Considerazioni sui confini, al di là del bene e del male
- 09 Agosto 2017

Considerazioni sui confini, al di là del bene e del male

Scritto da Paolo Di Leo

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I confini e lo Stato

Questo assodato, passiamo al secondo punto che possiamo mettere a fuoco, se teniamo a mente la caratteristica propria dell’antitesi di Schmitt. Uno Stato, ovvero il patto, funziona perché le classi più forti lo trovano vantaggioso. Furono i potenti dei popoli sconfitti dai Romani a permettere di fatto la formazione e la perpetuazione dell’Impero. Furono i ricchi mercanti e produttori inglesi a spingere per la formazione e per l’espansione dell’Impero.

In entrambi i casi, le classi più forti sostennero il progetto -se di progetto si trattò-, perché era a loro vantaggioso. Esso permetteva loro di comporre il conflitto con le classi subalterne, concedendo loro qualcosa, ma senza compromettere la propria supremazia. Ora, quella che poteva essere supremazia assoluta delle classi forti sulle più deboli, veniva mitigata e frenata dal potere statale, la cui sovranità anche le classi più forti dovevano riconoscere, proprio in funzione del mantenimento delle loro posizioni.

Lo Stato funzionava, dunque, come mediatore di quella che altrimenti sarebbe stata lotta senza quartiere, come dice Hobbes, a vantaggio sì delle classi più forti, ma non a totale detrimento di quelle più deboli.

Dalla Seconda Guerra in poi la forbice tra il vantaggio e il detrimento è andata via via diminuendo, per poi tornare ad allargarsi negli ultimi 30/40 anni. Come mai? Essenzialmente perché le classi più forti hanno progressivamente capito che per incrementare le proprie ricchezze e garantire la propria egemonia non avevano più bisogno della mediazione dello Stato, che fosse esso limitato ai confini di una nazione o che si allargasse a formare un impero.

Le classi più forti hanno spinto per la Globalizzazione, pur non essendone state le artefici, e su di essa, per come si è configurata, hanno prosperato e prosperano. Noto, di nuovo en passant, che a partire da qui si può cominciare a capire la natura delle differenze fortissime che esistono all’interno di quella tipologia che ho chiamato “i globalizzati”. Tra costoro, chi vince è chi sta sopra, cioè chi detiene gli strumenti per determinare in qualche maniera la configurazione della Globalizzazione.

Davanti a tutto ciò, cosa fare? La domanda è molto drammatica e non accetta facili risposte, tipo quelle che propongono un ritorno al modello di Stato come esperito finora. Questo non è possibile perché la Globalizzazione è un fenomeno inarrestabile, in quanto solo in parte dipendente nella sua genesi da scelte politiche o comunque da scelte deliberate di qualsiasi altra natura. Essa è il frutto del crescere su stesso del fare dell’uomo. Il nostro fare va sempre oltre noi e ci determina più di quanto noi non lo determiniamo. Ma qualcosa si dovrà pur fare, ci si dice legittimamente.

Un’ipotesi sarebbe quella, alla quale forse Mazzoni fa cenno, di una regolamentazione globale, una sorta cioè di Stato globale. Questo metterebbe un freno al conflitto che va crescendo tra una classe sempre più ricca e sempre meno localizzata da una parte, e una serie di classi sempre più povere che si pongono a vari livelli nella scala di Globalizzazione dall’altra. Ma chiunque può vedere le insormontabili difficoltà di questa soluzione.

Uno Stato così vasto, su quali meccanismi si reggerebbe? Come mettere in comunicazione e in dialogo culture e popoli tra loro diversissimi? E anche nell’ipotesi che si abbia a che fare con un solo popolo globale, i soli numeri renderebbero l’ipotesi impraticabile: parliamo di sette miliardi di persone! Lo scenario ultimo non potrebbe essere che quello descritto da Sgalambro nel suo trattatello De gubernatione: la politica che scompare per lasciare il posto all’amministrazione degli esseri umani da parte di un apparato di “esperti”. Ma senza dover fare uno sforzo di immaginazione, la problematicità di una struttura che vuol esser sovra-statale senza costituirsi a sua volta come Stato è sotto gli occhi di chiunque consideri gli attuali problemi dell’Unione Europea, tra i quali quello dei confini non è uno degli ultimi.

L’opzione che per ora ci rimane è quella di riconsiderare lo Stato, riformandone l’idea perché possa costituire una risposta alle sfide dell’oggi e a quelle del domani. Cosa molto ardua, dato che l’accelerazione propria della modernità riduce sempre più lo spazio dell’oggi e rende ogni domani sempre più imminente e prossimo.

Per far questo c’è bisogno di politiche culturali, che abbiano come obbiettivo la formazione di un cittadino quale attore responsabile del sistema democratico, e di una classe dirigente colta, teoreticamente acuta e politicamente accorta. Entrambe le cose mancano drammaticamente… Ma è questo un salto nel buio?

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[1] G. Mazzoni, Il salto nel buio. Una riflessione sulla politica contemporanea, 26 luglio 2017: http://www.leparoleelecose.it/


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Scritto da
Paolo Di Leo

Insegna filosofia presso la Singapore University of Technology and Design. Ha conseguito il PhD in Classical Literature presso la University of Pennsylvania, Philadelphia. I suoi principali interessi si concentrano sul Neoplatonismo e sui suoi rapporti con alcuni autori del '900, quali Heidegger e Bergson.

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