La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori
- 22 Maggio 2017

La Corea tra crisi missilistiche e tensioni strategiche. Intervista ad Antonio Fiori

Scritto da Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

13 minuti di lettura

Oggi abbiamo il piacere di parlare con Antonio Fiori, esperto di storia, istituzioni e relazioni internazionali del continente asiatico, professore presso l’università di Bologna, nonché delegato del rettore per i rapporti con l’Asia e l’Oceania. Per lungo tempo Fiori ha vissuto in Corea del Sud, dove è stato ed è docente presso la Hankuk University of Foreign Studies e la Korea University di Seoul.

Il suo è certamente uno degli sguardi più informati e consapevoli per quanto riguarda la penisola Coreana ed i rapporti tra le due Coree. Il suo ultimo libro, Il nido del falco, edito da Mondadori e uscito nel 2016 esplora le caratteristiche e la razionalità del regime nordcoreano, sfatando molti miti sulla presunta follia della sua leadership e facendo chiarezza sulle paure, la razionalità, le strategie e i desideri di quello che per molti rimane un paese misterioso e sconosciuto.

L’intervista di oggi riguarda l’attualità della penisola coreana a tutto tondo: dalle tensioni degli ultimi mesi tra Pyongyang e Washington, al futuro dei rapporti intercoreani di fronte alla fresca elezione di Moon Jae-in alla presidenza della Corea del Sud. I nostri sentiti ringraziamenti vanno al professor Fiori per la disponibilità con cui ha accolto la nostra richiesta.


Cominciamo subito col fare chiarezza nel caos mediatico che ha circondato le tensioni tra Corea del Nord, Stati Uniti e altri attori regionali (Cina, Giappone, Corea del Sud, Russia) negli ultimi mesi. Non è certo la prima volta nella sua storia che Pyongyang conduce test balistici o che sfida la comunità internazionale e gli Stati Uniti in particolare sventolando i progressi dei suoi programmi nucleare e missilistico. Esistono secondo Lei elementi di novità nelle tensioni degli ultimi mesi? O stiamo assistendo all’ultima puntata di una serie che va avanti da ormai più di 60 anni?

Fiori: Dal punto di vista della razionalità strategica le cose non sono cambiate. L’obiettivo principale dei test balistici, delle parate e dell’avanzamento del programma nucleare rimane quello di mettere in mostra quella che è l’unica carta che assicura la sopravvivenza del regime Nordcoreano. Si tratta di dimostrazioni muscolari e assertive che hanno il solo scopo di ricordare alla comunità internazionale (nello specifico agli USA e ai loro alleati regionali) la capacità del regime di esercitare una deterrenza efficace verso qualsiasi minaccia esterna. Inoltre Pyongyang è tradizionalmente abituata a dare il benvenuto al nuovo inquilino della Casa Blu (sede del presidente della Corea del Sud) con una prova di forza come quella di pochi giorni fa, per ricordare ai vicini del Sud che nonostante l’elezione del nuovo presidente potrebbe aprire la strada a eventuali colloqui bilaterali o multilaterali, Pyongyang è presente e non può essere esclusa dalla conta.

Per quanto riguarda gli elementi di novità della “crisi” degli ultimi mesi, penso se ne possano identificare fondamentalmente due: il primo riguarda i notevolissimi passi in avanti che la gestione del programma balistico sembra aver compiuto. Il secondo, più paradigmatico, è che ormai non si possa più parlare di novità riferendosi ai test nucleari e balistici del regime, questo perché sotto la reggenza Kim Jong-un, tali prove di forza sono diventate la prassi. Nel periodo precedente, il lancio di missili era considerato un segnale di innalzamento delle tensioni, che tuttavia aveva carattere sporadico. Ad oggi, dopo soli sei anni, Kim Jong-un ha lanciato più missili di quanti ne abbia lanciati il padre, Kim Jong-il, nell’intera durata della sua reggenza. Questa frequenza dei test li ha ormai privati del carattere di eccezionalità che un tempo possedevano.

