“Dalle Macerie. Cronache sul fronte meridionale” di Alessandro Leogrande
- 24 Settembre 2018

“Dalle Macerie. Cronache sul fronte meridionale” di Alessandro Leogrande

Recensione a: Alessandro Leogrande, Dalle Macerie. Cronache sul fronte meridionale, Milano, Feltrinelli, pp. 320, 17 euro (scheda libro)

Scritto da Enrico Cerrini

5 minuti di lettura

Taranto è una delle città italiane più ricche di contraddizioni, tristemente famosa per la vicenda che si consuma da anni attorno al più grande stabilimento siderurgico europeo, spesso presentata attraverso il paradigma dello scontro tra le ragioni della salute e quelle del lavoro. La vita cittadina si svolge in un contesto che pone sfide difficilissime, quali il superamento della monocoltura industriale, la lotta alla malavita e il risanamento urbanistico, a cominciare dalla città vecchia, gioiello culturale segnato da un passato degradato.

Alessandro Leogrande è stato uno scrittore tarantino. Pur vivendo a Roma da quando era stato nominato vicedirettore della rivista Lo Straniero dal suo mentore Goffredo Fofi, si è sempre occupato della sua città natale. Alcune delle sue pubblicazioni sono state raccolte dallo storico Salvatore Romeo nel volume Dalle Macerie edito da Feltrinelli, pochi mesi dopo la prematura scomparsa dell’autore. L’obiettivo di Romeo è di contribuire a collocare l’autore, uno dei più importanti della sua generazione, nella storia politica e culturale italiana.

Il volume racconta, attraverso gli scritti di Leogrande, due decenni di storia tarantina, ed è suddiviso in quattro parti. La prima racconta la stagione politica che ha visto il protagonismo di Giancarlo Cito, sindaco abile a sfruttare il mezzo televisivo per dare sfogo ai più bassi sentimenti dei tarantini. La seconda descrive il processo di crescita urbanistica legato all’industria, raccontando come si sia formata una città definita ‘groviera’, perché allargatasi perdendo il suo baricentro. La terza parte si concentra sulla fabbrica, narrando il periodo che inizia con la privatizzazione e termina con l’esplosione della questione ambientale e la procedura di vendita dello stabilimento. La quarta affronta il tema della tarantinità, con particolare accento sulla possibile risurrezione culturale della città.

La cifra di fondo che si può rintracciare in tutti gli articoli sta nel rifiuto di accettare soluzioni semplici per questioni complesse. Come afferma Goffredo Fofi nella prefazione, l’autore tarantino riprende la lezione di Gaetano Salvemini, adottando un metodo di lavoro concreto, volto a ‘guardare in faccia’ i problemi, scrutando le responsabilità passate e le possibilità dell’avvenire e proponendo soluzioni nei limiti in cui è possibile pensarle.

Alessandro Leogrande su politica e tarantinità

Gli articoli temporalmente più lontani lasciano già intravedere problematiche che emergeranno più tardi, come l’afasia di un centro sinistra autoreferenziale incapace di affrontare i principali problemi posti dalla realtà cittadina. Mentre la classe politica della sinistra discute di ipotetiche possibilità di sviluppo, una parte della società tarantina, sia borghese che operaia, acclama personaggi oscuri, violenti e collusi con la mafia. Grazie all’intelligente utilizzo del mezzo televisivo come strumento per dare sfogo agli istinti e alle frustrazioni della popolazione, l’ex picchiatore fascista Giancarlo Cito viene eletto prima sindaco e poi parlamentare.

Alessandro Leogrande descrive Cito come uno scaltro affabulatore, abile ad ingraziarsi la popolazione con provvedimenti di impatto immediato come la riasfaltatura delle strade. Ma, allo stesso tempo, la politica intesa come confronto costruttivo lascia il passo a invettive e turpiloqui contro tutti: avversari, stranieri, omosessuali. Dopo tre anni dall’insediamento, Cito viene eletto deputato mentre il suo sodale De Cosmo diviene sindaco. Quando le vicende giudiziarie travolgono prima il sindaco e poi Cito stesso, il telepredicatore aizza il suo popolo contro il complotto della magistratura, con dirette televisive e scioperi della fame a cui sono costretti a partecipare tutti i consiglieri comunali della sua lista.

Le accuse di concorso esterno in associazione di tipo mafioso si rivelano fondate. Cito sconta la vicinanza con i fratelli Modeo, boss attivi nel quartiere operaio Paolo VI, e finisce in carcere per quattro anni. Qui studia giurisprudenza e si laurea poco prima delle elezioni del 2007, convocate a seguito del tracollo finanziario dell’ultima giunta di centrodestra, capace di generare un buco di bilancio che non ha pari nella storia repubblicana. Giancarlo Cito, interdetto dai pubblici uffici, conduce la campagna elettorale del figlio Mario. La candidatura dinastica è facilitata dalla divisione interna alla sinistra. Si presentano infatti alle elezioni sia il Presidente della Provincia Giovanni Florido, espressione di DS e Margherita, sia Ippazio Stefano, medico vicino al Presidente della Regione Nichi Vendola. Mario Cito non raggiunge il ballottaggio solo per poche centinaia di voti. Stefano viene eletto sindaco due volte sconfiggendo al ballottaggio prima Florido e poi Cito Jr.

