Dal socialismo anarchico al Congresso di Livorno
- 16 Giugno 2021

Dal socialismo anarchico al Congresso di Livorno

Scritto da Luigi Sorrentino

6 minuti di lettura

Il termine socialismo venne coniato negli anni Venti dell’Ottocento in Francia e sebbene temi riconducibili alla dottrina socialista fossero già presenti in opere precedenti come La Repubblica di Platone, Il contratto sociale di Rousseau e Utopia di Thomas More, la vera genesi di un concreto pensiero socialista è da attribuire agli utopisti francesi che opponendosi ai principi ispiratori della Restaurazione hanno teorizzato società ideali, sorrette dalla ricerca di uguaglianza materiale. Saint-Simon e Fourier vanno certamente annoverati tra i pionieri del socialismo utopico, assieme ad Owen, che esportò tali principi nel Regno Unito. La polemica sollevata da questi pensatori mira all’abolizione del contrasto generatosi tra realtà rurali e aree urbane e alla trasformazione della collettività che deve essere resa amministratrice della produzione. Come è stato puntualizzato senza mezze misure da Proudhon, la proprietà privata dei mezzi di produzione è da considerarsi un furto. Questi principi di chiara matrice illuminista hanno alimentato il dibattito sull’ideale strutturazione della società contribuendo a costituire l’architrave della prima forma di socialismo moderno.

L’opera critica dei pensatori citati va strettamente ricondotta al contesto in cui essi la sviluppano, ciò rende comprensibile il manifesto atteggiamento progressista da opporre alle velleità rivoluzionarie. Non si esprimono nel medesimo modo altri grandi teorici dell’universo socialista. Tramite l’opera Che cos’è la proprietà? del 1840, sarà proprio Proudhon il primo a rivalutare il concetto di anarchismo, facendogli assumere per la prima volta connotazioni positive (dunque collocandosi in parte più a sinistra del socialismo). Il filosofo di Besançon fu anche il primo a teorizzare un sistema economico mutualistico, prospettiva da associare al socialismo libertario o anarchico. Otto anni dopo Marx ed Engels si opporranno alla volontà progressista del socialismo utopico proponendo nel 1848, anche come conseguenza della disfatta del liberalismo in Germania, una nuova corrente di pensiero socialista i cui connotati sono definiti nel Manifesto del Partito Comunista, opera rivoluzionaria e di indicibile spessore storico e sociologico in quanto contiene i principi del socialismo scientifico, approccio che mira al superamento del socialismo utopico, criticato per la superficialità che riserva all’ordine concreto e materiale della società. Il marxismo e l’interpretazione scientifica del socialismo sono inscindibili dalla concezione materialistica della storia, la cui grandezza risiede nell’adattamento della dialettica hegeliana al contesto dell’epoca attraverso la sottolineatura diretta della lotta di classe e dello sfruttamento alienante degli operai. Secondo Marx la costruzione di una società socialista non può quindi prescindere dalla rivoluzione.

Dopo sedici anni dalla pubblicazione del Manifesto si ebbe a Londra nel 1864 la genesi di un movimento socialista internazionale; venne fondata l’Associazione internazionale dei lavoratori (o Prima Internazionale), mentre la prima esperienza di società socialista viene ricondotta alla Comune di Parigi del 1871, repressa nel sangue ma non per questo privata dei meriti avanguardistici che le spettano, costituirà infatti un mito della propaganda socialista francese nell’immediato futuro.

Al momento della formazione della Seconda Internazionale nel 1889, l’ideologia socialista si era ormai radicata in molti contesti continentali presentandosi in forma partitica e concorrendo a plasmare i sentimenti collettivi dell’opinione pubblica di fine Ottocento. Una delle affermazioni più rilevanti ebbe luogo in Germania dove il Partito Socialdemocratico (SPD) divenne rapidamente il maggiore partito politico, affermandosi anche come forza socialista più numerosa sul suolo europeo. Come per ogni organizzazione di matrice marxista anche all’interno del SPD convivevano tuttavia animi e correnti differenti. La frammentazione interna è sempre stata uno dei nemici peggiori della sinistra e nel contesto tedesco risiedeva nella forzata convivenza tra l’ala radicale e rivoluzionaria capeggiata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e la corrente revisionista incarnata dalla figura di Eduard Bernstein, teorico di una nuova forma di socialismo destinata a riscuotere molti consensi. L’atteggiamento teorico revisionista polemizzava con il marxismo e muoveva la sua critica dall’assunto che una volta abbracciato pienamente l’orizzonte democratico sarebbe stato opportuno ricercare una transizione al socialismo tramite metodi parlamentari negoziali e non violenti. La disaffezione nei riguardi di soluzioni rivoluzionarie espressa da questa prospettiva generò un sostenuto dibattito sul marxismo ortodosso e sulla prassi che i partiti socialisti dovranno adottare. L’ipotesi del negoziato parlamentare era ampiamente condivisa da molte correnti interne ai partiti socialisti, tuttavia le fazioni rivoluzionarie erano altrettanto radicate e rilevanti oltre che fermamente convinte di muoversi nel solco giusto.