Quando parla di passi in avanti nella gestione del programma missilistico si riferisce alle notizie sul lancio di quello che è stato descritto come un missile balistico a medio/lungo raggio?

Fiori: Riguardo questa storia credo sia importante non cedere ad inutili allarmismi, visto che di fatto non si sa ancora nulla di certo. Per il momento la KCNA (agenzia di stampa ufficiale del regime di Pyongyang) non ha rilasciato foto o dati di alcun tipo, dunque non esistono prove concrete. Tutto ciò che sappiamo è che sono state fatte alcune stime secondo le quali, per altitudine e tempo trascorso in volo, ci troviamo di fronte ad un vettore nuovo rispetto ai lanci precedenti, con caratteristiche tali da far pensare ad un missile balistico a medio o lungo raggio. Tuttavia sappiamo anche che il missile non ha percorso tutta la traiettoria necessaria ad un vettore in grado di raggiungere la base americana di Guam, né tantomeno (come qualcuno ha ipotizzato) colpire il suolo statunitense. Va inoltre ricordato che Pyongyang ci ha, nel corso degli anni, anche abituati a clamorosi fallimenti, e che testare una tecnologia non equivale ad averne il controllo. L’aspetto veramente importante di questo test, che nessuno ha finora sottolineato, è piuttosto il fatto che al lancio sia stata impressa una traiettoria tale da non poter impensierire i vicini regionali, il che significherebbe che il programma balistico nordcoreano è avanzato a tal punto da permettere di controllare con efficienza un vettore a medio-lungo raggio. Questo sarebbe senz’altro uno sviluppo preoccupante.

Antonio Fiori sulle tensioni strategiche nella penisola Coreana

In aprile il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence ha dichiarato che l’era della “pazienza strategica” (ovvero l’approccio alla Corea del Nord caratteristico dell’amministrazione Obama) è finita. Dato l’approccio molto più ostile e intransigente dell’amministrazione Trump, quali sono le prospettive per una distensione della crisi attuale e dei futuri rapporti tra Washington e Pyongyang.

Fiori: Questa è una domanda alla quale è ancora molto difficile rispondere. Prima di tutto a causa della natura incomprensibile ed erratica della postura americana, che rende a sua volta difficile, se non impossibile, prevedere quali saranno le mosse che Washington intende compiere nell’immediato futuro. Siamo passati da una presa di posizione iniziale molto rigida da parte della nuova amministrazione, che ha rischiato di condurre a un’escalation dagli esiti disastrosi, ad un secondo momento in cui Trump ha addirittura dichiarato di “comprendere” le difficoltà di Kim Jong-un, fino a prefigurare un incontro con il giovane leader. Queste oscillazioni riflettono, a mio parere, la mancata definizione da parte di Washington di una vera e propria linea politica nei confronti della questione. In questa situazione l’unica opzione praticabile è rimandare una risposta, qualsiasi essa sia, e non è da escludere che si prosegua di fatto sulla linea della pazienza strategica, in assenza di nuove prospettive. Quello di cui c’è bisogno è che Washington conferisca continuità alle sue azioni.

Nel corso degli ultimi colloqui informali tra le due parti poi, entrambi si sono detti disponibili al dialogo qualora sussistano alcune condizioni fondamentali. Il problema è che queste condizioni, che prevedono ad esempio la richiesta da parte degli USA dello stop ai test balistici e la rinuncia al programma nucleare di Pyongyang, continuano ad essere fortemente inconciliabili e pertanto destinate a strangolare nella culla qualsiasi negoziato.

Dal 2006 al 2016, la Cina ha sottoscritto 5 risoluzioni del consiglio di sicurezza fortemente sanzionatorie nei confronti dell’alleato nordcoreano, manifestando un crescente malcontento nei confronti delle azioni provocatorie del regime, che causa a Pechino non pochi imbarazzi e rappresenta una minaccia per la stabilità regionale, considerata dalla Cina come l’obiettivo primario di politica estera. Di fronte al suo nuovo ruolo globale, è possibile pensare che Pechino possa intraprendere un ruolo più attivo nell’influenzare il regime di Kim Jong-un? Pensa sia realistico immaginare una Cina pronta a lanciare un nuovo round di negoziati multilaterali, magari scavalcando gli Stati Uniti, qualora Washington dovesse mantenere l’intransigenza attuale?

