anni di distanza.

 

Iran

 

Un discorso a parte merita la categoria degli ulema, che potremmo tradurre con clero, il cui contributo alla causa rivoluzionaria è stato un fattore imprescindibile per il suo successo. Il loro rapporto con la monarchia è stato complesso anche a causa dell’eterogeneità interna a questo fronte; indubbiamente, il processo di modernizzazione ed occidentalizzazione dei Pahlavi entrò in conflitto culturale, giuridico ed economico con i religiosi, che durante la Rivoluzione si allearono con i bazarì per proteggere gli interessi comuni. Basti citare che, su quasi 2.500 manifestazioni nel biennio 1978-1979, il 64% fu orchestrato dall’alleanza tra clero e bazar, anche se il numero di religiosi coinvolti attivamente nelle proteste fu in realtà più contenuto di quel che si pensi.

Il processo di crescita economica degli anni Novanta di Rafsanjani si è caratterizzato per quella che molti autori definiscono una transizione verso politiche economiche di stampo neoliberista, con programmi di industrializzazione che incentivarono l’occupazione sia nel settore formale sia in quello informale. La classe che più ha tratto vantaggio in quel periodo fu indubbiamente la nuova borghesia mercantile che doveva essere ricompensata per il massiccio contributo alla causa rivoluzionaria. Sarà proprio la classe media la protagonista delle successive, imponenti proteste politiche.

Il 2009 ha visto in Iran la più grande mobilitazione popolare dal 1979, e la nascita del movimento ribattezzato “l’Onda Verde”, dal colore simbolo della campagna elettorale del candidato sconfitto, Mousavi. Migliaia di Iraniani, con un’altissima partecipazione di donne e di giovani sotto i 30 anni, sono scesi per le strade di Tehran e delle altre principali città dell’Iran citando slogan contro i presunti brogli che avrebbero portato Mahmoud Ahmadinejad alla vittoria per la seconda volta, reclamando chiarezza nel conteggio dei voti, ma anche, contemporaneamente, maggiori diritti politici, un allentamento delle restrizioni sulla morale, separazione della sfera pubblica da quella privata; richieste che Harris designa come istanze comuni ad una classe media urbana (non elitaria) che si percepiva bloccata dallo Stato nella propria ascesa sociale.

Il protagonismo della classe media e dei giovani è significativo: questi gruppi sociali sono sempre stati particolarmente attivi sulla scena politica e sociale. Se nel 2009 le loro rivendicazioni riguardavano perlopiù i diritti civili e sociali, come si vedrà in seguito, la crisi porterà in primo piano le proteste di natura economica.

 

Struttura e ruolo della classe media iraniana

Definire la classe media iraniana è un compito irto di problematiche, dovute soprattutto alla impossibilità di omogeneizzare una categoria che presenta difatti una pluralità di caratteristiche (ad esempio, una parte valorizza l’uso del velo, un’altra lo porta solamente perché imposto). Diversi autori sostengono che non vi sia nemmeno un’entità omogena chiamata classe media, ma una pluralità di gruppi sociali con redditi simili che si avvicinano alla sua definizione. Data la mancanza di unanimità riguardo alla sua definizione e complice l’inaffidabilità delle statistiche ufficiali, è difficile anche stimarne con esattezza le dimensioni: secondo uno studio della Federal Research Division Library of Congress, la composizione della classe media non sarebbe cambiata in sé dopo la Rivoluzione Islamica, ma le sue dimensioni sarebbero raddoppiate dal 15% della popolazione totale nel 1979 a più del 32% nel 2000; il giornale iraniano Shargh, invece, sosteneva nel 2013 che la quota fosse aumentata dal 38% al 58% a partire dalla Rivoluzione. Ancora: l’Associazione Iraniana di Sociologia ha proposto stime diverse oscillanti tra il 30 e il 60% della popolazione lavoratrice (2015); l’economista Leylaz parla del 50% nell’ultimo decennio, mentre per Farzanegan, Alaedini e Azizimehr (2017), la percentuale nel 2011 era del 18.6%. In contrasto a queste stime, Zahirinejad afferma che la percentuale di classe media “produttiva” o “forte”, in grado di produrre alti livelli di crescita economica, non sia superiore al 10%.

Oggi è indubbiamente vero che la classe media urbana sta attraversando un periodo di profonda crisi che ha portato alcuni a parlare di un suo vero e proprio fallimento. Sebbene il presidente Rouhani abbia concentrato le sue politiche economiche proprio su questa fascia sociale, moltissime persone descrivono la propria condizione affermando che “la nostra classe media non esiste più”. I due governi di Ahmadinejad, la crisi economica e la situazione internazionale hanno contribuito all’ampliamento del divario tra classi, l’impoverimento di quella media e l’arricchimento di una nuova upper class con renditi altissimi e spesso poco trasparenti. Mentre i prezzi dei beni di prima necessità aumentano costantemente, in certi quartieri di Tehran nord scorrazzano Maserati con musica occidentale a tutto volume. “Per quanto mi sforzi, non riesco a capire come possano permettersi questo tenore di vita”, mi ha confidato S., 35 anni, architetta. “Noi lavoriamo, e così possiamo andare avanti a stento”.

