Deglobalizzazione: un estratto dal libro di Nello Barile
- 31 Ottobre 2025

Deglobalizzazione: un estratto dal libro di Nello Barile

Scritto da Nello Barile

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«Riflettere sulla deglobalizzazione vuol dire, in primis, ripensare il modello della globalizzazione che ha tradito molte delle sue promesse, ma anche ammonire sui possibili rischi di una transizione verso un nuovo ordine globale dominato da megaorganismi e poteri autocratici, o meglio tecnototalitari, che tenteranno di far sopravvivere pezzi di globalizzazione funzionali al proprio tornaconto».

A partire da questa premessa, in Deglobalizzazione. Immagini di un mondo in frantumi (edito da Egea nel 2025) il sociologo Nello Barile delinea un percorso che intreccia sociologia dei media, filosofia politica e analisi culturale per mostrare come la fine della globalizzazione, così come la conosciamo, passi anche attraverso una battaglia di immaginari. Pubblichiamo di seguito, per gentile concessione dell’editore Egea, un estratto del libro.

 

Il nuovo feudalesimo delle piattaforme

Nel formidabile film The triangle of Sadness di Ruben Östlund (2022), la metafora “titanica” di una nave alla deriva nella tempesta è un espediente narrativo per raccontare la crisi delle classi sociali e delle élite nel mondo contemporaneo. Se al mutare delle condizioni ambientali la lavoratrice asiatica si trasforma in capitano grazie all’immediato consenso da parte dei più ricchi, i rappresentanti della classe creativa vengono sfruttati a prescindere: prima dal potere immateriale del business della moda, poi dal potere materiale e fisico della sopravvivenza.

Una delle conseguenze più dirette della globalizzazione, quella che i partiti di sinistra non hanno voluto considerare, è stata la polarizzazione socioeconomica tra le classi sociali e l’impoverimento drammatico del ceto medio occidentale, a lungo considerato come il pilastro delle democrazie avanzate. La grande illusione della globalizzazione si è fondata sull’idea che a compensare tale impoverimento arrivassero i ceti medi dei Paesi emergenti, il cui sviluppo avrebbe trainato le produzioni dei Paesi un tempo egemoni, senza capire che il travaso di tecnologie e competenze da Ovest a Est, sull’onda lunga delle delocalizzazioni, avrebbe comunque messo in discussione la centralità dell’industria occidentale, ancor più se pensiamo ai costi dell’attuale transizione ecologica.

Le frattaglie che compongono gli ex ceti medi, impoveriti e intronati dalla successione di varie crisi, si allineano a ciò che resta della controcultura che, alla stregua delle vecchie controculture, ammicca a qualcosa che sta dall’altra parte della barricata, ma stavolta però non è più l’antimateria del capitalismo globalizzato, come nel caso dell’ex Unione Sovietica, bensì un regime diversamente liberista e cleptocratico che domina una società ancor più polarizzata e infettata dal binomio denaro/consumo. Se la metafora organicista di Menenio Agrippa tentò di incorporare il ceto subalterno riottoso dell’antica Roma nella totalità funzionale di un corpo unitario le cui membra sono “naturalmente” subordinate al comando della testa, il rapporto tra élite, classe creativa e neoplebe ci racconta invece una società smembrata e disorganica[1].

Mentre la ricchezza sempre più si concentra verso l’alto, i livelli intermedi vivono un sostanziale scivolamento verso il basso, a partire dalle famiglie, passando per i working poor (i nuovi poveri), fino ai NEET (Not in Education, Employment, or Training) che ormai hanno rinunciato al mito della mobilità verticale. L’élite attuale prosegue la missione della vecchia vocazione distintiva attraverso la classica legge del consumo vistoso ma anche attraverso la logica meritocratica che prevale nell’iter formativo delle élite globali, il cui status si rafforza grazie alla frequentazione degli atenei più prestigiosi (MIT, Harvard ecc.). Le odierne élite stringono un’alleanza paradossale con la neoplebe a cui culturalmente somigliano, come quando Trump spiegava al popolo: «sono uguale a voi ma sono ricco».