Fiori: La domanda è molto complessa, tuttavia non ritengo credibile che la Cina possa ne voglia assumersi tale ruolo senza la presenza degli Stati Uniti. Questo perché seppure in espansione, la posizione della Cina nella comunità internazionale è ancora marginale rispetto a quella degli Stati Uniti, inoltre dato il ruolo fondamentale giocato da questi ultimi nel teatro coreano, sarebbe inutile lanciare un tavolo negoziale senza coinvolgerli. Il nodo fondamentale è che, nonostante sia vero che la Cina ha sottoscritto e, apparentemente, rispettato le pesanti sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, Pechino rimane, di fatto, il cordone ombelicale che tiene in vita il regime, qui i dati parlano chiaro, con la Cina che rappresenta da sola quasi il 90% del commercio estero di Pyongyang. L’obbiettivo di Pechino di mantenere in vita il regime è sostanzialmente rimasto il medesimo nel corso dei decenni, tuttavia i Cinesi cominciano a mal sopportare i continui imbarazzi e le azioni destabilizzanti che provengono dallo “scomodo alleato”, e si trovano davanti ad un rebus: continuare a mantenere in vita il regime, che destabilizza il quadro regionale e rischia di portare gli americani alle porte del paese, oppure intervenire sulla situazione? Francamente non ritengo credibile un intervento da parte della Cina per scardinare il regime e assumere il controllo, poiché pagherebbero le conseguenze di un brusco crollo in prima persona (come ad esempio il grande flusso di rifugiati che si riverserebbero sulle regioni settentrionali della Cina).

Questo non significa però che nei rapporti tra i due paesi non ci siano stati dei cambiamenti. Al di là del fatto che Xi Jinping e Kim Jong-un non si sono ancora incontrati personalmente, quel che più colpisce è il fatto che il governo di Xi abbia dato il via libera ai media cinesi di criticare apertamente il regime di Kim Jong-un, al punto che oggi non è difficile imbattersi in giornalisti che paventano la possibilità di sganciarsi dallo “scomodo alleato” sulle pagine del Global Times o del People’s Daily. Dal canto suo, Pyongyang ha risposto con estrema rigidità, arrivando a definire i Cinesi come i “pifferai” degli Stati Uniti. Questi toni sarebbero stati impensabili prima delle transizioni di leadership in entrambi i paesi e segnalano senza dubbio un cambio di atteggiamento. Tuttavia penso che quanto appena detto rientri in uno strutturato gioco delle parti che non è, in ultima analisi, sufficiente a mutare il quadro strategico generale che sottende all’alleanza dei due paesi. Da parte nordcoreana c’è la necessità di flettere periodicamente i muscoli per mantenere un deterrente efficace pur senza danneggiare nessuno, Pechino desidererebbero invece una denuclearizzazione della penisola o quantomeno una riconversione a scopi civili del nucleare nordcoreano. Per il momento è difficile dire se queste due posizioni si concilieranno o se la loro coesistenza sia sostenibile, ma è un altro nodo che prima o poi verrà al pettine.

Nel suo ultimo libro, Il nido del falco, edito da Mondadori nel 2016, Lei riconduce il comportamento instabile e bellicoso della Corea del Nord a due cause principali, una, esterna, legata alla minaccia dell’annientamento da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali, e l’altra, interna, riconducibile all’instabilità intrinseca nelle successioni. A che punto è secondo lei, il processo di consolidamento di potere di Kim Jong-un?