Un tema ricorrente del dibattito pubblico viene analizzato nella sezione dedicata alla tarantinità, nella quale Leogrande, critica i tentativi di far risorgere la città tramite forme culturali che si presentano come salvifiche ma in realtà prive di una vera capacità di costruire il futuro della città. L’autore si oppone, ad esempio, al progetto promosso dal Ministro Franceschini di utilizzare il brand di Sparta per rivitalizzare le sorti di Taranto. In questo progetto, secondo l’autore, non si esprime solo una visione passatista, ma anche un’incongruenza storica, in quanto la città jonica fu fondata proprio da coloni espulsi dalla polis greca, in dissenso con il modello di civiltà che essa esprimeva.

Urbanistica e fabbrica

L’autore sembra interessarsi molto di più alla cultura che proviene dal basso, dai quartieri popolari, descritti a partire dal più affascinante, l’Isola. Il centro storico ha rappresentato la totalità di Taranto per centinaia di anni, per via dell’editto bizantino che costituì una città fortezza al di fuori della quale non era possibile edificare. Solo alla fine dell’Ottocento fu consentito alla città di espandersi dando vita al centro moderno e borghese. L’Isola rappresentava un territorio sovraffollato, dove le famiglie vivevano in condizioni estreme e imperversava la malavita, sebbene in un contesto di assoluto valore storico e artistico.

Leogrande girovaga per l’Isola intervistando i suoi abitanti, alla ricerca di una cultura popolare rintracciabile nei bassifondi. La ricerca continua a Paolo VI, quartiere operaio nato a ridosso dell’Ilva, la cui costruzione ha svuotato il centro rappresentato dall’Isola, originando il fenomeno della città groviera. Qui le condizioni di marginalità appaiono estreme, tanto che la differenza tra fenomeni leciti e criminali risulta sfumata.

La fabbrica si sviluppa parallelamente al quartiere. La sua costruzione fu richiesta dagli stessi tarantini per risolvere la crisi occupazionale causata dal venire meno della produzione bellica e dal ridimensionamento dei cantieri navali. I problemi dello stabilimento derivano in parte dai limiti di una classe dirigente decisa a promuovere il gigantismo industriale senza essere in grado di gestirlo. Lo sviluppo urbanistico che ne derivò non creò una classe operaia consapevole dei propri diritti, ma lavoratori che usciti dalla fabbrica tornavano a coltivare la terra, definiti da Walter Tobagi come metalmezzadri.

La gestione di uno stabilimento sovradimensionato necessita di una dettagliata cura delle questioni igieniche e ambientali, rispetto alle quali l’attenzione prestata è sempre stata insufficiente. La privatizzazione, poi, finisce per moltiplicare le problematiche precedentemente emerse con la condanna di alcuni dirigenti pubblici per l’utilizzo di amianto nelle costruzioni. La famiglia Riva amministra mirando esclusivamente al profitto, a scapito dell’attenzione verso ambiente e lavoratori. Leogrande descrive la gestione dei Riva come padronale, disinteressata rispetto alle tematiche ambientali e alla sicurezza sul lavoro, caratterizzata da politiche antisindacali. Vengono assunti i figli degli operai non iscritti ai sindacati, i lavoratori che osano protestare vengono confinati nella famigerata palazzina Laf.

Nel 2012 la magistratura apre sequestra l’area a caldo dello stabilimento, dando inizio ad un acceso scontro nel quale l’istanza della salute viene contrapposta a quella del lavoro. L’autore rimane lucido, senza lasciarsi coinvolgere dal clima da tifoseria che si respira, non solo in città. Accogliendo le tesi di Edo Ronchi, sub-commissario di governo per il piano ambientale, auspica che la mano pubblica risolva la contraddizione salute-lavoro promuovendo la riconversione ambientale dello stabilimento. L’azione della fabbrica deve essere limitata e le emissioni ridotte, magari utilizzando il gas preridotto anziché il carbone coke per la produzione della ghisa. La richiesta di chiusura avanzata da alcuni significherebbe invece sperare che l’inquinamento si sposti verso altri luoghi del pianeta, come Cina e India. Agli occhi dell’autore l’ambientalismo fondamentalista sarebbe quindi espressione di una sindrome NIMBY.

La speranza di una gestione semi-pubblica viene disattesa dalle scelte prese in seguito, in particolare dal governo Renzi, che opta per la vendita dell’Ilva. L’autore ritiene che il privato non si interesserà di garantire la salute e l’occupazione. La procedura di vendita vede la partecipazione di due colossi indiani. Il principale produttore mondiale Arcelor Mittal crede che la tutela ambientale, per avere sostenibilità economica, sia realizzabile tramite un decremento della produzione e conseguenti esuberi di lavoratori. Jindal si mostra invece favorevole all’utilizzo del gas preridotto.

Recentemente la situazione sembra essersi sbloccata con la firma del nuovo accordo tra governo e l’acquirente Arcelor Mittal, mentre Jindal ha acquistato lo stabilimento di Piombino. Possiamo ormai solo sperare che la nuova proprietà possa produrre acciaio compatibilmente con le esigenze della popolazione. In attesa che le vicende future ci rivelino se almeno una della annose contraddizioni che Taranto si trova ad affrontare possano avviarsi a soluzione, ciò che è certo è che la scomparsa di Alessandro Leogrande, a fine 2017, ha fatto perdere al Paese una tra le più autorevoli, acute e autonome voci critiche della contemporaneità.


Crediti immagine: da Andrea Donato Alemanno [CC BY-ND 2.0], attraverso flickr.com

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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