Come nota Yanis Varufakis, ex ministro greco dell’economia e antagonista del tecnocapitalismo, quando tra Settecento e Ottocento la Rivoluzione Industriale muoveva i suoi primi passi, in realtà ancora vigeva una economia basata sulla produzione agricola e su un’organizzazione feudale del lavoro. Lo stesso avviene oggi: nonostante il capitalismo trionfi ovunque e tutto sia mediato dalla forma della merce, in realtà non siamo più in un sistema capitalistico ma entriamo in una fase di tecnofeudalesimo gestito dalle piattaforme globali: «Jeff Bezos non produce capitale (…) Fa pagare un affitto. Il che non è capitalismo, è feudalesimo»[2].

Rispetto alle due classi al vertice e alla base della nuova gerarchia sociale, legate da una alleanza paradossale, la figura di Elon Musk mostra la natura ambivalente della società delle piattaforme. L’immagine dell’imprenditore sudafricano fonde in sé elementi caratteristici della super-élite finanziaria, della classe creativa e di un certo populismo dal basso. Tale prospettiva supera il conflitto culturale, consolidatosi a partire dalla vittoria di Donald Trump nel 2016, tra il globalismo della Silicon Valley e la chiusura retrotopica del sovranismo.

Da innovatore, visionario transumanista e geek con venature steampunk, il genio controverso della Silicon Valley ha assunto tratti distintivi di un neoliberismo spietato sia nei confronti degli addetti interni sia degli user di Twitter. Secondo Clare Duffy di CNN Business, Musk ha usato un linguaggio populista per comunicare tale iniziativa che rappresenta una rottura «dell’attuale sistema di signori e contadini di Twitter». Grandi innovazioni come la blockchain, le criptovalute e gli NFT stanno riconfigurando il consumo di contenuti online dal vecchio digital-socialismo a una monetizzazione intransigente.

Uno dei capolavori dell’arte NFT è infatti The Passion of the Elon, che ritrae l’uomo più ricco del mondo sulla croce, con indosso una tuta da astronauta, mentre è circondato da un gruppo di scimmie che giocano sul fondo dell’immagine. Un sincretismo culturale tra Lascensione di Cristo del Perugino, quello di Dalì, la famosa scena di apertura di 2001: Odissea nello spazio con il lancio dell’osso che diventa astronave. Non appena messe le mani su Twitter, il magnate visionario che ha indicato la via verso Marte si è comportato come il più retrogrado degli impresari, con un’ondata di licenziamenti massivi di circa 7.000 addetti, tra l’altro comunicandoli via email.

Dai tagli forsennati al personale di Twitter all’endorsement postideologico nei confronti dei Repubblicani, il passo è stato brevissimo. La Routers ha dato l’annuncio del suo tweet, postato la sera prima delle elezioni di midterm sul suo profilo seguito da 110.000.000 di utenti: «La condivisione del potere frena i peggiori eccessi di entrambi i partiti, quindi consiglio di votare per i Repubblicani, visto che la Presidenza è democratica», aggiungendo di essere «propenso all’idea di votare di nuovo i Democratici in futuro».

Nelle interviste online, divenute pillole per Tik-Tok e Instagram, emergono vari segnali di questa deriva populista. Come, per esempio, l’idea secondo cui le università non abbiano più alcun senso in un mondo in cui tutte le conoscenze sono rese immediatamente accessibili dalla rete. Un populismo pedagogico che anticipa l’assalto alle università della seconda amministrazione Trump ed entra in netta contraddizione con l’immagine dell’imprenditore illuminato che ha fatto della scienza e della sostenibilità il suo business. Lo stesso look di Musk, austero e informale con sporadici innesti di futuribile, espande il sostanziale stile normcore tipico degli altri leader della Silicon Valley (da Steve Jobs a Mark Zuckerberg).