Fiori: Il mio parere, che non tutti condividono, è che il processo di consolidamento del potere di Kim Jong-un si sia già concluso, ed egli abbia ormai saldamente in mano le redini del regime. Va però operata una premessa necessaria per comprendere gran parte di quanto è successo, ovvero che la seconda transizione di potere del regime (da Kim Jong-il a Kim Jong-un) sia avvenuta con pochissima preparazione rispetto alla prima (da Kim Il-sung a suo figlio). Quello che sfugge ai più, è dunque che questo ragazzo senza alcuna esperienza politica si sia ritrovato investito di una responsabilità enorme che avrebbe potuto distruggerlo e sia invece riuscito a risollevare sensibilmente il regime, riuscendo consolidare efficacemente il suo potere attraverso una serie di fasi. Questo processo si innesca ancor prima della morte del padre, tra il 2008 e il 2011, anni in cui si fa una selezione accurata del gruppo che dovrà formare politicamente il futuro leader. Alla morte di Kim Jong-il, questo gruppo comincia ad accompagnare il ragazzo, fino ad un altro momento cruciale e cioè la condanna a morte dello zio del leader, Jang Song-thaek nel dicembre del 2013, figura di spicco della politica nordcoreana e responsabile dei rapporti con la Cina, che rappresenta l’epilogo di quella che molto probabilmente è stata una lotta tra fazioni interne. L’esecuzione dello zio rappresenta una presa di posizione fondamentale, anche in relazione al suo ruolo: ucciderlo significava infatti prendersi la responsabilità di quello che i cinesi avrebbero potuto pensare, cinesi che in Chang avevano un interlocutore assai gradito. Dopo la condanna dello zio, Kim Jong-un procede ad un sistematico allontanamento di tutti coloro i quali fossero considerati vicini alle posizioni dello zio, e alla loro sostituzione con figure politiche di grado minore ma fedeli al leader. Credo che molte delle inesattezze e dei fraintendimenti che emergono periodicamente sulla Corea del Nord e sul suo leader dipendano anche dal fatto che questi processi interni sfuggono ai più e che si tenda a percepire il regime come un blocco monolitico e a-conflittuale, dimenticandosi quanto pericoloso e cruciale sia per i regimi autoritari e totalitari il momento di successione della leadership.

A riprova del fatto che dopo i passaggi sopracitati la fase di transizione e consolidamento del potere può dirsi conclusa, durante il discorso del 1 gennaio 2017, i nomi del padre e del nonno praticamente non vengono mai citati; il discorso è un mezzo per ancorare una volta per tutte la legittimità del regime alla propria persona e accreditarsi come unico leader. Inutile dire che tale discorso può essere fatto solo da qualcuno che ha già saldamente in mano il potere e non si percepisce minacciato internamente.

Antonio Fiori su elezioni a Seul e rapporti Nord-Sud

Passando alla Corea del Sud, Cosa rappresenta l’elezione di Moon Jae-in per il futuro delle relazioni inter-coreane? È possibile pensare al ritorno di una distensione come quella sperimentata con la Sunshine Policy di Kim Dae-jung e Roh Moo-hyun?

Fiori: Purtroppo sono piuttosto convinto che non sarà così. Moon Jae-in ha semplicemente imparato la lezione quando era a capo dello staff di Roh Moo-hyun, introiettandone i concetti, tuttavia la sua è una posizione molto diversa. Ritroviamo senz’altro l’elemento dell’engagement, tuttavia si tratta di un engagement condizionale (e cioè una disponibilità al confronto solo dietro la soddisfazione di alcune condizioni) e non di uno costruttivo, come quello che caratterizzava la Sunshine Policy di Kim Dae-jung. Moon ha ribadito più volte che è disposto a riallacciare i colloqui con il Nord, ma solo a fronte di uno stop ai lanci di missili e ai test nucleari. In ogni caso il nuovo presidente rimane un enigma che bisognerà decifrare da qui in avanti, è troppo presto per trarre conclusioni. La posizione di partenza è per ora molto condivisibile e positiva, soprattutto dopo dieci anni di vuoto sulle relazioni intercoreane. Dico questo perché Lee Myung-bak ha di fatto chiuso con Pyongyang, e la Trustpolitik dell’ultima inquilina della Casa Blu, Park Geun-hye, era solo una serie di fantasie autoreferenziali prive di qualsiasi riverbero concreto.

