Dalla sharing economy alle piattaforme cooperative. Intervista a Francesca Martinelli
- 03 Giugno 2022

Dalla sharing economy alle piattaforme cooperative. Intervista a Francesca Martinelli

Scritto da Giacomo Bottos

9 minuti di lettura

Il rapido e trasversale sviluppo della sharing economy e le sue evoluzioni legate alle distorsioni della gig economy evidenziano sempre più spesso la necessità di avviare una riflessione sui possibili paradigmi alternativi. In questa intervista Francesca Martinelli, Direttrice del Centro Studi Fondazione Doc, traccia una panoramica del fenomeno delle piattaforme cooperative, proponendo una riflessione sulle potenzialità di questo modello, che si sviluppa all’incrocio tra piattaforme digitali e impresa cooperativa.


Al di là delle degenerazioni attraversate dalla “sharing economy”, qual era l’idea originaria indicata da questa espressione?

Francesca Martinelli: La sharing economy, o economia collaborativa, nasce con l’obiettivo di trasformare beni sistematicamente sottoutilizzati in beni chiave da scambiare. Pensiamo ad esempio a un trapano, che ha in media un tempo di utilizzo di circa 12-13 minuti: iniziare a barattarlo o scambiarlo è un sistema che può aumentare il suo ciclo di vita. Questo approccio non solo si può applicare a tutti i beni e permette di ottimizzarne l’uso, massimizzandone allo stesso tempo il valore, ma ha anche un duplice impatto positivo: sull’ambiente, perché riduce la produzione di nuovi beni immessi sul mercato, e sociale, perché permette di stabilire nuove connessioni tra le persone e questo può anche portare alla creazione di nuove comunità.

 

Quali sono le principali criticità che segnano l’economia delle piattaforme come la conosciamo? Quali sono i principali fattori che le determinano?

Francesca Martinelli: L’economia delle piattaforme si basa sulla trasposizione delle relazioni di scambio introdotte dalla sharing economy in applicazioni utili a facilitare gli scambi di prodotti e servizi in cambio di una percentuale su ogni transazione che avviene sulle piattaforme. Le piattaforme, pertanto, si ritagliano solo un ruolo da intermediari, regolando con algoritmi il rapporto tra domanda e offerta ed escludendo ogni responsabilità rispetto a tutto ciò che avviene al di fuori dell’applicazione. La diretta conseguenza di questo approccio è che coloro che offrono beni o servizi diventano gig worker, cioè prestatori di servizi esternalizzati dalle varie piattaforme che li considerano come lavoratori indipendenti – non offrendo loro alcuna tutela, assicurazione o garanzia di introiti minimi –, mentre i consumatori sono più soggetti a frodi o a rischi per la propria sicurezza. In generale, si osserva una diffusa mancanza di potere contrattuale, che riguarda i singoli ma anche le città e gli Stati, e che è connessa anche con l’assenza di trasparenza nell’uso dei dati e con lo sfruttamento di pratiche di dumping e regimi di tassazione favorevoli. Ciò accade anche perché le società che controllano queste applicazioni sono di solito molto influenti: spesso si tratta di unicorn company, cioè società startup valutate oltre 1 miliardo di dollari sul mercato azionario, che sono riuscite a scalare molto in fretta il settore, creare monopoli e diventare multinazionali. L’insieme di questi elementi rende queste società non solo molto potenti sul mercato ma, soprattutto, scaltre; tanto che spesso è difficile interloquire con loro, anche perché in molti casi attraversano utilitaristicamente i confini nazionali.

 

Che cosa sono le piattaforme cooperative?

Francesca Martinelli: Il neologismo platform cooperativism è stato introdotto nel 2014 da Trebor Scholz proprio come contro-narrazione alla degenerazione dell’idea originaria della sharing economy e nasce con lo slogan “cloniamo il cuore di Uber e Airbnb e creiamo una cooperativa”. Nel corso degli anni, questa prospettiva ha subito una evoluzione e oggi possiamo dire che una piattaforma cooperativa è costituita da lavoratori, consumatori o enti che insieme decidono di fondare una cooperativa per avere la proprietà condivisa dei mezzi di produzione – in questo caso la piattaforma – e gestirla in modo democratico a servizio dei soci e delle socie della cooperativa e della comunità. Una piattaforma cooperativa è quindi un’impresa cooperativa, caratterizzata dalla proprietà condivisa e dalla governance democratica, in cui l’uso delle tecnologie digitali supporta il consumo, lo scambio fra pari e la produzione di beni e servizi all’interno di una comunità, e massimizza la generazione e la distribuzione del valore in una comunità.

