“Crescere, la guerra” di Francesca Mannocchi
- 29 Aprile 2026

“Crescere, la guerra” di Francesca Mannocchi

Recensione a: Francesca Mannocchi, Crescere, la guerra, Einaudi, Torino 2026, pp. 80, 10 euro (scheda libro)

Scritto da Carlotta Mingardi

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Il Libano, l’Afghanistan, la Palestina, la Siria. Poi, i campi profughi, i luoghi della diaspora. Identità multiple, definite, cancellate, innestate in altri luoghi. Francesca Mannocchi ha raccontato queste terre a lungo, in tempi di guerra e in tempi di tregua. L’ha fatto sperimentando con strumenti narrativi, linguaggi e forme d’arte nuove e più tradizionali: la cronaca, i reportage audiovisivi, il fumetto (Libia con Gianluca Costantini, Mondadori) i libri per ragazzi (Sulla mia terra e Lo sguardo oltre il confine, De Agostini), il cinema documentaristico (Isis Tomorrow e Lirica Ucraina, che nel 2025 le è valso il Premio David di Donatello per il miglior documentario), la narrativa non-fiction (Io Khaled vendo uomini e sono innocente, Einaudi).

In Crescere, la guerra raccolta in versi che dà il titolo anche al reading teatrale e musicale in scena in questi mesi nei teatri italiani l’autrice, giornalista e documentarista, ha scelto invece la poesia, il linguaggio con cui la parola si fa corpo. E se ci si chiedesse il motivo, il perché di questa scelta, la risposta ci viene consegnata fin dalle prime pagine: la poesia è, forse, la lingua che più può aiutare a “raccontare l’irraccontabile”, il medium che supporta la parola “imperfetta” a “portare” la memoria (Prologo). A tradurre la voce in corpo. In Crescere, la guerra, Francesca Mannocchi dunque schiude ancora una volta l’uscio della storia e ci invita e sfida a porgere l’orecchio, a non distogliere lo sguardo, dalle voci proprie delle terre che hanno ridefinito, mentre noi guardavamo altrove, la storia contemporanea. Le voci che ci trasmette sono voci fuori campo nel nostro immaginario e provengono da corpi che emergono, sfocati, dai margini del nostro campo visivo.

Come in altri lavori dell’autrice, i protagonisti e le protagoniste di Crescere, la guerra non sono gli eventi, gli strateghi, i leader: le storie che Francesca Mannocchi raccoglie sono tutte “storie ordinarie”. Sono, come le ha chiamate l’autrice in altri luoghi, “storie minuscole”. Voci narranti che non appartengono alle personalità che compaiono sui i nostri schermi, di cui ormai conosciamo le biografie e il linguaggio del corpo, oltre che i nomi e i cognomi. Sono voci che appartengono, piuttosto, alle persone che intravediamo sullo sfondo nei servizi in diretta televisiva: le vite che proseguono, come possono, oltre il disco luminoso dei riflettori. Sono, forse, l’archetipo e il corrispettivo di noi lettrici e lettori oltre il confine, al di là del mare, in un’altra vita: il docente universitario che, insieme alla sua professione, ha perso la sua identità; la ragazza sul cui corpo si sono combattute battaglie decennali; il custode dei morti di una prigione che non esiste più; i genitori di un ragazzo ucciso; una madre rimasta senza casa; una nonna sopravvissuta ai suoi nipoti. Storie che, proprio per la loro stessa ordinarietà deviano, completano e, a volte, contestano il racconto ufficiale della guerra. Attraverso questa scelta sovversiva, il volume ci chiede: cosa accadrebbe, se per una volta, dessimo voce al margine? Se invertissimo l’obiettivo e lasciassimo i grandi eventi sullo sfondo, a far da sotto-trama, determinante ma non soggetto, alle vite che normalmente invece trattiamo come “collaterali”?