Devo però ammettere che nonostante Moon Jae-in parta da premesse positive ne sono spaventato in quanto ha dimostrato di saper essere un ottimo cerchiobottista. Questo è stato evidente rispetto al suo comportamento nei confronti degli Stati Uniti, laddove il candidato Moon prometteva di sollevare polemiche rispetto a questioni controverse come ad esempio l’installazione del THAAD o la posizione nei confronti di Pyongyang, solo per assumere, una volta eletto, posizioni molto più concilianti. L’esempio di quello che dico lo si è avuto sia riguardo il THAAD, che è sto installato senza particolari problemi, che nei confronti della Core del Nord, dove Moon e Trump hanno concordato sul fatto che pur partendo da considerazioni diverse, vogliono giungere allo stesso obiettivo: denuclearizzare la Corea del Nord e metterla nelle condizioni di non nuocere. Come analista questa è una posizione che non mi soddisfa affatto e che considero destinata al fallimento in quanto totalmente inaccettabile per Pyongyang. Il risultato è che rischiamo di perdere anche i 5 anni della presidenza di Moon Jae-in dal punto di vista delle relazioni tra le due Coree. A mio parere l’elemento che serve a Moon Jae-in ora è la chiarezza riguardo la sua politica verso il Nord: se vuole ricostruire una Sunshine policy che sia suscettibile di crollare al primo test missilistico del Nord, saremo di fronte ad un passo indietro di molti anni, con conseguente chiusura del Sud, ed un Nord sempre più aggressivo e meglio armato. Il punto di rottura prima o poi arriverà, che sia ora o tra quarant’anni, ma a queste condizioni sarà una rottura conflittuale, oppure un crollo dei Kim (che allo stato attuale non è neanche lontanamente ravvisabile). Gli si può ancora dare il beneficio del dubbio in quanto appena eletto, ma Moon Jae-in deve essere chiaro e tagliare nettamente con l’ultimo decennio di relazioni intercoreane, altrimenti la sua linea rischia di essere semplicemente una riproposizione della fallimentare politica di Park Geun-hye.

La gestione condivisa Nord-Sud del complesso industriale di Kaesong, chiuso nel 2013, rappresenta forse il simbolo più importante del periodo di interazione positiva fra le due Coree. Cosa rimane oggi di quell’esperienza?

Fiori: Drammaticamente nulla, adesso come adesso è passato così tanto tempo da poter dire che il complesso è andato in malora sia materialmente che per quanto riguarda il suo valore come simbolo politico. Oggi Kaesong è sì un simbolo, ma è il simbolo del fallimento della politica intercoreana dell’era Park, nonché pietra tombale di quel che rimaneva della Sunshine Policy. Purtroppo oggi si imputa la chiusura del complesso al comportamento di Pyongyang, scordandosi di una realtà fondamentale e cioè che Kaesong è stato chiuso prima di tutto perché si sono fatte delle esercitazioni militari sulle coste nordcoreane, ben conoscendo l’ostilità che atti del genere suscitano nel regime, che infatti decise di chiudere il complesso nell’aprile 2013. Dopo alcuni mesi, in cui si si tennero colloqui mandati a monte per ragioni francamente assurde (delegati del Nord furono respinti poiché di grado non sufficientemente alto), Kaesong riapre in agosto e si firma un documento in cui si stabilisce che il complesso non potrà più essere chiuso unilateralmente. Nel 2016 il ministro dell’unificazione di Seul chiude definitivamente Kaesong in risposta ai test nucleari e missilistici del Nord.

Il complesso di Kaesong venne aperto con la fondamentale contribuzione economica della Hyundai. In Corea del Sud, i grandi conglomerati aziendali sono noti con il nome di Chaebol, potrebbe chiarire meglio quali sono le caratteristiche, e quale il ruolo che queste corporation hanno giocato e giocano nella vita politica sudcoreana e nei rapporti tra società e Stato?