L’ideale di società che viene fuori dalla nuova ideologia californiana è molto simile al film Elysium di Neill Blomkamp (2013). Si tratta di un sistema sociale spaccato in due classi: i privilegiati che vivono nella stazione spaziale e usufruiscono di tutte le tecnologie biomediche che consentono loro di raggiungere l’immortalità; la moltitudine abbandonata su un pianeta allo sconquasso sociale e ambientale. Se i teorici della ideologia californiana insistevano sul rapporto tra «cyborg padroni» e «robot schiavi»[3], il nuovo destino dei cyborg, cioè dell’ibrido uomo/macchina, è quello di essere sottoposto a uno sfruttamento superiore a quello dei robot, da parte di una nuova élite di superuomini che protendono verso l’immortalità. Parecchie startup della Silicon Valley mirano a realizzare l’immortalità tramite il biohacking o la genetica predittiva. Entriamo dunque in un’epoca di nuovo «eternismo»[4], in cui il medesimo interesse per l’immortalità orienta le ricerche sul gene editing in Cina, ed è confermato dal commento confidenziale sui trapianti degli organi in cui Putin dice a Xi Jinping che «le persone possono diventare più giovani, forse immortali».

Sebbene da un punto di vista tecnologico siano fortemente correlati, dal punto di vista dell’immaginario la conquista dello Spazio e Internet sono correlati inversamente. Questo perché la diffusione del web nel corso degli anni Novanta subentra alla grande celebrazione della conquista dello Spazio negli anni Ottanta, entrata in crisi con l’immagine deprimente dell’esplosione dello Space Shuttle Challenger avvenuta la mattina del 28 gennaio 1986. Quell’immagine pone un freno all’epopea spaziale che ha contraddistinto i successi conseguiti anche grazie alla competizione tra le due superpotenze, dal lancio dello Sputnik fino allo sbarco sulla Luna. L’espansione della rete negli anni Novanta pone fine alla spinta espansiva verso l’esterno del pianeta proprio perché grazie alla rete divenne possibile generare ed esplorare i nuovi mondi generati virtualmente[5]. Come la psichedelia celebrò le imprese aerospaziali di fine anni Sessanta trasformandole in una nuova concezione del mondo, così la cyberdelia[6] fu lanciata negli anni Novanta per supportare lo sviluppo dei mondi digitali condivisi tramite il web[7].

Oggi, la poppizzazione e lo sfruttamento commerciale delle imprese aerospaziali sono un immaginario ormai sdoganato dai capitalisti digitali, dalle imprese di Space X e Starlink fino alla recente spedizione di Kate Perry e della compagna di Jeff Bezos. Va ricordato che il proprietario di Amazon, oltre ad aver partecipato entusiasticamente all’insediamento di Trump, aveva già difeso a spada tratta il non-endorsement del Washington Post (di sua proprietà) durante la campagna elettorale del 2024.


[1] Paolo Perulli e Luciano Vettoretto, Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia, Laterza, Roma-Bari 2022.

[2] Carole Cadwalladr, Capitalism is dead. Now we have something much worse”: Yanis Varoufakis on extremism, Starmer, and the tyranny of big tech, «The Guardian», 24 settembre 2023.

[3] Richard Barbrook e Andy Cameron, The Californian Ideology, in Science as Culture, vol. 6, n. l, 1996, pp. 44-72.

[4] Pitirim A. Sorokin, La dinamica sociale e culturale, UTET, Torino 1975.

[5] David Lyon, La società dellinformazione, il Mulino, Bologna 1991, p. 214.

[6] Mark Dery, Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio, Feltrinelli, Milano 1997.

[7] Douglas Rushkoff, Cyberia. Life in the Trenches of Hyperspace, Flamingo, San Francisco 1994.

Scritto da
Nello Barile

Sociologo, allievo di Alberto Abruzzese, insegna Sociologia dei media e Sociologia della moda presso l’Università IULM di Milano. È autore di numerosi libri e articoli pubblicati in Italia e all’estero, tra cui: “Deglobalizzazione. Immagini di un mondo in frantumi” (Egea 2025), “Communication in the new hybrid ontologies. From platforms to the Metaverse” (Bocconi University Press 2022), “Dress coding. Moda e stili dalla strada al metaverso” (Meltemi 2022), “Politica a bassa fedeltà. Populismi, tradimenti dell'elettorato e comunicazione digitale dei leader” (Mondadori Università 2019) e “Il marchio della paura. Immagini, consumi e branding della guerra all’Occidente” (Egea 2016).

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