 

Può citare alcuni esempi particolarmente significativi di piattaforme cooperative?

Francesca Martinelli: L’elenco stilato dal Platform Cooperative Consortium fondato da Trebor Scholz conta attualmente 533 cooperative in 49 Paesi. Del movimento delle piattaforme cooperative oggi fanno parte anche cooperative molto diverse per storia e obiettivi. Alcune hanno una storia pluridecennale e si sono riconosciute nella narrazione della tecnologia come strumento a favore dei soci, com’è stato il caso di CoTaBo e delle cooperative della Rete Doc. CoTaBo è una cooperativa fondata nel 1967 a Bologna che riunisce centinaia di tassisti ed è passata dal radiotaxi all’uso di un sistema innovativo di assegnazione delle corse (Taxitronic – Gprs). Le cooperative della Rete Doc, di cui la prima è stata fondata a Verona nel 1990, riuniscono oltre 8.000 soci e socie che operano nei settori spettacolo, cultura, comunicazione, creatività, turismo e innovazione tecnologica e mettono a disposizione di soci e socie una piattaforma che permette di conciliare la libertà tipica e strutturale di certe professioni con le tutele dei lavoratori dipendenti. Del movimento fanno anche parte progetti e startup, come le startup di lavoratori della gig economy che puntano a costruire insieme migliori condizioni di lavoro. Un esempio importante è CoopCycle, una federazione di 37 cooperative di rider fondata nel 2016 a Parigi e presente in sette Paesi e due continenti, che mette a disposizione dei soci una piattaforma per gestire le consegne. Ci sono poi anche casi di imprenditori del digitale che nella cooperazione hanno trovato la risposta al loro bisogno di orizzontalità ed equità, come nel caso di Fairbnb, che dal 2016 lavora per creare un’alternativa equa alle piattaforme di home sharing esistenti.

 

Che cosa è emerso dalla ricerca che ha condotto sulle piattaforme cooperative in Italia, la prima di questo genere?

Francesca Martinelli: Dalla prima ricerca, che ho condotto con la Fondazione Centro Studi Doc insieme a Legacoop Emilia-Romagna nel 2018, sono emersi alcuni capisaldi che hanno poi guidato il mio sguardo anche nelle ricerche successive sul tema. Analizzando 11 casi di studio della Regione Emilia-Romagna abbiamo osservato che, anche se nelle piattaforme cooperative vi è una generale coerenza dell’uso della tecnologia con la missione della cooperativa spesso orientata all’inclusione sociale e/o all’attenzione ambientale, la tecnologia è utilizzata solo a favore dei soci e della cooperativa, escludendo la scelta di sistemi open o free source o la diffusione pubblica dei dati. Questo accade sia perché l’uso della tecnologia è visto come un vantaggio competitivo, tanto che spesso la cooperativa ha la proprietà della piattaforma software, sia per questioni di privacy – in riferimento in particolare al GDPR. Un altro risultato interessante che abbiamo osservato è che i processi democratici delle cooperative non si replicano necessariamente sulla piattaforma, perché gli utenti non sono sempre soci, dove i soci e le socie però sono più che semplici fornitori o consumatori, perché diventano imprenditori che partecipano al rischio aziendale. 

 

Quale rapporto e che “peso specifico” vi è, nei casi che ha esaminato, tra tecnologia e organizzazione?

Francesca Martinelli: Nelle piattaforme cooperative il rapporto tra persone e piattaforme si inverte: essendo la piattaforma digitale di proprietà dei soci della cooperativa esiste una coincidenza tra proprietari e lavoratori o consumatori. Per questo motivo, esiste un controllo completo di lavoratori e consumatori sui prodotti e servizi della piattaforma, sui prezzi e sulle tariffe, sulla governance e sull’uso dei dati personali. Nelle cooperative di piattaforma, le persone non sono sfruttate dalla piattaforma digitale, ma la controllano. Questo implica che rispetto alle piattaforme classiche che facilitano lo scambio di beni e servizi, nelle piattaforme cooperative l’applicazione non è il core business delle imprese, ma solo un fattore abilitante. La tecnologia è infatti utilizzata per sostenere le attività di cooperative e consorzi diventando uno strumento costruito attorno alle esigenze dei soci e delle socie e delle comunità di appartenenza. Come dico sempre, per comprendere una piattaforma cooperativa non bisogna quindi guardare alle “doti tecnologiche” di ogni cooperativa, ma alle “doti cooperative” di ogni tecnologia. Del resto, la tecnologia di per sé è uno strumento neutrale e siamo noi a darle un significato attraverso le nostre scelte. 