Il punto di svolta si ebbe nel 1919 e coincise con la nascita dell’Internazionale Comunista. Da quel momento i binari del socialismo riformista e di quello rivoluzionario smisero di correre paralleli preannunciando la frammentazione sperimentata dall’universo di sinistra nel corso di quello che Eric Hobsbawm ha definito il secolo breve. Nei dieci anni successivi alla genesi della Terza Internazionale, nella maggioranza dei contesti nazionali europei, avvenne una scissione in seno al socialismo sancita dalla nascita dei partiti dichiaratamente comunisti. In Italia toccò a Livorno ospitare il famoso Congresso del 1921, in seguito al quale divenne il luogo di nascita del PCd’I. L’incontro si tenne al Teatro Carlo Goldoni dal 15 al 21 gennaio e la platea vedeva disposti in base all’orientamento politico i riformisti del leader fondatore Filippo Turati, i massimalisti capeggiati da Giacinto Menotti Serrati e i comunisti guidati da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Nel lungo discorso pronunciato il 19 gennaio Turati rivendica con parole forti l’unicità della via socialriformista:

«Ond’è, che quand’anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzati i Soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete con convinzione, perché siete onesti – a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei social-traditori di una volta; e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe. E dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione; dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera di ricostruzione sociale».

Si tratta di una dura critica alle pretese rivoluzionarie comuniste che sono però condivise dall’ala massimalista del PSI. Infatti, anche se nell’ottobre del 1920 Menotti Serrati non vedeva di buon auspicio la spaccatura interna al partito che si sarebbe conclusa con il logoramento delle reciproche fazioni, al Congresso i massimalisti sconfessarono il graduale riformismo turatiano salvo poi manifestarsi apertamente contrari all’espulsione dei socialdemocratici voluta da Mosca. Quanto ai leader comunisti, Amadeo Bordiga, Umberto Terracini e Antonio Gramsci (che al Congresso non prese parola), erano favorevoli ai 21 punti di matrice leninista formalmente introdotti nel II Congresso del Comintern. Poche settimane prima dell’assemblea di Livorno, precisamente il 2 gennaio, sul quotidiano L’Ordine Nuovo, fondato da Gramsci e Togliatti nel 1919, veniva pubblicato un articolo non firmato – ma attribuito al politico sardo – dal titolo Il popolo delle scimmie (in riferimento ad una novella tratta dal primo Libro della Giungla di Rudyard Kipling) nel quale sono sottolineati il disfacimento del ruolo politico della piccola borghesia, iniziato nell’ultimo decennio del secolo precedente, e la sua metamorfosi politica verso il fascismo:

«La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare. Questo fenomeno, che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della Sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. (…) da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo del parassitismo (…) asservito completamente al potere governativo perde ogni prestigio presso le masse popolari. (…) Si può dire che nel luglio 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e con il parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia».

«Il fascismo si irrigidisce intorno al suo nucleo primordiale, non riesce più a nascondere la sua vera natura. Conduce una campagna feroce contro l’on. Nitti presidente del Consiglio; lascia tranquillo l’on. Giolitti e gli permette di portare “felicemente” a termine la liquidazione dell’avventura fiumana che ha subito segnato la fortuna di D’Annunzio e ha posto in rilievo il vero fine storico dell’organizzazione della piccola borghesia italiana. (…) La piccola borghesia anche in questa sua ultima incarnazione politica del “fascismo”, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiale per scrivere libri».

Gramsci traeva dall’analisi della crisi di fine secolo, dalle partecipazioni di massa alla vita politica e dal tramonto del parlamentarismo i fondamenti della consapevolezza che il momento della rivoluzione era giunto. Ma mentre l’incontro del Goldoni frammentava il destino della sinistra italiana fu un’altra forza politica – sottovalutata dalla vecchia élite liberale – ad irrompere nell’arena politica avvalendosi sistematicamente della violenza squadrista. Il fascismo era ormai pronto ad un’offensiva per il potere che vedrà esaurire la propria spinta propulsiva soltanto vent’anni dopo.

Scritto da
Luigi Sorrentino

Campano formatosi a Roma, dove si è laureato in Sociologia presso “La Sapienza”, al momento frequenta il corso magistrale di Scienze delle pubbliche amministrazioni della facoltà di Scienze politiche del medesimo Ateneo. Affascinato dalle forme dell’organizzazione politica e dal diritto sindacale le sue principali materie di interesse sono la storia contemporanea e la storia dei partiti e dei movimenti politici italiani.

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