Fatta questa trasposizione, capovolto l’obiettivo, il volume ci interroga sui concetti di memoria, di corpo e di sguardo. La Memoria, è la prima testimone, sentinella di un racconto che inizia, come tanti, attorno a un fuoco. L’autrice apre le sue riflessioni con un ricordo dal Libano, una prima storia di espropriazione e di perdita, a cui segue un invito e un monito:

«il vedere non è mai neutro,
Perché si vede sempre da un luogo
e si racconta sempre
da una ferita»
(Prologo, pagina 4).

Dopo il Libano, la prima storia che incontriamo ci parla della guerra che più ci siamo dimenticati. L’Afghanistan e la sua guerra perpetua, proseguita per due decenni nonostante ci si sia ostinati a chiamarla “pace”. È qui che capiamo che nel volume memoria e sguardo vanno insieme, ma non ci interrogano allo stesso modo. Se la memoria è quella dei protagonisti, delle protagoniste e dell’autrice stessa che ce la consegna, lo sguardo che Mannocchi ci propone è multiplo. È quello, certamente, dei testimoni e delle testimoni, che raccontano la stessa storia da prospettive diverse, i cui volti non ci cercano e non perdonano. È quello dell’autrice, che raccogliendo e tramandando ciò che le viene consegnato, si chiede come raccontare l’irraccontabile. Ma è anche il nostro che, abituato a stare al centro, a essere primo interlocutore, è per una volta, costretto al margine a osservare. Dall’Afghanistan intercettiamo due sguardi: quello di Fahim, professore universitario di Kabul che, esule in Europa, scrive per r-esistere. Fahim, che fa parte dei salvati, ma pare esserlo solo di corpo, con lo spirito, l’identità e gli affetti sospesi, così come la sua “reputazione”. E quello di Samya, “figlia senza infanzia” dell’Afghanistan, che in poche pagine riassume vent’anni di tradimento. Lo sguardo di Samya, forse più di tutti, non ci cerca, ma ci espone: ci ricorda, in pochi versi, come abbiamo guardato alla sua storia, osservato il suo corpo, “liberato”, per poi andarcene senza chiederci di lei cosa ne fosse stato.

La seconda guerra dimenticata in cui ci porta l’autrice è quella siriana: discesa negli anni dalle prime pagine a rumore di fondo, è stata una delle tante guerre civili che torna sugli schermi nel momento in cui i grandi “attori” decidono di mettervi piede. O quando, senza fare rumore, un regime decennale cade. Se dell’Afghanistan Mannocchi ci ha fatto vedere i “salvati”, dimentichi a se stessi e a noi, ma vivi, della Siria ci racconta i sommersi: i versi siriani ci parlano dei nomi e dei corpi scomparsi dei prigionieri di Sednaya, ricordati solo dai muri e nelle parole di chi ne lavava i corpi. Ma sono anche gli abitanti dimenticati del campo profughi di Yarmouk, uno dei non luoghi per eccellenza: uno stato di “esilio prima della fuga” (VII), come lo chiama l’autrice, una delle tante forme dell’esilio palestinese in Medio Oriente. Così, pagina dopo pagina, seguiamo l’autrice farci strada tra i conflitti dimenticati: la seguiamo attraversare i luoghi del non visto e illuminare le vite di coloro che r-esistono, quando i riflettori della Storia vengono spenti. Con lei camminiamo attraverso storie di esproprio e di cancellazione: ma anche di riscrittura, di memoria e di resistenza.