 

Quali sono i punti di forza delle piattaforme cooperative? Quali i fattori di successo?

Francesca Martinelli: Il primo punto di forza è sicuramente il fatto che i lavoratori quando creano una cooperativa naturalmente non la organizzano in modo da essere sfruttati, ma scelgono di lavorare in legalità e sicurezza, con tariffe migliori rispetto a quelle del mercato e assicurazioni specifiche; inoltre, se diventano dipendenti, accedono anche a tutte le tutele e gli strumenti di protezione sociale del caso. In secondo luogo, il modello economico delle piattaforme cooperative non è basato sull’intermediazione, cioè sull’estrazione del valore dalla relazione che si stabilisce sulla piattaforma, ma è basato sulla disintermediazione. Quando la piattaforma viene ottimizzata, il plusvalore che si genera ricade sui proprietari della piattaforma, nel caso di una cooperativa, sui lavoratori e i consumatori. In questo modo, si precludono le possibilità di speculazione e, mutualizzati i costi di gestione, la ricchezza viene redistribuita. Le cooperative tendono poi a fare un uso etico della tecnologia, senza trasferimento delle responsabilità manageriali dagli esseri umani ad algoritmi poco trasparenti. L’organizzazione del lavoro è collettiva e di solito la tecnologia è utilizzata per ottimizzare le procedure, supportare l’auto-imprenditorialità e soprattutto tracciare il lavoro. Anche per questo le piattaforme cooperative utilizzano i dati in modo trasparente. Infine, i lavoratori, di solito isolati, entrando in cooperativa possono negoziare migliori condizioni di lavoro, e quando sono dipendenti esercitano i propri diritti sindacali e sono protetti da accordi collettivi. In alcuni casi, i membri della cooperativa la usano anche come portavoce delle loro esigenze. Per quanto riguarda invece i fattori di successo per chi vuole creare una piattaforma cooperativa, il primo è la regola d’oro di ogni impresa: differenziare il mercato di riferimento per evitare di dover dipendere da un solo cliente o settore. A questo si deve legare la scelta di svolgere attività B2B e non B2C, per poter meglio programmare i tempi del lavoro e le entrate, in modo da garantire ai soci condizioni di lavoro adeguate. Studiando i casi di successo ho potuto anche constatare che le piattaforme cooperative che stanno crescendo sono uscite dall’ottica del monopolio del mercato, soprattutto se il mercato è già in mano alle grandi piattaforme, per focalizzarsi sulle esigenze dei soci e delle socie e del territorio, anche con l’obiettivo di creare legami con realtà locali. Infine, per non farsi carico da soli degli alti costi di creazione e mantenimento della piattaforma e gestione dei dati, molte cooperative hanno scelto di adottare un modello a ecosistema, cioè si sono organizzate per condividere i costi e la gestione di tecnologie e piattaforme.

 

Cosa si intende per “Pegasus company”?

Francesca Martinelli: Ho coniato il neologismo Pegasus company nel 2017, quando ho partecipato alla prima conferenza di Trebor Scholz a New York, in aperto contrasto con la mitologia che sottende il concetto di unicorn company. Ho scelto Pegaso perché è il cavallo alato della mitologia greca e quindi è europeo come è europea l’origine della cooperazione. Si dice che fosse molto fedele al suo cavaliere, Bellerofonte, così come la cooperazione è fedele alle persone che mette sempre al centro a discapito del profitto. Pegaso ha due ali: una è la tecnologia necessaria per essere competitivi sul mercato e l’altra è la capacità di mettere insieme persone isolate. Si narra poi che alla fine della sua vita Pegaso sia volato nella parte più alta del cielo diventando una nuvola di stelle: nasce così la costellazione di Pegaso. Una costellazione è come una rete, dove le stelle si possono paragonare alle persone che compongono una cooperativa. Eliminando anche solo una stella, non si ha più una costellazione, ma soltanto un ammasso di stelle.

 

Che origine e che sviluppo ha avuto questo fenomeno? A livello internazionale dove è principalmente diffuso?