Secondo i dati raccolti dal Centro di Statistica Iraniano nel 2013, le famiglie urbane della provincia di Tehran, con una entrata annua di 285.990.000 rial (al tasso di cambio nel 2013: 8.400€ circa; al tasso giugno 2018: 5.800 € circa) ed una spesa annua di 274.638.000 rial (al tasso 2013: 8.080€ circa; al tasso giugno 2018: 5.580 € circa) sono quelle con le più alte entrate e spese per famiglia, mentre il ricavo annuale per individuo nel paese, nel 2016, è stato stimato di circa 4.600 €.

I sondaggi condotti dall’International Perspectives for Public Opinion LLC sulle intenzioni di voto alle ultime elezioni del 2017 hanno rivelato come l’attuale presidente Rouhani, un pragmatico moderato che ha concorso contro il conservatore Raisi, abbia un maggiore consenso nella middle e upper class, confermando, in parte, la teoria secondo cui queste sarebbero le classi con visioni politiche più moderate e/o riformiste.

Intenzioni di voto per i due candidati alle elezioni 2017 per classe sociale. Fonte: http://ippogroup.com/vote4twocandidates/.

Il profondo disagio dell’Iran odierno

Le manifestazioni dello scorso inverno, dettate principalmente da motivazioni di natura economica, non hanno visto scendere in strada la classe media con i suoi slogan su libertà e trasparenza, ma la cosiddetta working class, un nuovo ceto medio impoverito deluso da una classe politica dalla quale non si sente rappresentata, e tradita dalla combinazione di universalizzazione dell’istruzione gratuita e liberalizzazione economica: un mix che ha prodotto, specialmente negli ultimi anni, un altissimo numero di laureati che il mercato del lavoro stenta però ad assorbire. Nella sola contea di Tehran, ad esempio, nel 2016, il 41.6% degli uomini e il 74.4% delle donne disoccupati risultavano in possesso di un titolo di studio universitario. Delle promesse di redistribuzione sociale e giustizia che la Repubblica Islamica aveva rivolto ai cosiddetti mostazafin, gli oppressi, negli anni sembra rimasto poco o nulla, sebbene il contributo rivoluzionario della classe lavoratrice, attraverso scioperi e serrate, sia stato fondamentale.

Largamente ignorata dai media e dall’opinione pubblica internazionale, su cui sembra fare più presa lo stile libertino dei giovani della upper class urbana, la classe lavoratrice costituisce cionondimeno un’ampia fetta della popolazione iraniana impegnata principalmente nella produzione economica, anziché nel consumo sfrenato. Questo spiega anche il supporto alle proteste ricevuto da alcune frange politiche conservatrici, desiderose di tenersi stretta una parte importante del proprio elettorato e pronte ad attribuirne il malcontento alle politiche del presidente Rouhani.

Le proteste dello scorso giugno si sono rivelate ancora una volta differenti: hanno visto il coinvolgimento di un gruppo sociale, quello dei bazarì, che sebbene abbia più volte dato segni di scontento, è stato tradizionalmente poco partecipe alle manifestazioni del 2009 e 2018. Quella dei commercianti ha rappresentato nel passato l’ago della bilancia del complesso sistema politico e sociale iraniano, ed è sempre stata esponente dell’anima religiosa e conservatrice della società: rafforzatasi dalla fine del XIX secolo, è stata duramente colpita dal programma di modernizzazione dello scià Mohammad Reza Pahlavi negli anni Sessanta, divenendo tra i protagonisti attivi della Rivoluzione Islamica del 1979; al centro del processo di ricostruzione post-bellica degli anni Novanta, ha subito poi i contraccolpi dalla dura crisi economica che l’Iran sta attraversando negli ultimi anni, perdendo gradualmente il suo ruolo di termometro politico e sociale.

Le proteste di giugno si sono spente dopo poche settimane, ma si sono rivelate sintomatiche di un profondo disagio economico, oltre che politico, del Paese. Disagio che, oggi, sembra essere divenuto trasversale alle diverse anime della società iraniana.

Scritto da
Rassa Ghaffari

Nata in Italia nel 1991 ma di origini iraniane, ha sempre viaggiato e vissuto tra i due Paesi. Teaching fellow presso Università degli Studi di Milano Bicocca. Ha conseguito un dottorato in sociologia all’Università di Milano Bicocca con un progetto sui cambiamenti dei ruoli di genere tra i giovani in Iran. In precedenza ha studiato Studi Internazionali a Bologna e Studi Afro-Asiatici a Pavia. I suoi temi di ricerca principali sono l’Iran, le tematiche di genere e la condizione giovanile in Medio Oriente.

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