Fiori: Senza bisogno di fare una cronistoria delle origini, le Chaebol hanno sempre costituito la spina dorsale del sistema economico sudcoreano. Con l’arrivo di Park Chung-hee, figura chiave dello sviluppo economico del paese, ci si rende conto che non si può fare a meno di questi conglomerati che costituiscono il vero e proprio motore del sistema produttivo sudcoreano. Quel che più conta è che le Chaebol hanno sempre avuto una relazione perversa con lo Stato, come dimostra il fatto che nessun presidente eletto dopo la transizione democratica del 1987 sia mai uscito pulito dal suo mandato, spesso a causa di problemi di corruzione. Questo dà una misura di quanto corrotto sia il sistema e quanto marcata sia la sovrapposizione tra l’elemento politico e quello economico che nel tempo ha generato esiti disastrosi per una democrazia, come ad esempio la crisi economica del 1997-98, il suicidio del presidente Roh Moo-hyun e la serie di scandali che hanno segnato la fine politica di Park Geun-hye. Quello di cui c’è bisogno ora è stabilire un confine chiaro e limitare i contatti tra le due sfere. Tale necessità è stata al centro del dibattito politico sudcoreano ed è ciò che ha spinto molti (soprattutto nelle fasce anagrafiche centrali) ad appoggiare Moon Jae-in, che ora farebbe bene a prendersi la responsabilità di provare a scardinare questo sistema.

Nel panorama politico-sociale della Corea del Sud i movimenti sociali hanno sempre avuto un ruolo importante, quale posizione potrebbero ricoprire secondo Lei nella soluzione della questione sopracitata? È possibile pensare ad un tipo e ad un livello di mobilitazione paragonabile per intensità a quelli visti in occasione della riforma sanitaria?

Fiori: Senza dubbio un ruolo importantissimo, molti sono stati i gruppi formatisi esclusivamente intorno al tema dell’equità economica e della legalità. Per quanto riguarda il paragone con i tempi della riforma sanitaria non direi poiché stiamo parlando di attori diversissimi. Tuttavia si potrebbe presentare una situazione di maggiore tolleranza nei confronti dell’azione politica dei movimenti sociali simile a quella esercitata sotto Kim Dae Jung e Roh Moo-hyun, (ricordiamo che Moon Jae-in è un avvocato per i diritti umani).Quel che è certo è che al momento l’attenzione dell’opinione pubblica è molto elevata; ricollegandomi a quanto dicevo prima sulla responsabilità di Moon Jae-in, penso che il suo banco di prova cruciale risulterà proprio quello di riuscire a dare ascolto agli umori, alle preoccupazioni ed ai problemi che emergono dalla società civile e di cui i movimenti sociali sono spesso il megafono. Onestamente, conoscendo la rapidità con cui i tassi di approvazione possono calare a picco in Corea del Sud io penso che Moon Jae-in si organizzerà per raccogliere tali istanze quanto prima, magari istituendo una posizione ad-hoc nel governo, poiché da questo potrebbe dipendere la sua sopravvivenza politica. Tornando ai movimenti sociali, personalmente non ho mai fatto mistero del fatto che ne apprezzo molto i metodi di lotta politica, metodi che spesso raggiungono risultati molto importanti. In tempi non sospetti scrivevo che la democrazia in Corea del Sud fosse passata dall’azione di questi movimenti, i cui membri spesso pagavano con la vita la loro militanza, più che dall’influenza americana e dal gioco delle élite cui essa soprintendeva. Tuttavia i movimenti sociali sudcoreani, nel tempo, hanno perso alcune caratteristiche storiche come ad esempio la forte assertività (e spesso la violenza) delle forme di protesta. Questo non è necessariamente un fenomeno negativo, dal 2000 in poi l’azione si è semplicemente riposizionata, assumendo modalità molto più pacifiche (come nell’esempio delle candlelights campaigns) e per questo più accessibili a diverse fasce di popolazione.

Scritto da
Lorenzo Cattani e Tiziano Usan

Lorenzo Cattani: Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna. Tiziano Usan: Classe '92. Laureato magistrale in studi strategici presso l'Università di Bologna. Si interessa principalmente di strategia e geopolitica, con un focus sul continente Asiatico e sulla Cina in particolare.

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