Francesca Martinelli: Da quando nel 2014 è nato il neologismo platform cooperativism una nuova generazione di imprenditori digitali che si ispirano ai principi cooperativi si sta sviluppando un po’ in tutto il mondo, anche con l’aiuto di corsi specializzati, come Platform Co-ops Now!, il corso online dedicato alla creazione di startup cooperative organizzato da Trebor Scholz con il supporto della New School e della Mondragon University e giunto già alla quarta edizione. Allo stesso tempo, come ricordato precedentemente, ci sono cooperative anche di lunga data che hanno iniziato a riconoscersi nel quadro teorico del movimento, grazie al rapporto proattivo che hanno con la tecnologia. Nonostante questo, quello delle piattaforme cooperative è un fenomeno ancora di nicchia: da un lato, questo si deve al fatto che ne fanno parte prevalentemente startup; dall’altro, molte realtà non sanno che potrebbero essere annoverate come “piattaforme cooperative” e dunque non intraprendono questo percorso. Sicuramente, però, il platform cooperativism resta un fenomeno interessante da monitorare e studiare, perché è stato capace di avvicinare al modello cooperativo anche persone che non ne avevano mai sentito parlare.

 

Cosa si intende per cooperative di dati? Quali nuove opportunità nascono in questo ambito, anche in relazione alla normativa europea?

Francesca Martinelli: Il concetto di cooperative per la gestione e lo scambio di dati è stato introdotto nella Proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla governance europea dei dati il 25 novembre 2020, ottenendo poi un parere positivo del CESE (Comitato economico e sociale europeo) il 9 gennaio 2021. Leggendo questi documenti si evince che una cooperativa di dati è un fornitore di servizi di condivisione dei dati. Il suo obiettivo è quello di supportare le piccole imprese e i singoli imprenditori per accedere o trattare grandi quantità di dati, assicurare una governance partecipata condivisa tra imprese e imprenditori nella loro gestione – ossia fra “conferitori”, utilizzatori e beneficiari –, negoziare termini e condizioni per il trattamento dei dati, compiere scelte informate sul loro uso e risolvere controversie tra più utilizzatori degli stessi dati. Una grande cooperativa di dati esistente oggi è la European Data Cooperative (EDC) che rappresenta l’unico punto di ingresso per migliaia di dati su raccolta fondi, investimenti e disinvestimenti. In questo caso specifico l’utilizzo di una piattaforma con una metodologia standardizzata permette di ottenere statistiche paneuropee coerenti e comparabili utili per informare meglio i gestori di fondi, gli investitori, i politici, i regolatori e gli altri stakeholder.

 

Quali sono le principali sfide e questioni aperte di fronte al modello delle piattaforme cooperative?

Francesca Martinelli: Ritengo che ci siano due ordini di sfide al momento per le piattaforme cooperative. In primo luogo, alcune di ordine pratico. Tra queste, il fatto che a differenza delle piattaforme classiche, essendo orientati al territorio e alle persone che lo vivono, i progetti sono difficilmente scalabili. Inoltre, le piattaforme cooperative, come tutte le cooperative, faticano ad accedere a finanziamenti e ottenere investimenti, non essendo remunerati. Al contempo, sebbene la democrazia sia fondamentale, rappresenta un processo lento e, come ricordato in precedenza, non sempre replicabile sulla piattaforma. Tra le altre cose, è anche difficile competere con le piattaforme classiche che, a differenza di quelle cooperative, sono in condizione di sfruttare meccanismi di elusione fiscale e contano pochi dipendenti rispetto alla mole del proprio fatturato. A ciò si deve aggiungere il fatto che alcuni dei settori nei quali la cooperazione è più attiva presentano spesso, per loro natura, un limitato livello di digitalizzazione. Il secondo ordine di sfide è invece, secondo me, di carattere ideale e culturale. Per quanto il modello delle piattaforme cooperative stia prendendo piede resta un fenomeno piccolo. Ciò accade perché, prima ancora delle piattaforme cooperative, è proprio il modello cooperativo a essere poco conosciuto. Per questo ritengo che sia fondamentale lavorare sulla diffusione del modello, anche nelle scuole, come ci ricorda ancora una volta anche la metafora di Pegaso. Infatti, quando Pegaso diventa una costellazione, modifica anche la forma del cielo diventando visibile a tutti; soprattutto per attivisti e cooperatori come me, questo significa che siamo noi che dobbiamo in primo luogo essere in grado di mostrare che esiste un modello alternativo al paradigma dominante delle piattaforme, che è proprio il modello cooperativo.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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