Un altro dei grandi temi di quest’opera, di questo viaggio dall’Afghanistan, alla Siria, alla Palestina, è l’abitare. L’abitare che è “la prima forma di fede” (VII). L’abitare che prende, capitolo dopo capitolo, la forma della Palestina: prima attraverso i suoi esuli in Siria, poi attraverso i suoi sfollati. Anche in questo caso, Mannocchi ci pone delle domande scomode: perché i ragazzi prendono le armi? Cosa fa la parola “terrorista” a un bambino, quando lo definisce? Come diamo un senso e una storia alla “rabbia che non invecchia, solo, cambia voce?” (X). A queste domande l’autrice fa rispondere la storia della “Nonna di Jenin” che col suo corpo trattiene la memoria di coloro che sono venuti al mondo e mancati prima di lei e le storie dei corpi, giovani e adulti, che rimangono, ostinati, dove è impedito loro di sostare. Degli esuli e degli sfollati, per cui restare significa esistere: “Resto, quindi sono” (VII). Di corpi dei mutilati e dei sopravvissuti che, da soli, sono “l’archivio più fedele” (Epilogo).

Crescere, la guerra di Francesca Mannocchi fa molto di più che raccontare delle storie. Con questa testimonianza l’autrice dà un nome e restituisce un’identità, e con essa, umanità, a una frazione delle tante vite che arrivano fino a noi in cifra multipla, sotto forma di conteggio vittime, sfollati, feriti, rifugiati. I “danni collaterali” delle tante guerre che hanno provato, alcune più a lungo di altre, a incrociare il nostro sguardo. In questa raccolta, Mannocchi ci restituisce un archivio in versi, un diario di guerra parallelo, in cui ogni conflitto viene “visto” da una prospettiva diversa, ma in cui tutte le prospettive ci aiutano a comprendere la storia contemporanea, a partire dai suoi lati lasciati nella penombra. Oltre a questo, tuttavia, Mannocchi ci mostra anche e senza sconti, attraverso le voci dei suoi testimoni, le conseguenze, tutte umane, di quelle guerre che per diversi motivi abbiamo smesso di vedere. I volti, le voci e storie di chi, nella fretta di voler afferrare le grandi evoluzioni storiche, le crisi successive, abbiamo lasciato indietro.

La memoria e il corpo sono gli inestricabili e fondamentali attori di questa raccolta, di questa storia cantata in versi. La memoria e il corpo dei testimoni e delle testimoni. Ma anche la memoria e il corpo Altro dell’autrice che, per scelta, diventa nello stesso atto di raccontare il “tramite”, l’elemento necessario perché avvenga la traduzione della parola e della memoria, in corpo. E se non possiamo certo cercare salvezza o assoluzione nelle parole dei vivi, le cui voci non intendono darci conforto e ai quali possiamo solo restituire la loro dignità a lungo negata, è forse proprio in questa catena di trasmissione tra corpi Altri, che possiamo trovare un margine di speranza per il futuro. Non dunque nelle parole che, per penetrare la nostra indifferenza e interrompere la nostra fuga dal dolore, nostro e altrui, devono lasciare una ferita. Ma in quell’atto di comunicazione fra due corpi Altri, uno in parola e uno in ascolto, che insieme traducono l’intraducibile, e donano voce, e corpo, all’irraccontabile.

Dopo la narrativa non-fiction, i libri per ragazzi, il fumetto, il reportage e il cinema documentaristico, con la raccolta in versi Crescere, la guerra, Francesca Mannocchi ci mostra, ancora una volta, come l’arte abbia il potere di risvegliare anche in tempi di sopita indifferenza e di paura del futuro la nostra comune umanità. Ma ci ricorda, anche, come le parole diano forma al nostro mondo. E quanto sia importante e che grande responsabilità vi sia, in ognuna e ognuno di noi, nello scegliere con cura gli sguardi a cui dare spazio, le prospettive sulle quali lasciare una luce accesa e le domande scomode e non confortevoli a cui cercare risposta mentre cerchiamo di comprendere la realtà in cui viviamo.

Scritto da
Carlotta Mingardi

Ricercatrice post doc. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna. In precedenza, è stata scholar presso The Europaeum, visiting fellow presso la Brussels School of International Studies-BSIS University of Kent e junior research fellow presso l’Istituto Europeo del Mediterraneo-IemED di Barcellona. Si occupa di politica estera dell’Unione Europa, con particolare attenzione alla regione dei Balcani e MENA.

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